di Daniela Iorio
Guardiamoci negli occhi e facciamo due conti. Senza pregiudizi, ma senza falsi ideologismi. E partiamo dalle immagini che ci bombardano il dramma della Grecia, la rabbia, la disperazione, l’impotenza. La miseria.
Undici anni fa, solo undici anni fa Atene ha organizzato le Olimpiadi. E fu il colpo di grazia. Le Olimpiadi costarono alla Grecia sette miliardi di euro. Una pazzia. Il default è arrivato alla fine di giugno perché non è stata pagata la rata al Fmi di 1,6 miliardi di euro. E non è che i greci abbiano fatto l’ennesimo pasticciaccio, anche se di certo hanno realizzato una serie di strutture che poi sono rimaste come inutili cattedrali nel deserto.
Per avere un quadro chiaro. Montreal ha perso quasi un miliardo di dollari per aver organizzato i Giochi del 1976 (e ci sono voluti 30 anni per ripagare il debito), mentre la città di Nagano, in Giappone, che ha ospitato le Olimpiadi invernali del 1998, deve ancora estinguere completamente i debiti. E stiamo parlando di una economia solida, come quella del Giappone.
Ma torniamo al punto di partenza. Roma, quella di Mafia Capitale e della mucca da mungere, si è candidata innocentemente per le Olimpiadi del 2024: il consiglio comunale capitolino ha, infatti, con 38 voti favorevoli e 6 contrari, approvato la mozione che dà avvio a tutti i procedimenti per candidarsi ad ospitare le competizioni olimpiche ed a Capitale mondiale dello sport per l’anno 2024. Anche il Coni ha detto sì. Figuriamoci: Malagò ama le copertine. E c’è anche un condottiero, decisamente buono per tutte le stagioni, Luca Cordero di Montezemolo, sì, il direttore generale del comitato organizzatore dei mondiali di calcio, lo SfascioItalia ’90.
Ma, in quale democrazia matura trovate che, a distanza di 25 anni, viene indicata la stessa persona per l’organizzazione di una grandissimo evento? Ed invece, ecco Luca Cordero. Quel Montezemolo che dichiarò di voler “fare del mondiale 1990 una vetrina dell’Italia tecnologica e industriale proiettata verso il Duemila”. E che vetrina: vennero costruiti ex novo gli stadi San Nicola di Bari e il Delle Alpi di Torino e rimodernati quelli di Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Udine e Roma. Spesa prevista: 1 miliardo e 250 milioni di lire. Peccato che i costi vennero quasi raddoppiati, aumento giustificato dagli organizzatori come conseguenza della ristrettezza dei tempi per completare i lavori entro le scadenze, condizione che avrebbe anche impedito di indire gare d’appalto per l’affidamento dei lavori. Insomma un macello. Spendemmo, ma sarebbe corretto dire bruciammo 1.248 miliardi. Il parco stadi dopo 25 anni dal mondiale è sotto gli occhi di tutti. Un disastro.
E lo stadio delle Alpi di Torino, costruito ex novo, tre anelli e una pista di atletica? Costo: quasi 250 miliardi, venne presentato come un impianto avveniristico. Dopo sedici anni è stato chiuso, dopo diciannove demolito. Non si vedeva niente, i costi di gestione erano stratosferici e l’impianto di irrigazione era sbagliato. Diventava un laghetto, altro che stadio.
Olimpiadi, orgoglio e cinque cerchi. Roma, il Cerchio massimo. Ma una rilettura del libro di Pietro Mennea “il costo delle Olimpiadi”, uscito nel 2012 quando si accarezzava l’idea di una candidatura per i giochi del 2020, non sarebbe indispensabile? Diceva Mennea: “Siamo un Paese senza sangue, devastato da una crisi economica spaventosa. E pensiamo ad una Olimpiade. Come si fa a parlare di Giochi a costo zero? Una balla così colossale? Non esistono Giochi a costo zero e non lo dico io, ma lo dice la storia delle Olimpiadi moderne, lo dicono i dati, i numeri, le cifre… Il gigantismo è la malattia che affligge da decenni i Giochi olimpici e ha messo in ginocchio paesi come la Grecia, dopo Atene 2004…”
Dal prossimo Giubileo alle Olimpiadi. Roma città aperta, apertissima. Una gruviera. Una idea per molti sconcertante con una Capitale soffocata dal malaffare. La Roma “disegnata” dal Procuratore capo di Roma Pignatone e che va man mano delineandosi con il proseguimento delle indagini è quella di una metropoli dove la corruzione è parcellizzata in diversi affari con a capo famiglie malavitose, borghesie parassitarie e intermediarie, medio-alta burocrazia, che da anni intesse rapporti con politici e amministrazione.
Non una rete verticale, ma un’organizzazione orizzontale amalgamata e operante tra politica, amministrazione e imprenditoria. Un’orchestra, verrebbe da dire. Secondo l’indagine della Procura, sotto la giunta Alemanno si registrò il culmine dei fatturati delle coop attorno al nome di Buzzi; Marino è giudicato estraneo alle vicende di Mafia capitale, ma la sua amministrazione è impantanata mani e piedi con Carminati e Buzzi e le cooperative e con il metodo strutturato di una lobbyng criminale che impone nomi ed emargina quelli non corruttibili. Il malaffare imperversa ed è bipartisan, una vera piovra:“ Ce magnamo Roma… “. Se magnano anche i cinque cerchi olimpici…














