di AdolfoMollichelli
Seicento più seicento, uguale milleduecento. Sono i gol, sin qui, segnati da Messi e da Cristiano Ronaldo insieme. Duecento in meno di quelli segnati da Edson Arantes do Nascimiento, cioè Pelé, in un’epoca in cui non si giocavano tante partite come oggi. Il povero Pelé, dimenticato. Per fortuna, evocato un tempo dalla ineguagliabile fantasìa napoletana.
Da solo: Maradona è meglio ‘e Pelé. E prima ancora dell’avvento del pibe, inserito in una triade. E fu l’omaggio dedicato a Jarbas Faustinho: Didì, Vavà e Pelé site ‘a uallera ‘e Cané. Uallera o guallara, dall’arabo wadara, insomma l’ernia.
Le semifinali di andata della Champions hanno santificato l’Ajax, eversore del Tottenham, e il Barcellona che ha triturato il Liverpool, guidato da Messi al quale aggiungerei una “a” alla fine del cognome: Messia. Dai microfonati, sui giornali e sui social è partita la beatificazione della pulga. Ci si è messo di mezzo anche Balotelli, a gamba tesa: non osate paragonare, mai più, Cristiano Ronaldo a Messi. Chi ama il calcio, sic et simpliciter, dovrebbe astenersi dai giudizi trancianti.
Ringrazio Eupalla che mi ha consentito di ammirare i quattro “mostri” succitati. A cominciare da quel ragazzino smilzo, sedicenne, che alle soglie dei favolosi Anni Sessanta dette colore al video in bianco e nero e condusse il Brasile alla conquista del suo primo mondiale: Pelé.
Mi aspetto che qualcuno obietti: ma Pelé ha giocato soltanto nel Santos. Vero. Come Messi nel Barca, il guscio nel quale s’è rintanato il ragazzino rachitico che non voleva crescere. Maradona e Cristiano Ronaldo hanno affrontato sfide diverse.
Senz’altro più forti sul piano caratteriale. Maradona e Messi, i mancini divini, successori di Omar Sivori, detto el manolete, e che fu ‘Omar ‘e Napule. Insieme con Maschio ed Angelillo costituì il trio degli angeli dalla faccia sporca. Che ne sai, caro Adani.
Maradona e Messi, allora. Diego seppe vincere un mondiale da solo. Leo, lontano dalla balia azulgrana, s’è sempre smarrito in un’anomala normalità, alla ricerca del biberon perduto.
E vengo ai fatti d’oggi, quelli accaduti in Champions, ribadendo che i paragoni tra i grandi lasciano il tempo che trovano. Beatifico Messi e assolvo Cristiano Ronaldo.
L’argentino gioca in una delle squadre più belle e forti del mondo. Il portoghese in una squadra che con toni allegri si può definire imperfetta.
Leo può permettersi di apparire normale per più di un’ora a partita perché dietro ha il portiere più forte del mondo e Piqué, a centrocampo s’avvale di Rakitic e Busquets, stupendi metronomi ai quali s’aggiungerà l’ajacide De Jong, in avanti della compagnia di Suarez.
Il portoghese è stato l’unico bomber di madama in coppa nella fase ad eliminazione diretta. Senza l’appoggio di nessuno, senza un gioco di squadra che lo aiutasse, con l’impavido conte Max in panca.
Ah, dimenticavo: CR7 ha vinto un Europeo con il Portogallo, roba non da poco. Grazie Eupalla che mi hai concesso di seguire i cinque mostri succitati e tanti altri: Garrincha, Di Stefano, Cruijff, Van Basten, Ronaldo il Fenomeno, per citarne solo alcuni.
E però, quando mi capita di pensare a qualcosa di unico ed irripetibile, chissà perché rivedo tutta la sequenza di quell’azione infinita con cui Diego ridicolizzò nove figli d’Albione, uno dopo l’altro, e alla fine neanche un sorry. E però, diavolo di un Diego!











