di Adolfo Mollichelli
Si ferma a Udine. Frana. Precipita come un drone malandato. Nella colorata Dacia Arena c’è un azzurro sbiadito. I bianconeri furlani strapazzano il Napoli che non c’era. E forse consegnano lo scudetto ai bianconeri piemontardi
Friuli amaro, ancora una volta. L’ultima sortita quasi nove anni fa. Già era il Napoli di De Laurentiis, lo guidava Reja. Una manita firmata da Lavezzi, Zalayeta (2), Domizzi e Sosa. Sconfitta pesante nel punteggio, pesantissima per il gioco (non) espresso, letale sul piano psicologico.
Dopo le soste capita che si perda il bandolo della matassa, che si smarrisca la continuità. E che non ci si ritrovi al cospetto di un avversario che magari si immaginava facile preda nonostante il peso di un tabù opprimente.
È accaduto di tutto: due rigori (chiari) contro, il solito gran gol (trentesimo della serie) del Pipita, l’espulsione di Sarri, poi quella di Higuain. Ma soprattutto è accaduto che De Canio abbia incartato (come suol dirsi) Sarri. Il buon Gigi, che fu guida azzurra, vive a Vico Equense patria della pizza a metro. Sottratto dalla famiglia Pozzo al lucido mestiere di opinionista nei salotti televisivi di casa nostra, De Canio ha imbrigliato i movimenti degli azzurri metro per metro.
Ossessive le marcature predisposte ad uomo. Determinante quella di Therau su Jorginho impossibilitato ad esprimersi con geometria e libertà. Tenete presente che il francese è un attaccante e che non si è limitato a fare il mastino sul regista azzurro come dimostrato dall’azione del terzo gol con estirada sul malcapitato Albiol.
È accaduto di conseguenza che l’Udinese avesse superiorità netta a centrocampo. Grazie anche alla latitanza di Hamsik (già decisa una discussione a Chi l’ha visto) braccato da Badu ed alla solitudine in cui si è trovato ad agire Allan seguito da Fernandes.
È accaduto che dopo i riti pasquali non ci fosse più tempo per gli arcangeli e che Gabriel alla sua prima apparizione in campionato decidesse di donare le ali all’angelo nero Zapata.
Per amor del vero va detto che Gabriel aveva quasi parato il primo tiro dal dischetto di Fernandes, che aveva respinto il secondo sempre al portoghese smilzo, che sulla ribattuta aveva salvato su Felipe e che si era prodotto in un altro volo decisivo.
È accaduto che la chiusura delle fasce abbia precluso i famosi triangoli azzurri con il conseguente stop alle catene, sia di sinistra che di destra. Che lo svizzero Widmer sia apparso come un clone di Dani Alves, imprendibile per Ghoulam orfano del minimo aiuto da parte del capitano crestato.
Che Koulibaly sia franato su Badu, che il frastornato Ghoulam non abbia accompagnato verso l’esterno l’imprendibile Widmer. Che Hysaj si sia fatto confondere spesso dal confusionario Armero.
È accaduto che Insigne si sia riscoperto impalpabile, tanto da inciampare solitario nell’attrezzo che solitamente domina.
E infine è accaduto che Higuain argentino si sia fatto espellere per un tocchetto in reazione su Felipe che è brasiliano e si sa come vanno le cose.
Da dimenticare l’isteria del Pipita in rieplica al “vada fuori” di Irrati. Potrebbe costare cara in termini di giornate di squalifica.
Ve l’avevo detto. È accaduto di tutto. E di più. E mentre la Juve si allontana, la Roma si avvicina. Non si mandi all’aria quanto di buono e di bello si è prodotto sin qui. In sette giornate.











