Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

Quando eravamo a cavallo

 di Lidio Aramu

L’espansione della città di Napoli verso Occidente fu tenacemente voluta da Benito Mussolini. Fu lui, infatti, ad opporsi con forza al disegno di una Triennale d’Oltremare posizionata sul promontorio di Posillipo giacché, nelle sue convinzioni, essa oltre a rappresentare un formidabile strumento per la promozione dell’economia meridionale e nazionale e la valorizzazione del porto potenziato di recente negli armamenti e modernizzato nelle strutture, costituiva l’occasione per attuare una improrogabile bonifica di Fuorigrotta, suburbio degradato e fatiscente di Napoli

Scuola di equitazone, un disegno di Carlo Cocchia

La Scuola di equitazone, un disegno di Carlo Cocchia

Iniziata ufficialmente col primo colpo di piccone inferto il 30 gennaio 1939 alle vetuste costruzioni dall’onnipotente prefetto Giovan Battista Marziali, la riqualificazione urbanistica si arrestò a causa del II Conflitto Mondiale. Tuttavia essa è ancora, nonostante gli anni trascorsi e gli effetti della speculazione edilizia, perfettamente riconoscibile. L’identificazione dell’opera del Regime è, infatti, agevolata da quel che resta della Mostra d’Oltremare e dell’ex “Collegio Costanzo Ciano per i figli del popolo”, solari testimonianze dell’urbanistica, delle architetture e, nel caso del Collegio (ex N.A.T.O.), della solidarietà sociale degli Anni del Littorio.

E’ opinione diffusa e consolidata che entrambi rappresentino due importantissime tessere del mosaico della storia dell’Architettura e del razionalismo napoletano. Il mondo accademico ha dedicato loro studi approfonditi ed una vasta pubblicistica. Non si può dire lo stesso per l’opera prima di Carlo Cocchia, un gioiellino di architettura razionalista, costruito al confine tra l’Oltremare ed il Costanzo Ciano.

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Carlo Cocchia

Poco più che trentenne, l’architetto futurista fu chiamato nel 1937 da Vincenzo Tecchio, Commissario di Governo per la Triennale d’Oltremare e vice presidente del Consiglio Provinciale delle Corporazioni di Napoli (Camera di Commercio), a collaborare alla realizzazione della “Città dell’Impero”.

I lavori per la costruzione della Triennale iniziarono nel maggio del 1938 con la piantagione di alcune palme da dattero. In quegli stessi giorni, con ogni probabilità, su un suolo periferico della Triennale prendeva corpo il complesso di edifici della “Scuola Napoletana di Equitazione XXVIII Ottobre”.

Realizzata su progetto di Carlo Cocchia e destinata ai cavalleggeri della Gioventù Italiana del Littorio, la Scuola fu inaugurata dal segretario del P.N.F. e comandante in capo della GIL, Achille Starace, il quattordici dicembre del 1938 e non nel 1939 come testimonia un prezioso filmato dell’Istituto Luce. Da quella data, come riportano le cronache cittadine del tempo, l’impianto sportivo fu visitato dai gerarchi e dalle autorità più in vista: da Attilio Teruzzi a Ettore Muti, al Principe di Piemonte, tanto per citarne alcuni. Tuttavia, dopo circa un anno, la struttura fu data in concessione ad una società privata che aggiunse la propria ragione sociale alla denominazione originaria che diventò “Scuola Napoletana di Equitazione – Società Napoletana di Cacce a Cavallo”.

Circolo e maneggio coperto

Circolo e maneggio coperto

Un passaggio che non contribuisce certo a diradare le perplessità sull’uso improprio di un’area espropriata per l’Oltremare ed utilizzata invece per ubicarvi una struttura “ideologicamente”, e non solo, avulsa dal contesto funzionale dell’Esposizione flegrea. Sulle origini della Scuola, Giuseppe Rubino, nella sua “Breve Storia Della Scuola Napoletana d’Equitazione” accenna ad un’ipotesi maliziosa secondo la quale la Scuola sarebbe stata realizzata per volontà del Federale dell’epoca (Edoardo Saraceno) “per forza ‘e suttomano” e per “allevare ivi il cavallo berbero, proveniente dall’Africa Orientale”.

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Gabriele D’Annunzio

Senza alcun dubbio si tratta di una teoria amena sia perché la “forza ‘e suttomano” è tutt’altro che dimostrata, sia perché la giustificazione di allevare a Napoli il cavallo berbero – che non proveniva dall’A.O.I. – sarebbe stata poco credibile data l’esiguità dello spazio disponibile, sia per il fatto che il luogo d’origine della razza equina, la Libia, era territorio italiano e gli esemplari potevano quindi essere importati senza particolari problemi dagli allevamenti della Quarta sponda.

Con ogni probabilità la decisione di costruire una scuola di equitazione fu piuttosto dettata dal desiderio di recuperare l’antica, bella ed elegante tradizione napoletana dei concorsi equestri al “Campo di Marte”.

Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao

Edoardo Scarfoglio e M. Serao

Era questo il luogo ove si radunavano i gentiluomini e le dame della Belle Époque, il mondo di Gabriele d’Annunzio e di Edoardo Scarfoglio. Un mondo che scomparve con l’esplosione della Prima guerra mondiale. Con la guerra di trincea, infatti, di corse al Campo non si parlò più.

Nel primo dopoguerra sul Campo di Marte fu costruito l’aeroporto di Capodichino. Per i concorsi ippici fu quindi utilizzato il Campo dell’Arenaccia, ove nel salto agli ostacoli si esibivano in prevalenza gli ufficiali del Regio Esercito. Sparì la nobiltà e fece capolino la borghesia e sebbene i concorsi fossero di buon livello tecnico, questo impianto non conobbe i fasti e gli splendori del Campo. Anche il galoppatoio, l’ottocentesco trottoir, che cingeva da ogni lato la Villa Comunale, a causa degli ampliamenti della sede stradale e delle tempeste di sabbia che si scatenavano nelle giornate di maltempo, pian piano fu eliminato. L’ultimo tratto prospiciente il mare fu, per volontà del podestà Giovanni Orgera, trasformato in un grande viale alberato da destinare ai giochi dei ragazzi (1938).

Il recupero della tradizione partenopea del concorso ippico e dell’equitazione in genere, non poteva quindi prescindere dall’individuazione di un luogo sul quale creare un impianto deputato alla bisogna. Fu così che un gruppo di sportivi (Antonio e Salvatore Spinelli, Giuseppe Perlini, Tommaso Leonetti, Guglielmo Belgo e Michele Romano), gli stessi che avevano realizzato l’ippodromo romano di Villa Glory, chiesero ed ottennero in concessione dal Comune un suolo ubicato ad Agnano.

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Maria Jose ad Agnano, 1935

Suolo donato dal cavaliere Raffaele Ruggiero al Municipio alla fine degli Anni ‘10 perché questi vi costruisse un ippodromo. Il 2 giugno del 1935 Alessio Ascalesi, cardinale di Napoli, e la futura regina d’Italia, Maria Josè, poterono così inaugurare l’ippodromo di Agnano destinato alla pratica delle corse al trotto ed al galoppo.

Mancava ancora all’appello un impianto sportivo in grado di rinverdire gli antichi fasti dei concorsi ippici al Campo e, ancor prima, quelli della “Scuola napoletana” di equitazione di Giovanni Battista Pignatelli (fine del sec. XV e principio del sec. XVI), grazie alla quale giungevano a Napoli cavalieri da ogni angolo d’Europa, desiderosi di apprendere l’arte di cavalcare e, soprattutto, le regole dell’equitazione d’alta scuola definite per la prima volta dalla Scuola del Pignatelli e che ben presto si diffusero in ogni dove. In soli quattro mesi il vuoto fu colmato. Il complesso costituito dal Circolo, dal grande maneggio coperto (1320 mq.), pur rispettando i canoni del razionalismo mediterraneo, risentiva delle interpretazioni che Giuseppe Pagano aveva dato all’architettura rurale (VI Triennale di Milano, 1936) e delle suggestioni indotte dall’impronta di Roma nei Campi Flegrei.

Colonnato con compluvium e impluvium

Colonnato con compluvium e impluvium

Richiami alla romanità che si sostanziavano nell’ingresso principale, caratterizzato da otto colonne racchiudenti l’impluvium, una vasca di maiolica in cui si riversavano le acque piovane provenienti dal compluvium posto nella parte alta del colonnato, riportava alla mente il peristilio delle antiche case romane di Pompei; nel muro di sostegno del terrapieno sul viale XXVIII Ottobre (oggi della Liberazione) realizzato in pietra lavica sistemata ad opus incertum, le arcate rosso pompeiano del portico laterale a ricordare le sinuosità degli acquedotti romani.

Di tutto ciò oggi non resta nulla. La Scuola Napoletana di Equitazione, danneggiata dal bombardamento americano di fine agosto del ’43, nel dopoguerra fu oggetto di un restauro tutt’altro che filologico che ne mutò volumi e stile architettonico sino a renderla irriconoscibile. E’ una perdita grave, ma forse, considerato il fiume di finanziamenti europei che tumultuoso scorre a poca distanza dalla Scuola per assicurare i fondi necessari alle opere di restyling della Mostra d’Oltremare, con un adeguato progetto di restauro dell’originale complesso, molto probabilmente si potrebbe recuperare alla Storia dell’Architettura moderna partenopea una preziosa testimonianza del genio di Carlo Cocchia.

 

 

 

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4 pensieri su “Quando eravamo a cavallo

  1. Giovannella Sansone

    Grazie a Lidio Aramu per questo articolo molto interessante ! Con i suoi articoli rende nota una verità storica che volutamente e faziosamente viene omessa o travisata per opportunismo ! La sua cultura e’ fondamentale come riferimento veritiero della memoria storica del nostro Paese per le generazioni contemporanee e future !!!! Grazie
    Giovannella Sansone

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    1. Domenico Orlacchio

      Architettura ed opere di grande rilievo internazionale della stessa E 42 di Roma.
      Portata a termine solo in 18 mesi che ha interessato una superficie di 700.000 metri quadrati oltre al collegamento esemplare del viale Augusto e della funivia per via Boccaccio.
      Le opere, su impianto di Marcello Canino, furono affidate tutte a giovani architetti, diventati successivamente grandi professionisti che hanno onorato l’architettura del Novecento a Napoli.
      Arch. Domenico Orlacchio

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  2. paolo

    Lidio, mi piace il tuo articolo ( non è questo il primo) soprattutto perché assolve con chiarezza, semplicità ed esaustività la missione primaria di far conoscere le ” Res Gestae ” della nostra storia che, se pure limitati in ambiti ristretti di luoghi e tempi, considerati nell’ambito territoriale nazionale e extra e nel tempo avuto a disposizione mettono a conoscenza di tutti coloro che per motivi generazionali la ignorano , la potenza e lungimiranza della strategia di politica sociale di governo di quegli anni.
    Tuttavia, da appassionato di storia antica e, quindi, delle sue testimonianze, devo rilevare che nei campi flegrei all’atto del sorgere dei tempi nuovi queste rimasero neglette, se non cancellate proprio dal la ristrutturazione in chiave moderna della zona in questione senza che fosse stato preso in considerazione un progetto di recupero e rivalutazione delle molteplici e marcate (ancora oggi ) e importanti testimonianze della secolare presenza di insediamenti civili, commerciali e militari romani di cui è ricca la zona dei campi flegrei.
    Ti chiedo di approfondire questo aspetto della storia di Napoli e dei campi flegrei soprattutto, allo stato, per lenire la ferite dell’abbandono e creare la premesse di un rilancio economico che moltissimi auspicano in relazione al turismo, imitando solo l’ordinanza della Marina borbonica: “FACITE AMMUINA ”
    A presto, Paolo Picillo.

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  3. giovanni luigi panzetta

    Grazie a Lidio Aramo, per questa nota storica dedicata a una parte bellissima, ma bistrattata, che è il nucleo fondativo della Fuorigrotta attuale. Se ieri (gli anni 30 del Sec. scorso), essa aveva un respiro internazionale, oggi è in conflitto con se stessa e con le proprie istituzioni (competenze di su Bagnoli sottratte al Sindaco); enti di gestione (Ente Mostra) che vanno contro gli interessi della città per favorire nascosti interessi di privatizzazione lenti e ancora in atto (le dismissioni e le cessioni o le concessioni di spazi della Mostra d’Oltremare), già tante volte segnalate da Lidio Aramu. Nonostante gli sbandierati grandi progetti di riqualificazione urbana mai decollati, Fuorigrotta rimane oggi una parte urbana della città che grazie a quei nuclei fondativi (Villaggio Ciano, Mostra e funivia di collegamento con Posillipo) potrebbe assumere ancora un ruolo di primo piano nel panorama urbanistico europeo per la riqualificazione urbana.

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