di Gerardo Mazziotti
Non è vero che siamo un popolo di santi, poeti e navigatori. Siamo un popolo rissoso, livoroso, rancoroso, portato alla contrapposizione, spesso allodio. Un carattere che si manifesta quotidianamente nella vita politica di questo disgraziato paese e che trova il suo momento di maggiore intensità il 25 aprile, quando si celebra la così detta “ Festa della Liberazione dal nazifascismo”.
Come sanno anche su Marte il 25 aprile del 1945 segnò la fine della guerra civile tra i fascisti della Repubblica di Salò e la galassia degli antifascisti della Resistenza ( comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, azionisti, liberali e anche monarchici ). Un paese che si dibatte in una crisi economica drammatica con undici milioni di poveri, con una disoccupazione in continua crescita, in particolare giovanile, con una produzione industriale in continuo calo, con centinaia di migliaia di piccole e medie imprese costrette a chiudere ( ma chiudono anche le grandi fabbriche come la Whirlpool di Caserta), con centinaia di migliaia di esodati, con milioni di pensionati a cinquecento euro al mese, con centinaia di suicidi perché senza lavoro e con un debito pubblico di oltre duemila miliardi di euro, un paese in queste condizioni non ha alcuna voglia di ricordare che settantanni fa si concludeva a Milano una guerra civile che, per circa due anni, ha visto partigiani e fascisti, convinti entrambi di essere dalla parte giusta, combattersi senza pietà in un crescendo di violenze, imboscate, rastrellamenti, impiccagioni, regolamenti di conti, massacri quali il nostro paese non aveva mai visti.
Ciò nondimeno sabato 25 aprile, giorno dedicato a San Marco Evangelista, sarà celebrato in alcune piazze il 70° anniversario della “Liberazione”. E, come al solito, all’insegna della retorica che attribuisce alle “gloriose formazioni partigiane la cacciata dei tedeschi e la sconfitta dei fascisti di Salò” . E che tace sull’apporto determinante dei soldati angloamericani, che, giustamente, vengono definiti “liberatori”. Si è avuto un assaggio della retorica nei giorni scorsi alla Camera dei deputati dove l’anniversario è stato celebrato dai pochi partigiani viventi con la partecipazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha voluto salutare “ gli eroi della Resistenza che col loro sacrificio hanno dato vita alla Repubblica e col loro sangue hanno scritto la Costituzione”.
La presidente di Montecitorio Laura Boldrini li ha accolti con un patetico “Questa è casa vostra ”. Ma, come sempre, nessuno si è ricordato degli episodi vergognosi della lotta partigiana. E nessuno se ne ricorderà sabato 25. Un silenzio assoluto continua a coprire l’eccidio di Porzus, considerato uno dei più tragici e controversi della Resistenza italiana e che è tuttora fonte di numerose polemiche sui mandanti e sulle motivazioni.
Nel mese di febbraio del ‘45 un centinaio di gappisti comunisti massacrarono diciassette partigiani ( tra le vittime Guido Pasolini, fratello diciannovenne di Pier Paolo) della Brigata Osoppo, una formazione di orientamento cattolico, comandata da Francesco De Gregori, zio del cantante. Le vicende legate a Porzus hanno travalicato il loro contesto locale fin dagli anni in cui si svolsero, entrando a far parte di una più ampia discussione storiografica, giornalistica e politica sulla natura e gli obiettivi immediati e di prospettiva del Pci di quegli anni, nonché sui suoi rapporti con i comunisti jugoslavi e con l’Unione Sovietica.
Il tragico episodio è stato narrato in un film diretto da Renzo Martinelli, che è andato in onda su Rai Movie qualche anno fa ma poi ritirato e chiuso in un cassetto a seguito delle proteste dell’Anpi (associazione nazionale partigiani italiani). Sarebbe opportuno che la Rai lo rimandasse in onda sabato prossimo. Come fa ogni anno con i films sulla shoà nella giornata della memoria. E’ giunto il momento di dire basta a una celebrazione che divide e che rinfocola odi. La festa è gioia, allegria, fratellanza. E la festa che unisce tutti gli italiani è il 2 giugno, il giorno in cui è nata la Repubblica.
PS/ In una lettera del 21 agosto 1945 indirizzata all’amico poeta Luciano Serra, Pier Paolo Pasolini così ricostruì la vicenda: « Essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e per il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente »













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