Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

Il gol della disperazione

di Lidio Aramu
Ei fu. Quello che si definisce il campionato più bello del mondo è terminato. Ma i pelotofagi non digiuneranno per lungo tempo. All’orizzonte, infatti, già si profila il grande evento brasiliano del Mondiale di Calcio 2014.

La grande abbuffata no stop comincerà il 12 giugno con la solenne cerimonia d’apertura ed il primo incontro tra il Brasile e la Croazia. Tuttavia nell’aria non si respira un clima di grande attesa. Anzi…

606x340_228758

Proteste a Rio

Quello che sta accadendo in terra carioca è sotto gli occhi di tutti e lascia sconcertati. Il contrasto tra l’infinita miseria delle favelas e le costosissime infrastrutture calcistiche è esploso in irrefrenabili tensioni sociali duramente represse dalle forze dell’ordine. Il calcio internazionale che, in Brasile, cancellava ogni rivalità sociale trasformandosi in uno strumento per proclamare al mondo l’orgoglio della propria brasilianità, in realtà, è diventato pretesto per giustificare gravi violazioni dei diritti umani. Vite, relazioni sociali e familiari ed intere comunità sono state disperse con la forzata cancellazione di alcune e popolose baraccopoli senza che nessuna autorità si fosse mai preoccupata di garantire agli sfollati delle soluzioni abitative alternative. Migliaia d’invisibili, senza più legami comunitari vagano senza più una dimora, annichiliti dall’alta borghesia e dai potentati economici, da processi decisionali verticistici e privi di trasparenza.

Dilma Rousseff e Sepp Blatter

Dilma Rousseff e Sepp Blatter

Ma si sa, il calcio è lo sport più amato e popolare in Brasile e potrebbe, col fischio d’inizio della prima gara e con l’immagine degli stadi gremiti e rumorosi celare lo stridente ed insopportabile divario tra ricchezza e povertà. Tuttavia il condizionale è d’obbligo.
Colmare il disumano gap con una ridistribuzione più equa delle risorse non rientra certo nei compiti del Comitato organizzatore del Mondiale. Fatto sta che l’organizzazione e il finanziamento dei grandi lavori di adeguamento delle strutture sportive sono a carico del Governo e per esso del ministero del Turismo di Brasília, in collaborazione con l’ente di promozione turistica Embratur.
Ed il ritornello è sempre il solito a tutte le latitudini: l’evento calcistico internazionale produce un incremento del numero dei turisti stranieri. Ecco la formula magica che – come nel caso brasiliano – giustifica e consente lo stravolgimento del territorio e degli equilibri sociali.
Anche nel ’90 a Napoli, si udirono tali argomentazioni.

san-paolo

Stadio San Paolo

Bisognava favorire l’incremento turistico (e soprattutto catturare gli ingenti finanziamenti) e fu quindi stravolta la storica immagine di Piazzale Tecchio, lo splendido stadio San Paolo di Carlo Cocchia, architetto razionalista e pittore futurista, fu inglobato in un’ignobile gabbia di ferro; furono realizzati sottopassi intransitabili nelle giornate di pioggia; comparvero inutili e costosi sovrappassi in ferro (oggi eliminati) lungo viale Kennedy. Un’apoteosi del ferro in tutte le sue forme. Un’esaltazione che originò un processo penale a carico delle imprese e di una decina di politici durato oltre quattordici anni e conclusosi con un nulla di fatto tra assoluzioni e prescrizioni.
Il campionato del ’90 non fu solo il mondiale dello scempio, delle spese folli, inutili e dannose. Fu anche il mondiale che segnò l’inizio la dissoluzione del patriottismo pallonaro partenopeo. A lacerarlo ci pensò l’ultimo re di Napoli: Diego Armando Maradona. Fu lui a pizzicare, in occasione del match Italia-Argentina del San Paolo, le sensibili corde dell’identità ripetutamente calpestata dal separatismo leghista. Allora, la stragrande maggioranza dei napoletani, nonostante l’amore infinito per il loro idolo, dalle gradinate e dalle curve dello stadio sostenne gli azzurri, salvo poi schierarsi apertamente a favore dell’Argentina nella finale con la Germania.
Ma il sasso era stato lanciato.
Da allora sotto i ponti di acqua ne è passata. Intanto quello sparuto gruppetto di tifosi identitari che raccolse l’invito di Maradona è cresciuto e tende ad assegnare alla squadra del cuore un sistema valoriale che essa non può incarnare poiché risponde a logiche di mercato ed a trasformarla in una sorta di spada fiammeggiante della giustizia cui affidare il compito di riscattare gli antichi e recenti torti subiti. Tuttavia il vento della “decolonizzazione” ha preso a spirare forte sul tempio del calcio dell’antica capitale borbonica.

bandiere-e-tifosiE

Si rivedono le antiche bandiere gigliate e soprattutto si odono i fischi all’inno di Mameli. E non solo nelle occasioni calcistiche. Gruppi identitari sono impegnati ad organizzare un tifo alternativo a sostegno di una squadra non italiana. La nazionale non è più – almeno per una parte, non so quanto minoritaria, del popolo napoletano – l’importante elemento coesivo che nel recente passato promuoveva l’unità politica ed il patriottismo.
Il calcio, come tutti gli sport di massa, non possiede valori propri, ma riflette quelli fondamentali della cultura ove viene praticato. E con i valori culturali, il disagio sociale.
L’Italia è tuttavia un paese a forte tradizione calcistica e probabilmente – a dispetto della tiepida attesa – s’innescherà quel processo per cui la passione sportiva riuscirà ad allontanare almeno per qualche settimana, le ansie della difficile crisi socioeconomica che interessa la Nazione. Possibile, ma tutto dipenderà da cosa combineranno Prandelli & Co…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CondividiShare on Facebook0Tweet about this on TwitterPin on Pinterest0Share on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri post dello stesso Autore