Lidio Aramu

Lidio Aramu

Si è occupato sostanzialmente di agricoltura e di marketing agronomico, ha collaborato con quotidiani e periodici. Ha scritto tre libri

L’infinito lifting del Real Albergo dei Poveri

 di Lidio Aramu

Il 2012, con l’approvazione degli interventi del grande progetto “Centro storico di Napoli, valorizzazione del sito Unesco”, doveva rappresentare l’anno di svolta. Si annunciavano interventi di tutela dell’antica trama urbanistica, dei palazzi monumentali, la riqualificazione degli spazi pubblici finanziati con cento milioni di fondi europei resi disponibili dalla Regione Campania.

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Smorzati i toni enfatici delle dichiarazioni d’intenti e affievolitisi gli immancabili cori incensatori, dopo due lunghi anni di attese l’iter burocratico per la concretazione del grande progetto è giunto alla pubblicazione delle gare. Per l’inizio effettivo dei lavori si dovrà ancora attendere, se tutto andrà per il verso giusto, l’arrivo di Babbo Natale o della Befana.

Il complesso Monumentale di Santa Maria della Pace

Le opere di restauro e rifunzionalizzazione del patrimonio architettonico-monumentale partenopeo sono in genere contrassegnate da tempi lunghissimi di realizzazione, interventi parziali e discutibili destinazioni d’uso. La casistica, pur complessa, è ben distribuita sul territorio comunale e non si fa fatica a riscontrarla: Castel Capuano, il complesso Monumentale di Santa Maria della Pace, l’ex collegio Costanzo Ciano, per molti aspetti la stessa Mostra d’Oltremare, tanto per citarne alcuni.

I braccioli anti clochard

I “famigerati” braccioli anti clochard

Tra le tante tempeste di questa pazza estate, ricorderemo anche quella singolare e patetica scatenata dall’apposizione di un bracciolo anti-clochard sulle panchine di piazza Carlo III per impedirne l’uso letto. Immediato lo scontro delle due fazioni pro e contro, da un lato l’autore ignoto della modifica strutturale, all’altro un gruppetto di consiglieri municipali e comunali. Uno scontro scontato e senza storia, il solidarismo della politica ben presto trionfava placando le turbate coscienze.

Scongiurato così il pericolo di un allontanamento, i vagabondi continuano a stazionare all’ombra dello smisurato edificio del Real Albergo dei Poveri fatto costruire alla metà del Settecento da Carlo di Borbone proprio per offrire un tetto a migliaia di diseredati.

Castel Capuano

Castel Capuano

Il Regium Totius Regni Pauperum Hospitium, per la sua storia recente, dimostra paradigmaticamente l’approssimazione delle amministrazioni municipali nell’opera di valorizzazione delle risorse storico-monumentali della città.

In qualsiasi altro posto del mondo, la grande piazza – che, nel 1891, fu dedicata dalla giunta comunale al capostipite della dinastia borbonica partenopea – con l’imponente edificio settecentesco e l’adiacente Real Orto Botanico costituirebbe uno straordinario attrattore turistico. Ma non a Napoli dove questo grande spazio urbano annaspa in un indicibile degrado ed assolve la mera funzione di svincolo stradale.

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Il falansterio del Fuga, con i suoi 385 metri di lunghezza per 186 di profondità, nell’immaginario collettivo torna come reclusorio di vecchi, inabili e disadattati di ogni genere. In realtà, non era un semplice luogo di costrizione, ma un formidabile strumento di promozione sociale in grado di affrancare i meno abbienti dalle dure leggi della strada, dalla totale indigenza, dalla prostituzione. Dalle officine, dai laboratori e dalle scuole del “Serraglio” uscirono tipografi, sarti, calzolai, musicisti, tessitrici, ricamatrici, cucitrici…

Jessie White Mario

Jessie White Mario

 

Alle luci tuttavia si accompagnavano molte ombre: condizioni igieniche inaccettabili, sfruttamento della povertà al punto che vi era un impiegato ogni tre “ospiti”, accattonaggio… Ma questa è una storia antica che può essere ritrovata nelle impareggiabili pagine scritte da Jessie White Mario.

La storia moderna ci racconta invece di un edificio settecentesco, tra i più grandi d’Europa, che persa la sua funzione sociale originaria ospita, in maniera del tutto casuale, disparate attività: sedi distaccate universitarie, uffici comunali e giudiziari, palestre, officine e botteghe, residenze private, depositi e pubblici archivi. Attività disorganiche tra loro e, spesso ai limiti della legalità come nel caso delle costruzioni abusive erette sui solai di copertura. L’arte di arrangiarsi trasferita dal vicolo all’architettura.

Risale alla metà degli anni ottanta, per effetto dei danni prodotti dal sisma dell’80 e per iniziativa della Soprintendenza, l’avvio del dibattito e degli studi per la rifunzionalizzazione del Real Albergo dei Poveri. Come già accaduto per il Centro storico tuttavia, anche per il Real Albergo dei Poveri, nel ’97, fu il Comitato Unesco a dettare il “Programma internazionale di recupero e rivitalizzazione del Real Albergo dei Poveri”. Un programma che, seppur a distanza di tre anni, s’inverò in un masterplan redatto dal Comune di Napoli per la rivitalizzazione dello storico edificio.

Furono anni in cui le migliori menti dell’architettura partenopea, da Massimo Rosi a Gerardo Mazziotti, da Nicola Pagliara a Cesare de Seta, ipotizzarono una serie d’interessanti soluzioni. La funzione museale prevaleva, lo stesso presidente del Comitato Unesco auspicava un recupero funzionale che tenesse conto della necessità di creare un polo della formazione (arti e mestieri) coniugata ad un’estesa area museale.

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La politica scelse invece di destinare (2004) l’enorme fabbrica a “Città dei giovani”, un luogo di alta formazione, due sedi universitarie, palestre, residenze studentesche, spazi per grandi eventi, nonostante all’altra parte della città, a Bagnoli, la “città degli scugnizzi” – così come l’aveva definita Raffaele Viviani – era sul punto di liberarsi dall’ingombrante presenza dei militari della Nato e poteva così tornare ad essere utilizzata per le finalità istituzionali, a costi decisamente più sopportabili per le pubbliche finanze.

Stando alle dichiarazioni ufficiali, tre anni sarebbero stati sufficienti per mettere in sicurezza la struttura e per ripristinare le parti crollate col terremoto. Nel 2008, quindi, il restauro di tutti i volumi antistanti piazza Carlo III, il recupero della facciata, la pedonalizzazione dei 6.500 metri quadrati di marciapiede principale, e la riqualificazione degli ambienti che dal piano terra a quello rialzato portano alla corte centrale dovevano essere un fatto compiuto. A guardare il palazzo, transennato e con evidenti segni di degrado strutturale, ci si rende conto che, nonostante i circa 140 milioni di euro, in buona parte fondi europei, impiegati per i lavori di ristrutturazione e riqualificazione, si è ancora lontani dal pieno recupero dell’edificio mentre sulla “Città dei giovani” è calato un inquietante silenzio.

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A rendere meno decifrabile il futuro del palazzo borbonico concorrono i proclami del sindaco di Napoli. Risale, infatti, a circa un anno fa la presentazione dell’ennesimo progetto per il Real Albergo dei Poveri con il quale de Magistris annunciando l’immancabile ed ormai mitologica – dopo vent’anni di parole nel vento e di fondi pubblici bruciati – riqualificazione complessiva della real fabbrica da trasformare in un polo di accoglienza dei clochard. Un ritorno alle origini insomma, come se oltre due secoli e mezzo fossero trascorsi inutilmente e l’assistenza agli indigenti fosse rimasta nelle forme e nella sostanza, quella praticata all’epoca di Carlo III.

Quella della valorizzazione del patrimonio monumentale non è certo un tema di quelli che dividono in due la pubblica opinione partenopea come accade per il lungomare “libberato” o la campagna acquisti del Napoli… E’ un argomento per pochi aficionados, addetti ai lavori e civiche associazioni. Alcune sognano di poter trasformare l’ex reclusorio borbonico in una sorta di Louvre de noantri (Dario Marco Lepore, Associazione Arte e artisti a Napoli), altre non hanno remore a definire l’operazione di recupero del Real Albergo come “la più grande truffa mai effettuata sui beni culturali a Napoli” (Antonio Pariante, Comitato di Porto Salvo).

La verità vera è che Napoli non ha classi dirigenti se non schegge dominanti di gruppi estrusi da contesti sociali privi di coesione. Manca una classe politica vera in grado di cogliere il nesso tra economia e cultura, capace quindi di formulare un disegno strategico alto e nobile in grado di produrre ricchezza e di aggregare così l’informe e anarcoide tessuto sociale napoletano.

La storia, la cultura, il ricco patrimonio monumentale potrebbero costituire i termini di un duraturo e fecondo modello di sviluppo mentre invece, l’anima antica di Napoli, come i fatti purtroppo stanno a dimostrare, continua ad essere utilizzata in chiave strumentale per conquistare effimeri consensi elettorali e consistenti stanziamenti di pubblico denaro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 pensieri su “L’infinito lifting del Real Albergo dei Poveri

  1. Franco Fronzoni

    Ho sempre sostenuto che il miglior utilizzo dell’ex Albergo dei poveri potrebbe (per me, dovrebbe) essere quale Sede della Regione, per ubicazione, grandezza, possibilità di accorpamento delle funzioni (evitandone gli attuali disguidi) e giusta valorizzazion dell’edificio.
    Questo, a prescindere dal mio convincimento di utilità delle Regioni per il solo spreco di denaro pubblico che ci porta all’annullamento delle risorse utili ai fini della produttività (behefica per tutti).

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  2. Sandrina Segresti

    Graziie Lidio per questo articolo
    conoscevo appena il nome dell’albergo dei poveri, e ora con il tuo scritto ho una
    visone chiara sia della storia di questo palazzo settecentesco bellissimo sia dei lavori
    iniziati e mai finiti…..solo denaro buttato all’aria una vergogna indicibile……..

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  3. Antonio

    Bellissima interessante storia ed analisi della situazione. Ma con quali motivazioni mi domando, si cambia lo scopo d’un progetto in corso d’opera e senza che i responsabili mai rispondano del loro operato?

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