di Giuseppe Crimaldi
Che il destino degli uomini sia mutevole è cosa nota a tutti, e forse soprattutto ai calciatori. Un legamento che salta o una caviglia che fa crac possono cambiare il futuro di un campione, così come l’attimo fuggente colto al volo quando il caso coincide con un incrocio magico della dea Eupalla e ti cambia la vita.
Poi però tutto passa e tutto cambia. Succede così ovunque, tranne che per il popolo pallonaro; ed ancor di più se quel popolo erede della fetida suburra romana che nel Colosseo affollava gli spalti, volgare e assetata di sangue, è rappresentato dai tifosi napoletani.
Perché se il tifoso è già di per sé un passionale, quello napoletano va oltre ogni immaginazione: quando tifa non vuole altro che il successo, anche a costo di dimenticare la sportività; quando vince si esalta e se perde sprofonda nella più patologica delle depressioni; quando ama – poi – lo fa come sempre a modo suo: lasciando sempre aperta una porticina del cuore che è quella poi pronta a spalancarsi al momento giusto sul baratro dell’odio. Per questo il San Paolo è come un eterno Salone Margherita, o il Trianon: un palcoscenico da sceneggiata sul quale prima o poi arriveranno isso, essa e o malamente.
Travolto da insolito destino (ahimè, senza però vedere l’azzurro mare d’agosto) e rimasto a casa in queste settimane, lunedì sera ho deciso di andare al San Paolo per vedere Napoli-Paris Saint Germain. Avrebbe dovuto essere un appuntamento con lo spettacolo del bel calcio, una sfilata di campioni, il match dei ricordi. Due su tutti: quelli lasciati dal Pocho Lavezzi e da Edinson Cavani, sudamericani che qui hanno dato molto, contribuendo a caricare un altro pezzo di storia del pallone azzurro.
Ma come in tutte le belle storie che si rispettano, ecco che i napoletani hanno trasformato la serata di sport in un’occasione perduta. Un abbraccio solo a metà. Invece di applaudire il Matador, lo hanno sommerso di fischi, di buuuu, oltre che di un denso concentrato di maleparole. Perché? La domanda ha un senso soprattutto se si vede il trattamento riservato invece ad Ezequiel Lavezzi: osanna e peana intonati a ogni pallone che toccava, e standing ovation finale quando è uscito dal campo, nel secondo tempo. Perché?
Ovviamente, a gestire le bordate di fischi e i siluri dei coracci erano – inutile dirlo – quelli delle curve, padroni e incontrastati gestori del tifo organizzato. Ma subito quel disprezzo è diventato contagioso. Quarantamila e forse più tutti contro uno: e tutti con la memoria corta, cortissima, la stessa che aveva evidentemente già rimosso qualcosa come 104 gol fatti da Cavani nel suo periodo a Napoli, le sue strepitose giocate che allora incantavano e facevano scoccare scintille calde d’amore dagli spalti verso il segaligno uruguagio dalla faccia di indio nativo.
“Tutt’è passat/ E nun ce piense cchiù”, recita la canzone. Già. Ma più che “Core ‘ngrato” sono stati “Cori ingrati”, come sempre alla pummarola. Mai come in questo caso l’ingratitudine non è di chi ha lasciato una maglia per indossarne un’altra, per aver detto (legittimamente) sì a un club che gli garantisce allori e successi (anche la grana conta…); a chi ha scelto – e ditemi se questo può non pesare nelle determinazioni – di non voler più vivere in una città accartocciata su se stessa, sporca, insicura, violenta, nella quale se pure esci a fare due passi ti ritrovi assaltato da orde di giovinastri e da facce poco rassicuranti: e può anche finire che magari mentre firmi un autografo ti sfilano pure l’orologio. Quali sono allora le colpe del Matador?
Forse una sola. Quella di aver capito solo troppo tardi dov’era finito: nella città delle sceneggiate, dove chi tocca il cuore di una malafemmina deve – per definizione – diventare ‘o malamente.










La vita di un calciatore, come quella di ogni essere umano, e’ fatta di alti e bassi. Quella di un grande campione anche. Con la differenza dei guadagni spropositati che porta a casa comunque ( se si infortuna, se gioca male qualche anno, se viene condizionato da vicende personali, se subisce lunghe squalifiche…). Se per il vil denaro lascia una piazza dove era un re trattato da re, sempre ben pagato, per altra destinazione dove e’ “uno dei tanti” non può certo pretendere applausi, invece di pernacchie e fischi da parte di chi ha “tradito”, alla prima occasione che si presenta. E se ci mette del suo con interviste e dichiarazioni sconcertanti appena cambia squadra sputando nel piatto dove aveva, abbondantemente, mangiato allora avalla ulteriormente i fischi. E’ vero Napoli e’ molto diversa da Parigi, ma lui proviene forse da Ginevra?, ma ci sono grandissimi campioni( Pesaola, Cane’, Vinicio ) che hanno scelto di viverci comunque tutta la vita. E’ quindi un “tradimento” che non merita che fischi e chi se ne meraviglia o non e’ mai vissuto a Napoli o e’ in malafede. Con tutto il rispetto per altre opinioni.
Caro Carlo,
grazie per le osservazioni. provo a replicare, schematicamente.
Primo. Il “vil denaro è la benzina del nuovo calcio. Vedi lo strapotere delle televisioni a pagamento e vedi l’orrida scelta fatta da Blatter (uno molto sensibile all’odore dei soldi) che ha scelto di disputare i Mondiali negli Emirati arabi, dove anche fare il bagno a certe ore equivale a stramazzare per ictus cerebrale).
Secondo. Cavani non verrà certo da Oslo e tantomeno dai quartieri alti dei Parioli, ma a me sembra non abbia mai detto frasi sconvenienti né sulla città di Napoli né sui napoletani ( o forse io non le ho lette).
Terzo. I tempi di Canè, Vinicio e del Petisso erano lontani anni luce. Oggi vivere qui – ed è con tristezza infinita che lo dico – significa non vivere. Io sarei il primo a lasciare Napoli se solo mi offrissero una chance migliore. (E mi auguro anche lei).
Buon Ferragosto, Giuseppe Crimaldi