Marco Catizone

Marco Catizone

Avvocato, scrittore satirico e giornalista pubblicista. Scrive di politica, teatro e cultura su blog, siti e riviste on line.

Il Gladiattore

 di Marco Catizone

“L’ottimista nasce in piedi/ di sette mesi o poco prima/ ha la camicia pronta già stirata/ e la mascella volitiva/ è un ottimista dall’aria vagamente socialista/  e poi e poi non sbaglia mai/  non sbaglia mai” (L’Ottimista, A. Venditti)

Tempi grami, tempi di gufi mannari, di Job Act finito in gloria come i salmi, o forse in salmì, tonnata la riforma come fosse self-service per selfie made man, riformatori rottamati un tanto al chilo, allupati in nome del futuro informe, alla recherche d’un radicalismo parolaio tranchant come supercazzola con scappellamento a destra, sinistra,  o ‘ndo cojo cojo, very best ominicchi allevati nella bambagia della pieve, in definitiva bolsi paraculi da twitter in brodaglia di ciance, boyscout del nesso perduto, nella boscaglia delle Madie in fiore, assisi come mazzo di Boschi sulle madie toscane, lasciate ogni speranza o voi che entrate al Colosseo targato Renzi & Co.: è il sogno aureo dei bimbominkia cresciuti a panem, Mila e Shiro e circenses, rivedere titanici colossi menar fendenti in Vespasiano circolare, nella rena impastata tra belve sanguigne e carri puntuti, tra urla di invasati in tribuna e spalti di matrone in giubilo erotico preorgasmico; daghe e fendenti, cozzare d’elmi, mirmilloni e traci, secutores e reziari, civatiani e renziani, sangue e arena: poco probabile, fose che sì, forse che no, a patto che si aprano le sbarre ai leoni, nel caso ci fosse un corteo Fiom con Landini in testa a passare di lì.

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Ave Renzi, paraculi te salutant! Coi romani entusiasti, di preci e singulti a riempire sacelli come pale d’altare, perché nella rena si scapicolli l’Ignazio, alias il sotto-Marino, spedito per decreto augusteo e direttissima mano a pedonalizzare i cieli e l’infinito (suvvia si balocca), come un Commodo qualunque in revival hollywoodiano, e allora sì che del buon cinema si respirerebbe alle foci del Tevere, un peplum d’ordinanza che trasuda ottimismo, vagamente progressista, svagatamente di sinistra (seeee, ciao core), di certo renzista, per barnum cartonato con fuochi fatui a contorno, sfavillanti e cialtroneschi come piacciono a noi, italici amanti della paccottiglia ben confezionata, ottoni luci e paillettes. Fascinosa è la baldanza, e contagiosa, del neo renziano Franceschini, bella la favoletta del Colosseo che torna alle vestigia dei fasti perduti, alla vecchia destinazione d’uso, sottratto al suo fato cadente di secolare mola cariata a battere il tempo dei ruderi sfarinati, peccato che sotto le pudenda labirintiche dello sventrato vespasiano Flavio scorra un fiume di mota silente e sotterraneo che quando Roma ingrossa di turbini ed acque reflue di gonfi come batrace d’egotimia ed ormonale sfuria.

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Dario Franceschini, Colossi & Colosseo

Peccato che il set renziano di fantocci e cartapesta rappresenti in hoc signo la sgarrupata Italietta sospesa tra crepuscolo e carnascialesco canto, come di capretti provinciali ad intonare tragedia declinante in farsa, incorniciata dai tweets dei suoi governanti minchioni, come appunto proprio e  già quel Franceschini barbuto ( suvvia che solo “basta un po’ di coraggio”), la cui equazione personale vale come abbeccedario estremo e sintesi mirabile del nostro passato di scintille auree e schizzi di fango in rovina: un sepolcro intonacato, sbiadito più che imbiancato della buonanima della trapassata Dc, riconvertito all’intrasatta al renzismo e oggi padroncino semi-autonomo della Cultura in tempi social e free e smart, di più paraculi; e già perché la sua idea è paracula, del tipo made in Ammerica, mancherebbe giusto lo zombie di James Brown a scavallare per le ritrovate assi lignee del New Colosseum, stelle strisce e pepli purpurei, tra uno slogan di Eataly, due Hogan ben calcate al piede del Della Valle, ricchi premi e sponsors di lunga data, prezzo modico per trucco parrucco e bagasce ben in tiro, si privatizza la Storia per farne scenografia a riflusso per denari di mecenati con le pezze al culo: la Grande Bellezza di questi anni ruggenti.

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Andrea Della Valle, Operazione Colosseo

Paraculismo tres charmant dicevamo, la boutade del Franceshini è al passo coi nova tempora renziani: obbedisce al climax di fruizione sbarazzina dell’ essere, che si irradia dai cosiddetti Palazzi, fino a rivestire d’inconsistente attualità il citazionismo sfibrato, quel vetusto refrain del panem et circenses in salsa nazarena: dove prima c’era il laido con la sua mignottocrazia edonista in stile anni ’80, adesso ci sono i suoi figli cresciuti a bim bum bam, che sognano un mondo diviso in fasce, buoni vs captivi,  alla Asterix & Obelix contro i Romani del tempo che fu; peccato che dell’Impero ci restano giusto le maschere atellane della sua decadenza, i guitti estemporanei dal tweet facile e dalle cazzate sempre in resta, un tourbillon di parole gettate al vento come semi infruttuosi, bulimici dall’ego abulico, smorti gladiatori evanescenti dell’arena mediatica, mentre sullo sfondo le comparse posano gli elmi e le spade, ciondolanti guerrieri che non giocano più, che non l’hanno mai fatto.

 

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