di Marco Catizone
“…e poi magari un giorno tra cento anni, dopo vari colpi di stato, una guerra nucleare, un mondo ridotto in macerie, la sinistra improvvisamente ritornerà e dirà: “Mi ha cercato qualcuno?” (Bertinotti- Guzzanti in Recital 2010).
In braccio teso, a cascame, a cascare dalla presa, a cadere per l’escalation, Berlinguer di voglio bene, ma anche no, e la mota fanghiglia pencola e dilava, anche a Sinistra, e quanto! Tra gli epigoni piccini picciò sparuti e senza guida, ad inseguir fiammella in fondo al tunnel dell’euo-scetticismo per Altra Europa, Altra Italia, Altro Universo-mondo, spente le polemiche post predialelettorali, acceso una Spinelli per rilassare il tono, abbassano i tori partendo dalle corna, in paludato sdegno, armati di banderillas muleta ed alamari luccicanti, ma è tutto un lagna-lagna: la guerra c’è ed è intestina, stellare, e non basterebbe jedi a cavallo a risolvere contesa tra orfani di Cavaliere; guerre tra stelle luccicose, nel botro siderale, più che in cabina di regia, o meglio elettorale.
La rive gauche s’ è rotta, nel senso di gabbasisi, tra un Camilleri in denuncia contingente, con tanto di commissario al seguito, e tra fole di giuristi, artisti, cirque du soleil equo e solidarnosc, biciclettisti ecologico-antinuclearisti, il nucleo sinistro è viepiù sfatto a del fil rouge comunista, al massimo bene-comunista, non rimane una beata, ora che financo la rossa Livorno han sciacquettato in Arno, come cencio passatista, ceneri gramsciane a sobbollir nelle urne, cinerarie più che di cabina muy electoral; letterariamente uno gnommero dell’Ingegnere, anche a far di conto di quante firme autografate del firmamento giornalistico-letterario “Repubblicano” (nel senso quotidiano) c’han messo la faccia, oltre il nome, siglando il patto con l’elettore, ma disdegnando l’accordo interno sul pattume da buttare: si ciancia di massimi sistemi, di argine culturale contra potentes, contro un sistema viepiù alla deriva mistico-capitalistcia, e poi non s’istruisce lo sguattero sulle frattaglie da ortofrutta da gettare all’orto, per impatto ecologico al minimo sindacale.
Il ridanciano Vendola, al telefono con sé stesso in questo caso, all’albore del sol dell’avvilir, sproloquiava di “seme ben piantato, forse più d’uno” nel ventre molliccio della sinistra rabbuiata e smorta; ora il carniere è ben più rigonfio, alla luce del 4 per cento di sbarramento superato, col risultato ben in saccoccia, eppur si viene da manca “trattati come carne da macello”, come disse coso, il noto, quel compagno, tale Furfaro, sbolognato dalla bolognina in salsa tzatziki nell’aperitivo con Tzipras, che elise la particella “sinistra” come fosse di sodio, affogandola nel calcio datole al taral-bucio et ammèn; il tapino, smalinconito ed afono, si sbraccia ancora e senza verso per scacciare l’ombra ingombrante e dal culone ben assiso della commendevole Spinelli, neghittosa alla rampa, in teorica discesa libera dal seggio europeista, forse che sì forse che no: la seconda che hai detto, la Reine non perse la testa, men che meno trono, scettro e balza orlata, Strasburgo val bene una messa in piega.
Parte la quintana, l’affronto e l’ammanco, l’arrocco e l’affondo, i rampini smollano, le roncole rinculano, gli appuntamenti saltano, i cellulari squillano a vuoto, facebook non lo usano, media prosaico e plebeo, tranne che per mostrare un teso e sodo culo della bella Bacchiddu, che per cotal guizzo perse la cappa di mediatica teodofora indossando il cilicio della contrizione spinelliana: una vandea rivoluzionaria dove i realisti si fecero più legittimisti degli ammazza-re: giammai un culo ad illustrar sinistra! Anche perché l’elettore su quale delle due chiappe metterà la x? E se sbaglia, il porcellone, e la pone a destra? Orsù, che figura…nevvero compagni? E mi si nota più se posto una foto in mutande oppure se addito le vergogne del turbocapitalismo spinto che immiserisce gli animi, illanguidendo lo spirito alla catena operaia, come cunto de li cunti in loop, brodaglia da scaldare buona per ogni stagione, Renzi permettendo?
E allora giù di gomito, via alla giostra di garanti, apostoli e corazzieri della moralità e giustizia, a seguire dibattito – noooooo, il dibattito nooooooo! – su quale culo fosse più degno, quello della bella gnocca portavoce o quello ieratico e solenne della figlia di cotanto Padre dell’Europa (e si fosse limitato a battezzar quella…), assiso tronfio ed eurocentrico, un tempo scettico; facce da Tsipras, da “1.108.457 volte grazie”, ex voto per voti racimolati e rotti, ad urne chiuse s’alza fiero il canto, la fregola dei trombati illustri, dei vendoliani da ricetto, dei rifondisti un tempo comunisti ed ora boh, chissà?
Degli ingroiati in perenne rivoluzione civica ma in cerca di un centro di gravità permanente o perlomeno per cinque anni, il tempo d’un valzer all’Europarlamento, di un selfie con autoscatto da Bruxelles, di un collegamento con aperol e finalcial times da Strasburgo: venghino siori venghino, che la baraccopoli declinata in salsa tres chic e sinistrorsa, mostra evidenti crepe alle fondamenta e struttura, il sale della democrazia è evaporato nella boria godereccia degli eletti, estemporanea e fatua, e chi doveva andare poi restò e viceversa; that’s cool, very cul by Baccheddu.
Venne il giorno dell’autoflagellamento, della catarsi, della sindrome tafazziana, degli sputacchi impataccanti a mezzo stampa, degli appelli e contrappelli, tra un’oliva ed uno spritz, con Alexis il Greco che a passo di sirtaki scrive alla Spinelli “Resta, Barbara”, che barbara è la contesa e un Furfaro (chi??) è puro ingombro, al netto di una partenza sol politica, tanto più tormentata, tra un amorazzo radical ed una infatuazione bene-comunista, un opera pia ed un operaio da santificare in gloria: ma vuoi mettere con la vestale dell’europeismo inchiostrato, la special one di Repubblica, la solona che tutti striglia? Cosa resterà del critismo spicciolo, delle marce di libertà e giustizia, della rincorsa all’eguaglianza sostanziale, e delle spoglie del welfar socio-economico, se non pensiamo almeno un po’ al nostro, di futuro pensionabile, compagni?
E allora #Furfarostaisereno, tanto a te, ma chi te conosce? Larga e plurale, e divisa mi raccomando, come lignea zattera raffazzonata, in mar di melma, col nocchiero smorto a vomitar l’anima a babordo ed il remo secco, nodoso e rotto, così ha da essere la Sinitra italica, declinata alla greca coniugata all’europea: una riedizione 2.0 dell’atomismo bertinottiano, che nella summa teodicea tra l’essere e l’apparire decise altezzosamente di sparire, tra uno sbuffo di lavanda, tabacco e cachemire inamidato; figurarsi, doveva essere fiera lista pronta alla pugna elettorale, costola mediterranea della Syriza ellenica, e si mostrò invero più centrifugata, divisa e borborigmica che mai, come Siria strutta e bombardata. Molto sinistra in questo stillicidio suicida, briosa eppur tediosa: il solito rovinoso ossimoro umbratile e geneticamente incistato; fu solo per un ass senza manica, bacchiddianamente inteso, per una volta sodo, abbronzato e salmastro al punto giusto, che potè superare l’asticella, nella controra d’un’elezione al fotofinish, quando fu chiaro ed incontrovertibile, che più di tutto un Capitale barbuto e prolisso, sciorinato dalle pagine culturali a colonna repubblicana, contò una singola emozionale e berlusconiana, botta di culo in prima pagina.













