Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

Sfacelo Mausoleo
Una lapide sulle coscienze

di Lidio Aramu

Quattro  novembre 1918. Dopo un’orrenda carneficina durata ben 41 mesi, “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalirono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza” ed Armando Diaz, duca della Vittoria, poteva così annunciare la fine delle ostilità contro l’Austria-Ungheria.

Il sogno risorgimentale dell’Unità d’Italia si era finalmente concretato. Le campane suonarono a festa. Nelle piazze e per le strade gli italiani diedero vita a manifestazioni di giubilo e di entusiasmo per la felice conclusione del Grande conflitto. Ma all’appello mancavano ben 680 mila giovani caduti nelle trincee, lungo i fiumi e sui monti. Luoghi che per l’estremo sacrificio di questa gioventù rese “sacri alla Patria”.

Tra quelle folle festanti comparivano oltre un milione di feriti e circa 700 mila mutilati a testimoniare che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima. Lontanissimi apparivano gli spensierati anni della Belle–Epoque. Dai fronti, sotto mutate vesti, il conflitto si trasferì nelle pieghe del tessuto sociale facendo riaffiorare la contrapposizione tra coloro che alla guerra avevano partecipato e quelli che invece l’avevano osteggiata da sempre.

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E dal combattentismo prese corpo il futuro politico della nazione mentre il culto della patria e dell’eroe costituì il fondamento di una ventennale religione laica la cui epifania coincise col rito solenne della traslazione della salma del Milite Ignoto da Aquileia a Roma e la sua tumulazione nel Vittoriano. Da quel momento il monumento alla prosopopea savoiarda assunse il nome di Altare della Patria ed in tutte le città d’Italia cominciarono a sorgere nelle piazze del centro o nei luoghi più suggestivi, i santuari della memoria, i monumenti ai Caduti ed i Parchi delle Rimembranze.

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A Napoli, la prima lapide celebrativa con l’elenco dei nomi degli studenti caduti sui vari fronti, apparve nel ’19 sui muri del Liceo Vittorio Emanuele II, le ultime nel ’44 su quelli dell’Università Federico II. Lapidi, lapidi monumentali, monumenti e cappelle votive furono collocate nelle sedi delle pubbliche amministrazioni, degli istituti di credito, sui muri delle chiese, delle scuole di ogni ordine e grado, delle piazze e lungo le strade del centro storico della città.

Tutte hanno superato le prove del tempo, del Secondo conflitto e della furia iconoclasta post bellica, tuttavia, i marmi all’aperto presentano, per noncuranza del Municipio, una caratteristica comune: l’illeggibilità. Sorte peggiore è però toccata al Sacrario dei Caduti di Posillipo.

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Armando Diaz

A mezza costa di Posillipo, rivolto verso la falce del Golfo ed il mare turchino, Matteo Schilizzi, facoltoso banchiere livornese, nella seconda metà dell’Ottocento fece costruire dall’ingegnere Alfonso Guerra un imponente mausoleo in stile neo-egizio. Volendo così testimoniare il suo imperituro affetto al fratello Marco scomparso di recente e dimostrare alla città la sua potenza economica. La costruzione andò avanti lentamente e a singhiozzi per la cagionevole salute dello Schilizzi e per la rarefazione dei fondi necessari al completamento della faraonica opera. Morto il banchiere, gli eredi per ricavarne dei soldi, decisero di mettere in vendita l’edificio e lottizzare il vasto parco circostante.

Era il 1919, e Camillo Guerra, figlio di Alfonso, conscio della volontà del Governo nazionale di realizzare i Sacrari ai Caduti per la Patria, utilizzando, per ragioni di economia, preesistenti edifici di culto, si oppose tenacemente all’abbattimento dell’opera paterna ed alla cementificazione del parco e chiese ed ottenne che fosse trasformata in un luogo della memoria. Pur incontrando il favore del Comune, l’impresa si presentava complessa e difficile per l’usuale mancanza dei fondi. Ostacolo questo che fu superato grazie alla munificenza della contessa Anna Martinelli che rese disponibile la somma necessaria all’acquisto del manufatto dagli eredi Schilizzi e dalla sottoscrizione popolare che raccolse quella indispensabile al completamento dell’opera.

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Il Mausoleo

Nel 1929 alla presenza delle autorità civili e religiose, delle associazioni combattentistiche, di formazioni militari in armi e di un’incontenibile folla di cittadini, il Mausoleo fu ufficialmente consacrato alla memoria dei Caduti e consegnato alla città.

Da oltre un ventennio il Sacrario è purtroppo oggetto di un inarrestabile degrado. Infiltrazioni d’umidità, frequenti distacchi degli intonaci, caduta di calcinacci e, non ultimo, l’incendio delle centraline elettriche, di fatto, rendono inaccessibile i locali persino ai familiari dei caduti che vorrebbero pregare sulla tomba dei loro cari, ma non alle insensibili autorità che, in quegli stessi saloni, continuano a presenziare, ai rituali di novembre ed aprile. Parimenti il parco versa in uno stato di totale abbandono.

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Lo sfacelo Mausoleo

Di fronte a tanta rovina vien naturale chiedersi il perché ciò accade. Per quale motivo monumenti che dovrebbero essere gelosamente tutelati in quanto originali testimoni di un’epoca sono invece abbandonati alla lenta ma inesorabile azione disgregatrice degli agenti atmosferici.

Data la funzione celebrativa del manufatto, la ragione immediatamente va a cercare le responsabilità in una possibile “damnatio memoriae” decretata da un’ideologia tardo resistenziale. Ma le evidenze non confortano questa teoria giacché nel Sacrario riposano i caduti della I Guerra Mondiale, quelli delle guerre coloniali e gli scugnizzi delle IV Giornate. L’incuria sarà quindi l’amaro frutto dei bilanci perennemente in rosso dell’Amministrazione comunale.

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Ma neanche questa spiegazione trova conforto nella realtà perché non viene neanche effettuata l’elementare rimozione del fogliame che ostruisce le pluviali e che consentirebbe un’apprezzabile riduzione delle infiltrazioni d’acqua nelle pareti e nelle tombe del Mausoleo. E poi, quanto costerebbe ripristinare la leggibilità delle lapidi commemorative? Se ne potrebbero far carico le Municipalità…

Si tratta forse dell’incapacità – indotta e strutturale – delle amministrazioni comunali di Napoli nel tutelare e valorizzare il vasto patrimonio monumentale di propria competenza?

No, la verità è più semplice ma altrettanto drammatica. Siamo di fronte alla cancellazione della memoria storica, al sacrificio delle nostre peculiarità culturali sull’altare della globalizzazione dei mercati. Un villaggio globale dove tutto si somiglia: centri commerciali, pubblicità, programmi televisivi, grandi eventi, stili di vita. Una realtà alienante, indecifrabile come un’estesa area metropolitana in cui per distinguere e riconoscere le località bisogna far ricorso alla cartellonistica stradale.

socio Antonio residente a Napoli, ha partecipato alle celebrazioni al Mausoleo di Posillipo (Ara votiva per i caduti della patria) indossando la divisa in uso alla Fanteria durante la I Guerra Mondiale

“Quando una nazione perde il contatto col suo passato – ha scritto Francesco Alberoni – con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, decade rapidamente, smette di pensare, di creare e svanisce”. Occorre quindi recuperare e marcare la nostra identità culturale per poter competere nel mondo globalizzato senza rimanerne soffocati.

In tale prospettiva il patrimonio monumentale è fondamentale per le sue valenze storiche, artistiche ed architettoniche e soprattutto per la capacità di parlare al cuore ed alla mente degli osservatori.

Le lapidi, le lapidi monumentali, i monumenti ed i sacrari vanno tenacemente conservati giacché, lungi dal rappresentare una tangibile manifestazione della retorica guerrafondaia, inducono a  riflettere sugli orrori dei conflitti armati ed al ripudio della guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi. Moniti imprescindibili per i giovani della nostra epoca ove i “master of war” hanno inventato le “missioni di pace” e l’esportazione della democrazia sulla punta delle baionette.

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Entrate in uno dei tanti ordinatissimi cimiteri di guerra come ho fatto spesso io nel corso della mia vita. Passeggiate lentamente tra le sepolture leggendo l’età del caduto e provate a raccontare i vostri sentimenti quando v’imbatterete in una pietra su cui leggerete “Conosciuto da Dio”.

No, non possiamo far finta di non vedere, denunciamo con forza coloro che per un’effimera visibilità non esitano a distruggere preziose testimonianze storiche come sta facendo il sindaco de Magistris con l’area monumentale dedicata alla memoria di Armando Diaz. Difendiamo tenacemente ogni preziosa tessera del mosaico della nostra memoria storica, della nostra identità, perché come ha scritto Pindaro “un fatto muore quando più nessuno lo racconta”. E ci sono fatti che van ricordati perché non debbano, in nome di Dio, ripetersi mai più.

 

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