di Carlotta D’Amato
Tempo di passerelle, sono i giorni della grande moda. Da Milano a Parigi, ormai non sorprende più nulla. A Parigi addirittura donne che indossano altre donne, sfilano le modelle acrobate. È l’ultima provocazione di Rick Owens, lo stilista che professa superamento della forma convenzionale degli abiti. A Milano, invece, oggi più che mai la moda non è da “catwalk”, cioè da passarella, ma da strada. E’ il momento dello Street Style.
Dopo la nebbia e il panettone con l’uvetta e i canditi, la settimana della moda è uno degli stereotipi di Milano, immancabile ed irrinunciabile. Tutta la città ribolle di un’energia glamour dovuta alle auto che impazzano per le strade, al traffico, ai fotografi, ai modelli e modelle che solcano a grandi falcate i marciapiedi, ai vip attesi ore ed ore davanti alle locations scelte per le sfilate, agli stilisti, ai testimonials delle campagne pubblicitarie e così via…
E poi, eventi, cocktails, happening, vernissage, cene e contro cene, aperitivi, buffet insomma si beve (molto) e si magna (poco!) a questa settimana della moda di Milano, l’altro polo della grande moda insieme a Parigi, dove ormai in passerella succede di tutto (come abbiamo visto con Rick Owens). In questa pletora di gente (umana e sub-umana) che lavora (chi più chi meno) nel mondo del fashion quest’anno più che mai, la scena l’hanno rubata loro, i fashionisti, ovvero questi “cosi” che non si sa bene cosa facciano per campare, fatto sta che saranno tutto il giorno fuori dalle sfilate per farsi fotografare. O meglio, per farsi immortalare dagli street photographers perché oggi più che mai la moda non è da “catwalk”, cioè da passarella, ma da strada. E’ il momento dello Street Style.
Fondamentalmente, è il momento secondo me, di chi non ha voglia di lavorare, ma siccome c’è la crisi e la disoccupazione dilagante, almeno si armano di fantasia e spirito di iniziativa e, col poco gusto che si ritrovano passano ore ed ore esposti ai gas di scarico e all’andirivieni di auto blu, che solo per questo meriterebbero la nostra pietà. Ma chi sono costoro? Partiamo dagli albori, quando, almeno all’inizio promettevano bene, eccome!
Tutto nacque nel fresco agosto del 1980 a Londra, quando, Terry Jones, già art director di British Vogue dedicò il primo numero della rivista britannica i-D ad un nuovo genere di moda inizialmente ispirato agli stili delle sottoculture giovanili urbane; l’intento della pubblicazione era di rappresentare una contemporanea pluralità di stili – dal punk al new romantic, dal rastafarian al goth. Un nuovo modo di vivere la moda che si proiettava direttamente ‘sulla strada’, come su un paesaggio fluido fatto di ‘persone vere’ con indosso ‘abiti veri’, colte nei luoghi e negli atteggiamenti più casuali. “Generazione senza nome”, fu questo l’appellativo dato al nuovo genere modaiolo di grido. E cosa penserebbe Terry Jones se vedesse cosa sono diventati?
Innanzitutto, non hanno più la spontaneità dei primi anni. Te li trovi dovunque e non per caso; esempi: sulle rotaie di Viale Monte Nero fuori dalla sfilata di Dolce&Gabbana oppure sul pavè di Piazza Oberdan adiacente a quella di Gucci, ma soprattutto via Fogazzaro fuori dalla sfilata di Prada.Se volete incontrare ed insultarli sapete dove andare, ma non dite che vi mando io!
Crescono e si moltiplicano come funghi, vagano con aria delirante senza meta sperando di attrarre l’attenzione (benevola) di qualcuno, parlando al telefono, simulando facce distratte e naturali quando qualcuno li fotografa quando in realtà sono palesemente in posa. I più tristi li vedi vagare su Piazza del Duomo o in Galleria che si fanno fotografare da qualche asiatico, cinese o giapponese, sperando di conquistare qualche “like” sui social network, Pinterest ed Instagram in primis.
Insomma, non sono famosi, non dettano tendenza, non sono nessuno e sono vestiti in maniera improbabile e cosa più grave la maggior parte di loro non ha nemmeno un fashion blog! Ma come si fa? Cosa sei a fare al mondo se non hai un fashion blog? Quale è il ruolo tra le umani genti se non possiedi una paginetta su internet pregna delle tue foto davanti allo specchio che immortalino i tuoi cambi d’abito? E pensare che, stando così le cose, all’inizio ci avevano fatto bene sperare, ma sono bastati trent’anni per passare da un nuovo movimento generazionale senza nome ad un “Nuovo movimento di senza cervello”. Auguri!











