di Lidio Aramu
In segno di rispetto per lo stato comatoso del popolo napoletano – mitologica creatura dell’immaginario collettivo – avevo deciso di non parlare più dei beni comuni sottratti alla collettività, ma il Festival dell’Oriente svoltosi di recente nell’Oltremare mi ha spinto a rompere il silenzio.
L’interesse dei cittadini per la Mostra e le sue attività non è mai stato alto, nel migliore dei casi, si è limitato alla richiesta di una concessione per pubblica utilità di un pezzetto di verde del suo esteso parco seppure in un contesto di degrado, fiere e mercatini. In questa generalizzata indifferenza si sono spesso levate alte e forti le autorevoli voci della cultura partenopea, ma anche queste circoscritte all’essenziale recupero delle architetture sopravvissute alla furia della guerra ed alla ristrutturazione dei primi Anni ’50.
Accadeva però che mentre le nobili espressioni del mondo della cultura (molte) e quelle illuminate della politica (rare) si affannavano per riconquistare l’Oltremare alla città, gestioni miopi, affaristiche, legate a doppio filo alla partitocrazia imperante, pian piano alienassero a vario titolo buona parte delle superfici dell’Oltremare riducendole dagli originari 1milione e 100 mila metri quadri a poco più di 550 mila. Stessa sorte per gli edifici storici. Alcuni alienati (officina Fiat, Alimentari Sud GM, l’Hotel Esedra, le rimesse di Amicarelli), altri, meno fortunati, divennero oggetto di singolari e definitive soluzioni. Ne ricordo due in particolare
Correva il 1980, anno del terremoto in Campania. Il Commissario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi, Giuseppe Zamberletti, incapace di reperire suoli idonei e soprattutto liberi, inondò i viali della Mostra con un fiume di roulotte la cui installazione provocò non pochi danni al patrimonio arboreo, e quando si trattò di sistemare i container, l’arguto Commissario non esitò ad ordinare l’abbattimento di un gioiello dell’architettura razionalista: le Serre botaniche di Carlo Cocchia.
Giunse poi il tempo della presidenza di Camillo Federico e con essa si materializzò la distruzione dell’ex Padiglione della Marina e dell’Aeronautica progettato da Bruno La Padula. L’edificio demolito fu sostituito da due orrendi scatoloni di cemento rivestiti da specchi, al di sotto dei quali fu realizzato un vasto parcheggio per auto. Opera che procurò al presidente dell’ente fieristico un avviso di garanzia e diede origine ad infinite polemiche su presunte tangenti versate dal presidente Federico ad uomini di Gava. Anche l’altro parcheggio costruito al di sotto delle biglietterie richiese la drastica riduzione del palmeto libico che ingentiliva il candido prospetto degli ingressi.
Poi per fortuna arrivarono i finanziamenti europei per il restauro degli edifici storici e la storia cambiò. La disponibilità di questi fondi permise ai vertici della SpA Mostra d’Oltremare di restaurare l’Arena Flegrea, il Cubo d’Oro, l’ex Padiglione della Sanità, della Cultura e del Libro di Fernando Chiaromonte (liberato dall’Istituto Superiore di Educazione Fisica e trasformato in una struttura congressuale), il Ristorante con la Piscina di Carlo Cocchia. Tuttavia rimane ancora molto da recuperare.
Non c’è alcun dubbio, sul degrado degli edifici dell’Oltremare tanto è stato detto e scritto. Sull’aspetto funzionale invece poche le voci e troppo spesso ridotte ad essere casse di risonanza di analisi politicamente corrette. Nessuno, infatti, si oppose al primo colpo mortale inferto all’ente dal commissario Francesco Salvato che spezzò l’unità funzionale della Mostra in tre ambiti (congressuale, espositivo e tempo libero). E lo stesso complice silenzio accompagnò la trasformazione dell’ente autonomo in una S.p.A. Un passaggio che segnò la fine del protagonismo dell’Oltremare nella costruzione degli eventi, limitando la sua gestione alla sola conservazione del patrimonio ed al nolo degli spazi espositivi. Una gestione finalizzata alla mera sopravvivenza della società partecipata senza alcun vantaggio evidente per la città.
Ma tutto ciò non interessa ad alcuno e la mia si è stancata di essere voce nel deserto. Per anni, con Antonio Parlato, ho sostenuto la necessità di riconnettere la Mostra al Porto, di cercare nell’Oltremare la destinazione funzionale dell’Ente, di trasformarlo in un’agorà del Mediterraneo. Inutilmente. Ciò nonostante l’apprendere che Il Festival dell’Oriente si sarebbe tenuto nell’Oltremare fece scattare in me, come un riflesso condizionato, il ricordo delle ragioni che determinarono la costruzione dell’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare. «Le radici profonde non gelano mai e la storia prima o poi ristabilisce gerarchie e funzioni» esclamai in silenzio. Già mi par di sentire i signori “sto sempre dalla parte giusta”: «il tuo è un moto nostalgico». Sicuramente, ma non si tratta affatto di nostalgismo politico. E’ nostalgia di un’agorà partenopea economico-culturale che poteva essere e non è stata, di un incentro tra le culture e le economie d’oltremare, anello di congiunzione tra oriente ed occidente. Più di ogni altra cosa la mia è, per utilizzare una felice definizione coniata da Giorgio Almirante, nostalgia dell’avvenire alla quale si accompagna un profondo risentimento nei confronti dei politici incapaci ed in mala fede, di quei “personaggetti” che continuano a privatizzare i pezzi di maggior pregio della città (attenzione alla vicenda del molo San Vincenzo, della darsena borbonica e di quel che resta del Regio arsenale), trasformando il bene comune in bene di pochi.
La lettura del programma della manifestazione fugò in me ogni dubbio residuo: mostre fotografiche, etnografiche, concerti con i tamburi da guerra Taiko ed altri strumenti e musiche tradizionali, danze indiane, tailandesi, indonesiane e dello Sri Lanka, ristoranti etnici (indiani, tailandesi, cinesi, nepalesi, giapponesi, indonesiani), dimostrazioni di arti marziali, kimoni, spezie, incensi e soprattutto tanto colore. Non me lo sarei perso per nulla al mondo.
Varcato il cancello d’ingresso di piazzale Tecchio fui letteralmente fagocitato da un’enorme folla che occupava l’intera piazza dedicata all’architetto Marcello Canino, indimenticato progettista dell’Oltremare.
Una massa compatta e numerosa come non vedevo da tempo, costituita prevalentemente da giovani, attirati dal fascino di culture lontane e dall’ansia di scoprire sonorità, colori, fragranze e gusti non comuni. E non si è trattato di una casualità. Tutti gli appuntamenti dedicati all’evento hanno registrato un’elevatissima partecipazione di popolo. La prova incontrovertibile della fondatezza delle ipotesi formulate da un ristretto club di credenti. Questa mattina, senza ombra di dubbio, Antonio Parlato avrebbe esibito il sorriso delle occasioni speciali.
Nel primo salone mi diede il benvenuto un plotone di soldati dell’esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shi Huang. Addentrandomi nei meandri del monoblocco espositivo, in una progressione senza soluzione di continuità, il mio sguardo si fermò attratto dai nipponici bonsai di cipresso e tasso, dalla tipica abitazione giapponese con tanto di laghetto Koi e ponticello, dagli yoroi – le armature dei samurai – e le katane, dai fruscianti e colorati kimoni. Poco distanti facevano bella mostra di sè una yurta mongola, una tenda berbera mentre una lunga teoria di poster sulle pareti presentava le etnie più rappresentative della Cina.
Ed il fiume umano continuava a tracimare tra stand ricchi di artigianato, spezie coloratissime e profumate e punti di ristoro multi-etnici. Forse troppi. L’insieme riportava alla mente le immagini esotiche e multicolori dei suk del Maghreb o del Medio Oriente ed il rischio che la manifestazione potesse toccare nei suoi contenuti inaccettabili livelli di pochezza e monotonia diventava reale. Troppa chincaglieria per turisti. L’aria satura d’incensi dagli aromi speziati, muschiati, aromatici, così intensi da stordire un elefante, come per incanto si riempì delle cadenzate note delle preghiere dei monaci e del tintinnio delle campane tibetane. Volgendo le spalle ad una tradizionale Stupa i religiosi eseguivano la cerimonia della creazione e della distruzione del Mandala.
I cinque palchi disseminati lungo il percorso, letteralmente assediati da un fitto pubblico, avevano il compito di far lievitare il tasso culturale della manifestazione. Sui loro tavolati si alternavano, infatti, gli interpreti del canto lirico giapponese, danzatrici e musici, tutti fasciati dagli scintillanti abiti tradizionali. In rapida successione diedero vita alle danze indiane Bhangra e Kuchipudi, alla Tannura egiziana, alle danze popolari di Thailandia, Indonesia e Sri Lanka. Pur essendo queste esibizioni di buon livello artistico e fedeli alle tradizioni, ebbi l’impressione che il contesto fortemente mercantile le svilisse facendo prevalere il folclore alla tradizione. Tuttavia la forte carica evocativa era da sola in grado di dare le giuste risposte al desiderio di conoscere del pubblico.
Terminata la visita ed avvicinandomi al cancello d’uscita ripensavo a cosa sarebbe stato quest’evento protratto nel tempo e in una sede fissa e prestigiosa come l’Oltremare, con la possibilità di avvicendare nazioni e popoli sì da poter approfondire le loro culture senza l’esclusione degli aspetti socio-economici. Magari integrando le rassegne con la ricostruzione storica dei contatti tra l’Italia e l’Estremo Oriente e degli scambi e del loro sviluppo fino ai nostri giorni.
Un’operazione di grande respiro strategico che avrebbe richiesto necessariamente il coinvolgimento dei Dipartimenti universitari della Federico II di Economia, Storia, Letteratura, Geografia – e tra questi dell’Orientale, storica erede del “Collegio dei Cinesi” – gli istituti e gli enti culturali orientali e nazionali, tutti protesi verso la costruzione di quel ponte economico-culturale tra Occidente ed Oriente, uno spaccato di vita orientale in terra partenopea, essenziale alla comprensione, al rispetto delle diversità, al reciproco progresso economico e sociale.
Le mie elucubrazioni con il passaggio della linea di confine tra la dimensione onirica ed il piazzale Tecchio si dissolsero e la cruda realtà fatta d’indifferenza e degrado riprese il suo posto. Volgendo lo sguardo verso la fatiscente Torre del Partito ed il Teatro Mediterraneo la consapevolezza che nulla potrà mai cambiare divenne più forte. L’oltremare della ragione sociale della partecipata flegrea, sopravvive soltanto nell’immaginario di rari ed inguaribili sognatori come me. Assegnare alla Mostra una mission di grande respiro strategico, che favorisca la coesistenza pacifica tra popoli e che soprattutto abbia ricadute in termini occupazionali, economici e sociali sulla città non è nell’agenda né del suo legittimo proprietario (la cittadinanza/ Consiglio comunale), né del consiglio d’amministrazione dell’azienda. Continueranno magari ad alimentare le dispute dialettiche, apparentemente bizantine, sul restauro/ricostruzione di quello che fu il “padiglione libico”, ma sulla destinazione funzionale, che non può che essere unitaria per l’intero complesso, continueranno a tacere.

















Le mie elucubrazioni dell’ avvenire è il subconsio mormorio incessantemente che faccio nello stesso momento che sto ascoltando che ho fatto nel passato, per me se funda su un piensiero de Caravaggio “senza speranza non c’è paura”, lui era più giovani e non sapeva se diventerebbe pittore, ma come tutti giovani doveva fare ascolto su che fare, ore sempre impropre perché la destinazione funzionalle della scoietá campia a utti attimi. e con loro cambiamento, il progresso della civilrà se misura della vittoria del superfluo sul necessario.
Caro Lidio, veramente un bell’articolo. La questione la conoscevo già per averne parlato con te in occasione di una passeggiata in questo splendido luogo dimenticato. Di nuovo c’è solo la scenografia un po pacchiana e un po commerciale, forse, in cui ti sei ritrovato nell’occasione di questa fiera dell’Oriente. Napoli avrebbe avuto più di una volta occasione per fare della Mostra un centro studi del Mediterraneo a cui poteva essere legata anche la Facoltà dell’Orientale, ma non ci ha mai pensato nessuno, se non voci dissidenti e “nostalgiche” . La Mostra andava oltre il mare e i politici che si sono susseguiti erano tutti miopi, non potevano vederla.