Marco Catizone

Marco Catizone

Avvocato, scrittore satirico e giornalista pubblicista. Scrive di politica, teatro e cultura su blog, siti e riviste on line.

Renzistere, Renzistere, Renzistere…

“La situazione politica in Italia è grave ma non seria” (Ennio Flaiano).

The Day After, lo sbraco in Eurolandìa, scippo su tela tecnocentrica, un conto elettorale ben magro per i rigoristi dell’area euro, laica prece dei popoli oppressi, dal limite d’un botro scosceso, nelle gore malmostose di Unione trasformatasi in livido inferno di stampo sartriano, dove gli “altri” son nemico, dove il confine tra rigore ed equilibrio scivola nell’arbitrio e nella dittatura fiscale, dove la vampa cova come cenere, divenendo furioso segno contro il cavallo di Troika, da smembrare per farne masserizia, buona all’abbisogna per scaldarsi e bastonare, nevvero Angelona? E allora che accadde, che fu? Cantami o Diva la lira funesta che infiniti addusse lutti agli ”schei”, tolta anzi tempo dall’Euro, generose travolse salme d’ Euroi…

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Matteo Renzi e Patch Adams

E che fu in Terra di Cachi, l’Italique nefasta e corrotta, mercatone ad Expo ove i voti si comprano per un pugno d’appalti? Che si sa, è risaputo, i voti latitano, i latitanti in Libano, i Dudù alla catena, ed i vecchietti agli arresti, eppure; eppure ci sperasti, Vecchio Cavaliere, volesti fortemente il media-tour tra le cigolanti poltroncine, il leucore d’un corpo non più luteo, incapace di secernere il sex appeal dei tempi che furono, quando propagnada ingrassava le nostre sventure, e beltà splendea sulle tue miserie private in pubblica piazza, cinta di bandane sfolgoranti, e cene eleganti, e prosseneti all’abbisogna, lacchè sì urticanti, più realisti del Re, che nudo ormai attende le spoglie del vincitore fiorentino dalle Bande Nere, per genuflettersi ad amplio raggio, pieghe da decubito e flaccida chiappa permettendo.
Le Europee regalano riflessi vermigli, scetticismo francofono in strali destrorsi, un tanto al fez ed il tecnocrate è servito, in quel di Bruxelles, prono al vento che viene da destra, dove a Francia s’erge Le Pen come fosse obelisco, all’ombra delle macerie in fiore, tra alambicchi e stucchi ed erme mutilate, mentre a Oriente un ellenismo sinistro che batte forte a gran cassa, dove un tempo il sole dell’avvenir grondava ottimismo, ed oggi, al più, un aperitivo con Tsipras, mirando il declino dal pennone più alto, ammainando bandiera contra Commissioni, Fondi Monetari e Banche Centrali, e su basta!

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Che s’alzino i popoli ed i populismi, che si scelga di uscire a riveder le stelle sfidando castighi danteschi, che mai più dannato e osceno Euro a coda forcuta stringa la strozza di noi miseri paesucoli corrotti ed in disarmo, progenie sfortunata, “captivi” uniti in cogente preghiera e prece per rimodulare i debiti, scandagliare i crediti, fare pari e dispari, cappa e spada, testa o croce, ballando sul cassero d’un rigorismo teutonico che ci portò sul maelstrom della stagnazione, affogando nella palude del monetarismo più spinto.

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Beppe Grillo

Sullo sfondo d’una guerra agli umani, perenne e sibilante come sirena a contraerea, le stelle spuntano come porcini sullo Stivale, ove un tempo era pentapartito per cinghialoni craxiani, tartufismo in slasa tangentara, ed ora pentastellati avanzano i cittadini nella rete d’un guru e para-guru, allo sbaraglio trionfalistico d’un irriverente 21 per cento, contra il concionatismo trasversale d’un Pittibimbo strafottente e didascalico, che imbrigliò il Paese in mai eletta maggioranza, e dunque soffre Beppe Mao, s’offre al cerusico e puntuto Vespa in boccoli da sera, s’offre ad un popolo come giusto messia, transustanziazione in download, corpo e sangue, vaffanculo e sudore, virus letale per partitocrazia sauresca, da schiantare a meteorite, fors’anche a meteorismo, tra un cyber-flatulenza in blogosfera, un twitter ed un cavillo, eppure non bastò far di tablet un senatore, le vie del signore sono infinite, non cablate, men che meno in adsl; bastò un bamboccione, vecchio arnese giovanilistico allevato a pane, Dc e scout-ismo, a far di tutti i Grillo un fascio, rogo di falene sul principio d’una torrida aurora, autodafè per geremiadi apocalittiche a cinque stelle, mandate a fanculo una volta e per sempre.

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Silvio Berlusconi

Dio-cannibale dalle gengive disadorne, digrignanti, plasticamente contratte nell’assalto al panem elettorale, viepiù munito di retorica circense, a tirar calci ad un ballon d’essay, con ricchi premi e cotillones finali, arroccato oltre il 40 per cento, stolido e carnascialesco nel suo puntellarsi autoreferenziale, Renzi Uber Alles, fantoccio strafottente ed egotimico, ha vinto asfaltando il bitumato Caballero d’Ardcore ed il pesto Genovese tricoricciuto: “Renzistere, Renzistere, Renzistere”, e son oltre venti i punti di distacco dalla seconda forza partitica, un Pd mai così in alto negli ultimi tempi, di certo un consenso elettorale trasversale, tra ceto medio e dipendente, media-borghesia professionale ed imprenditoriale, convergente in fuga verso il centro-sinistra dopo la fusione a freddo montiana (a proposito notizie del vecchio “salvatore” Monti?) e la debacle ottuagenaria d’un Berlusconi forzista e passatista definitivamente azzoppato ed in crisi mistica da servizi sociali; il Moloch renziano ha spiaccicato con un’unica felpata zampata il catrame partitico all’interno del suo stesso feudo personale: i Letta, i Bersani, i D’Alema, nani imbolsiti come annacquati canini d’uno Iago cianotico, paiono laschi e dispersi, straniti e sfatti, proni anch’essi a correre in soccorso del vincitore, tra un salto, un gaudio, una bottiglia di magnum, ed un giubilante Re Giorgio II, sornione ed incartapecorito lassù sul Colle più alto, all’ombra delle Boschi in fiore.

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Matteo Renzi

Nella battaglia a tre per la campagna d’Europa, nell’affannosa ricerca d’una stabilità politica che mitigasse le spinte movimentiste euroscettiche e centrifughe dei ragazzacci di Grillo, è lui l’unico vero e trionfalistico vincitore, che scommise ed investì il suo presente politico sul Giovin Signore panzelluto e dall’effetto slogan, lo yuppie col giubbottino di pelle che in rapide e recise mosse fece cappotto 40-20 al sessantenne Beppe Mao, invecchiato di colpo e comicamente sfanculato per davvero in una domenica afosa di mezza primavera.

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