Nella Questura di Napoli ci sono luoghi della memoria che, come dicono quelli che amano parlar forbito, bisogna preservare dai rischi del tempo.
Al piano ammezzato oggi resiste (nonostante i tentativi e le entrate a gamba tesa di qualche questore transitato per via Medina che per i giornalisti non nutriva troppo affetto) la Sala Cronisti, il magnete che prima o poi riesce a calamitare chiunque debba occuparsi di nera. Con i tempi che corrono non è escluso che tra un paio di decenni qualcuno possa addirittura inserirla in uno degli itinerari del Maggio dei Monumenti: e magari la guida spiegherà che in quegli stanzoni lavorarono intere generazioni di cronisti, alcuni dei quali diventarono pure penne di primo calibro fino a trasmigrare verso importanti testate nazionali.
A quelle scrivanie sedettero Diego La Penna, Peppe D’Avanzo, Franco Di Mare, Massimo Milone, Fabrizio Feo, Nora Puntillo, Vito Faenza, Mario Riccio, Carmine Spadafora, Maurizio Cerino, Egidio Del Vecchio, Enzo Perez e molti altri ancora. Le luci non si spegnevano mai, perché trent’anni, fa le ribattute erano la regola, anche quando era passata l’una di notte. Prima o poi qualcuno dovrebbe scriverci un libro, sulla Sala Cronisti di Napoli: su questo snodo nevralgico di notizie impastate a sudore, sangue e inchiostro.
Ma quelle mura, se potessero parlare, racconterebbero anche l’altro lato della convivenza – spesso problematica – tra colleghi giornalisti. E sono molto più che aneddoti. Ne scelgo solo due, ma sono emblematiche storie della condizione del cronista di nera che – spesso forse anche per esorcizzare forse tutto il male che respira – talvolta cerca riparo alla anche nell’alleggerimento di una goliardata.
Il battesimo del fuoco. Se di cattiveria si trattò veramente, allora fu tramata e ordita a più mani. Estate di tanti anni fa: un prestigioso quotidiano cittadino aveva spedito in Sala Cronisti un’allora giovane collega per “farle fare le ossa” con la nera. Al suo primo giorno in Questura gli altri colleghi si dimostrarono subito spietati. Sul far della sera a un brizzolato corrispondente venne l’idea dello scherzo: “Ragazzi! – urlò – abbiamo una suora uccisa, e l’assassino è un sacerdote!”. La sventurata alle prime armi notò il confabulare dei colleghi della “concorrenza” e cominciò a sudare freddo; dopo un’ora e più di inutili ricerche (provava a verificare la notizia attraverso le fonti ufficiali: sale operative di polizia e carabinieri, senza però trrovare conferme al fatto), si avvicinò a chi aveva dato la notizia e – timidamente – chiese aiuto. “Eh, guarda, stasera stiamo messi male – le rispose lui – perché abbiamo saputo che, trattandosi di delitto commesso in convento, la competenza delle indagini non è di polizia e carabinieri, ma delle guardie svizzere”.
Lei, senza scomporsi, prese il telefono, chiamò il capocronista e candidamente riferì punto per punto la bufala, aggiungendo che bisognava interpellare il Vaticano…. Dopo qualche mese la collega pensò bene di farsi trasferire in altro settore. La nera, forse, non era affar suo.
In data odierna… Qualche anno dopo a finire nel tritacarne fu un altro collega, lui sì navigato, al quale le solite menti diaboliche tirarono uno scherzo che solo per un pelo non gli costò il licenziamento. Erano passate le 23: orario pericolosissimo per chi segue la nera, innanzitutto perché si è sul filo dell’uscita della prima edizione dei giornali, e poi perché – a Napoli – quello pare essere l’orario preferito dai criminali per cominciare a far danni. Gli altri tre colleghi presenti in quel momento avevano pianificato tutto a tavolino, già nel pomeriggio.
E così, alle 23,10, squillò improvvisamente un telefono. “Hanno arrestato Nino D’Angelo!”, e tutti simularono a loro volta concitatissime chiamate alle redazioni centrali per dare la notizia in tempo perché venisse stampata per la prima edizione. Uno dei demoni complici stampò anche una falsa velina della Questura, con tanto di carta intestata, sulla quale si leggeva: “In data odierna, in questa via… è stato tratto in arresto il noto cantante DAngelo Gaetano, detto Nino…”: seguivano i particolari dello scherzo atroce, che davano il caschetto biondo già a Poggioreale con l’accusa infamante di traffico di stupefacenti. Tutto ovviamente falso.
Lo sfortunato cronista, senza colpo ferire (e senza curarsi di verificare la bufala) alza il telefono e comunica al vicedirettore lo scoop, leggendo la (falsa) velina: “In data odierna hanno arrestato il noto cantante D’Angelo Gaetano, detto Nino…”. Apriti cielo. Dal prestigioso quotidiano partì alla tipografia l’ordine di fermare le rotative. Fermare le rotative, per chi non lo sapesse, è una delle iniziative che nessun direttore si augurerebbe mai di dover dare. Anche perché l’operazione comporta costi altissimi per l’azienda. Dopo mezz’ora di concitatissimi controlli, si rintracciò D’Angelo che – esterrefatto – comunicò di trovarsi in una stanza d’albergo fuori Napoli, dove aveva appena finito la serata di una sua tournée. Il finale, e cioè la telefonata che il capocronista fece al nerista buggerato, forse sarà meglio non raccontarlo. Il rosario di imprecazioni e insulti sgranato sarebbe, al di fuori di una Sala Cronisti, tutto sommato sconveniente.








