di Giuseppe Mazzella
Ho già avuto modo di affermare che l’elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito Laburista inglese contiene segni positivi per il ritorno a politiche pubbliche per lo sviluppo ed il lavoro dopo un buon trentennio di politiche liberiste all’insegna di “ meno Stato e più mercato” dove il termine più usato ed abusato è stato “ liberalizzazione”.
Quasi per sprigionare un sistema economico con un mercato del lavoro “ immobilizzato” che non permetteva una “ crescita” anche perché c’era stata, nel trentennio precedente, una espansione forse eccessiva del “debito pubblico” con una “ spesa pubblica” insostenibile con gli altri obiettivi della politica economica.Da qui le cosiddette “politiche di austerità” – dopo la spesa facile – da parte degli Stati dell’Unione Europea per contenere la spesa pubblica con le conseguenti riduzioni dei servizi dello “ Stato Sociale” a partire dal servizio sanitario, all’assistenza sociale, alla riduzione degli “ammortizzatori sociali” cioè il sostegno alla disoccupazione, al trasporto pubblico e così via.
Questa politica “ liberista” e non “ liberale” – come era da prevedersi – è stata efficace nel breve periodo ma non nel lungo. I nodi sono venuti al pettine perché una politica “ liberista” non può determinare piena occupazione anzi punisce soprattutto le classi sociali più deboli ed indifese nel mondo globalizzato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti con una disoccupazione soprattutto giovanile altissima e senza prospettiva di diminuzione.
L’elezione di Jeremy Corbyn segna una svolta. Jeremy ha 66 anni e 32 anni di esperienza alla Camera dei Comuni. Un’età oggi da “ pensione”. Diviene capo del Partito Laburista inglese –quello che rappresenta soprattutto i “lavoratori del braccio” ( anche quelli della “ mente” ma sono una minoranza) da oltre 100 anni – nella Patria della prima rivoluzione industriale ed in un Paese che ha dato all’umanità il primo ed il secondo “trattato sul governo” di John Locke ( 1632-1704) che è la stessa di John Stuart Mill ( 1806-1873) il quale ha dato al mondo i “ principi di economia politica” ( 1848) e soprattutto il “ saggio sulla libertà” ( 1859).
E’ anche il Paese dove si rifugiò Carlo Marx e dove c’è la sua tomba. E’ il Paese di John Maynard Keynes ( 1883-1946) che ha dato al mondo il “ trattato sulla moneta” ( 1930) e soprattutto la “ teoria generale sull’occupazione, l’interesse e la moneta” ( 1936).
Insomma la Gran Bretagna fa scuola per l’Occidente e non solo. Fa scuola anche per il modo con cui ha applicato il colonialismo e come – prima fra tutte le altre potenze dei secoli XVI, XVII, XVIII e XIX – lo ha trasformato – da “empire” in “Commonwealth” fin dal 1931. E non solo: è stata capace di giocare con due mazzi di carte – tra Europa e Stati Uniti d’America – entrando nella Comunità Europea (ma de Gaulle che conosceva gli inglesi non voleva) ma restando legata ai “cugini” americani e non entrando nella moneta unica. La Sterlina non si tocca. Londra non è più la più importante capitale della finanza ma è la seconda. E’ in questo Paese europeo che è un’Isola, che ha la lingua più praticata del mondo e quella degli “affari”, che a guidare una opposizione “ alternativa” o di “alternanza” al partito al potere – già vincente per molto tempo negli ultimi 100 anni – è stato scelto un uomo di 66 anni che si definisce “ socialista” e che per 32 anni è stato un modesto deputato di Sua Maestà nelle seconde file del Partito Laburista. Ma quest’uomo che canta ancora “ Bandiera Rossa” ai cortei dei lavoratori non è un massimalista o un populista. Ha chiamato 7 grandi economisti progressisti occidentali per stilare un programma economico.
Uno di questi è una donna mezza italiana e mezza americana, Mariana Mazzucato, che scrive in contemporanea su un giornale inglese ed italiano e lo diffonde sul web un vero e proprio “ Manifesto “ del socialismo del XXI secolo. Sottolinea al tempo della “finanzializzazione” del mondo cioè troppa “finanza” e poca “industria” che significa “speculazione” e non “investimenti” che oggi c’è bisogno in Occidente di una “ finanza paziente e a lungo termine”, di “formare il capitale umano” delle aziende private e pubbliche, che le istituzioni pubbliche debbono costituire “ agenzie pubbliche” per la politica economica “audace”. Soprattutto – a mio parere – dice che “la politica di bilancio e la politica monetaria sono importanti ma solo se abbinate alla creazione di opportunità nell’economia reale”. Cosa vuole dire? Forse che insieme alla riduzione degli sprechi – questa è la sostanza dell’ “ austerità” – bisogna pensare a come accrescere lo sviluppo.
Trasferisco questa opinione ai sistemi “locali di sviluppo”. In Campania ne sono stati individuati 45 dalla Regione Campania. Uno di questi è quello dell’ isola d’ Ischia, divisa in 6 Comuni, con 63 mila abitanti, 3000 imprese, 14mila iscritti al Centro per l’ Impiego, con una economia tutta imperniata sul turismo e dove il commercio e l’ agricoltura sono indotti. In questo “ Sistema Locale di Sviluppo” per trent’anni si è abusato della “ spesa pubblica” e del clientelismo delle “ società partecipate” presentando gli aspetti degenerativi del “ socialismo municipale” e non si è mai avviata una concreta e seria politica di possibile Pianificazione Territoriale e Programmazione Economica.
Ma questo è successo ovunque in Campania. Il socialismo del XXI secolo è quindi un “liberalismo di sinistra” che fa tesoro del percorso delle idee di Giustizia per almeno tre secoli con le loro espressioni partitiche e delle fughe in avanti che hanno prodotto passi indietro. E’ questa via – a mio parere – che bisogna attuare sul piano nazionale e locale. Inchiodare tutti alla concretezza di un percorso di miglioramento possibile e realista. Con una “ direzione nuova per l’ intera economia”.













