di Marco Catizone
Scampia è tutto e niente, purgatorio per vivi e sudario per morti, ghetto-alveare, groviera di rivoli che non sfociano nell’alveo , che si perdono nel nulla a raggiera: insule che si specchiano mirandosi, non incontrandosi mai.
“La bruttezza del presente ha valore retroattivo” (Karl Kraus).
Calamità innaturale, a futura memoria. Nomi da Gotico Paese delle Meraviglie, Case puffose, celesti come occhi morenti, Vele Gialle, Rosse e Arcobaleno, Chalet Bakù, Vanella Grassi, hard discount e piazza-market per sostanze e persone, Visitors (Saviano ne ha vista di tv anni ’80…) e visitatori, poliziotti, sirene, camurria e droga, droga a strafottere, a volontà, a voluttà.
Fumisterie illanguidite da “brown sugar”, bianca tagliata e colombiana (ma non solo), kobret e “robbabbona” : impossibile ridurre l’infinito all’osso, impossibile sbreccare la superficie per saggiarne la consistenza, la portanza, d’un quartiere fatto di sangue, braccia e dignità, divenuto locus delicti, temperie per sfumature uggiose d’un grigio spesso e ferroso, come tondelli a rosicchiare il cemento.
Scampia è tutto e niente, purgatorio per vivi e sudario per morti, ghetto-alveare, groviera di rivoli che non sfociano nell’alveo , che si perdono nel nulla a raggiera: insule che si specchiano mirandosi, non incontrandosi mai.
Edilizia popolare, figlia dei decenni orsono, di leggi speciali, di 167 e terremoto, di miseria e diritti agognati, d’un’urbanistica distorta, architettura carceraria, falansterio per derelitti, contrappasso per una città di mare con abitanti, stravolta dal sacco edilizio dei ’60-’70 e ripagata con moneta sonante da Cassa per Mezzogiorno non più di fuoco, viepiù raggrumato, ai limiti della liquefazione: Secondigliano era terra rurale, con attività piccolo-artigiane, cresciuta impetuosamente in poco più d’un decennio, drogata da masse stipate come partite di merce avariata, calderone dove politica, imprenditoria e malaffare hanno gestito gorghi di cemento e denaro, appalti e pacchetti elettorali. Il solito andazzo italico, la sempiterna decomposizione del tessuto civico, fatto a brani in periferie tristi e solitarie, scollegate da tutto, dalla quotidianità dei popoli urbanizzati, perchè Scampia è un arcipelago di calce e cemento, tompagni imbottiti di polistirolo e bolle d’aria, spore e miceti, perchè nei decenni a scorrere come grani di rosario ben poco è stato fatto. Poi venne l’ero, prima dell’Euro, la coca e tutte le misture del creato: poi venne il Supermarket Scampia, il “trip” continuo della malavita.
Gnommero gaddiano, il degrado è frutto di radici nodose, che s’accavallano e storcono, ma son distinguibili se se ne dipana il filo, un legno alla volta: la voce passa per i luoghi dell’anima, e s’incarna negli uomini che battono la polvere, mischiandosi nella calca, sporcandosi le mani: si dice sovente che la causa del degrado di Scampia fosse in gran parte dovuta al fatto che le Vele furono luogo di occupazione abusiva, era un leit motive negli anni della de-rive gauche bassoliniana, Don Antonio lo andava concionando spesso: ma se si mira all’osso, l’unica vera Vela occupata, è stata la Vela Gialla, l’unica che non ha subito processi di degrado sociale e di trasformazione strutturale, mentre le altre furono assegnate in base alle graduatorie dell’epoca, frutto d’una politica pro- ghetti, che l’intellighentia affaristica e metapoliticante aveva predisposto, e che portò alla frantumazione del civismo aggregativo, all’insediamento di nuclei familiari in alveari sempre più degradati, più satelliti e periferici.
Nel tempo il degrado s’affastella, si comprende l’abbrutimento, si corre ai ripari frantumando le velleità architettoniche dei vitruviani abbrutiti che le avevano progettate: a Scampia le insule si riducono, gli spazi ridiventano più umani: le nuove Vele sono palazzine alte non più di cinque-sei piani, mancano gli ultimi assegnatari delle ultime quattro che svettano ancora, eppure. Eppure i lavori di completamento avanzano a singhiozzo, avrebbero dovuto terminare già da tempo, il Comune ha censito altri nuclei familiari occupanti, un magma che non s’arresta mai: c’è fame di case a Napoli, ed è un tramestio famelico che ottunde i sensi civici, un terzo delle Vele esistenti sono di nuovo occupate, e non mancheranno i problemi per la soluzione abitativa dei nuovi nomadi stanziali. E poi c’è la voce della terra, con i clan che premono, occorrono nuovi fortini, nuove piazze, nuove vie di fuga; la fedina penale di molti nuclei di “nuova generazione” è tutt’altro che immacolata, nella 167 abbondano i 416 bis: le guerre sul territorio hanno un costo alto, in termini militari e non, ma il controllo e la morsa devono insistere sul terreno famiglio, altrimenti gli affari ne risentono, il consenso scema e l’economia distorta s’inceppa. Come una pistola poco oliata.
La società civile è un fronte sovente non compatto, ma omogeneo nel chiedere una soluzione al problema Vele: il lerciume dei palazzi non riflette l’animus di questi militi ignoti, abitanti del nulla, alfieri di una guerriglia di civiltà, perchè il core business di polvere e pallottole della Camorra Spa, non è il cuore pulsante dell’organismo periferico napoletano, perchè nessuna guerra è combattuta in nome d’un popolo che nella sua interezza mai appoggiò l’occupazione economico-militare dei clan. La mancanza endemica di strutture pubbliche, di cultura e buona amministrazione è concausa scatenante dell’illegalità, è vulnus incolmabile se non da parte di enti locali e Stato, linea maginot su cui s’infrange un senso di giustizia sostanziale (più che legalità formale) deriso ed umiliato, non soltanto e in buona parte dalla malavita, ma soprattutto dall’affarismo politicante d’un partitismo in caccia di voti sui territori, e che intensifica la sua pressione in occasione delle tornate elettorali.
Passerelle mediatiche per guitti e rampanti, cavallini storni, e puledri in corsa: è toccato a tutti far pesca a strascico da queste parti, gettando reti per consensi facili e mediatici; da ultimo toccò anche al nostro eroe borghese, al Caro Leader Cocozzaro, il Bel Giggino, palesarsi come lemure e più volte, in quel di Scampia, soffiando sulle Vele per accrescere il consenso in vista d’elezione: nulla di nuovo sotto al solleone, per carità, l’han fatto tutti, eppure v’erano Napoli -Nord e Bagnoli come nadir e zenit della sua galoppata elettorale; chi non ricorda le sue folate a Passeggio, col fiero Vittorio appresso, a banchetto con Unione Inquilini e scampoli d’abitanti, alla recherche della soluzione, o almeno del buon consiglio? Passata la festa, gabbato lu santu: gli adagi son antichi, ma degnamente rendono senso e costumanza, dell’esser politico ad oltranza, e presente, solo per rapida tornata: dal ballottaggio, le Vele rimasero in balia, sballottate da vento. Ed il nocchiero a Palazzo, trincerato sul “Lungomare Libbberato”, suo personale vallo d’Adriano: del resto non sono di maggior presa e fascinoso conto le vele dell’America’s Cup, a sventolare sul water-front del golfo…o No?









