di Marco Catizone
“Ogni nuova fede comincia con un’eresia” ( Robert Aron).
Annus Domini 2009, annus horribilis per la Campania Infelix: ecoballe a ristagnare, terra dei fuochi, cumuli di diossina a fumigar nervosi: l’eredità del Bassolino è mistura d’appalti, intrecci poco chiari, commissariamenti e leggi speciali; la politeia cittadina resta sullo sfondo, a godersi il Titanic in affondo tra i gorghi del marasma partenopeo. Il monte Olimpo non rallegra i superni, titaniche sacche al nerofumo assediano i Palazzi: è tempo di cambiare. Don Antonio ed il suo sistema clientelare sono melanconicamente fuorigioco, avanzano le truppe cammellate del fu Pdl , recede il Pd : fino a Salerno, dove resiste il fortino d’ ‘O Sceriffo, alias De Luca, che impugna di cipiglio e ghigno serrato lo scettro, e s’autocandida alle Regionali.
I due mammasantissima piddini son rivali, al pari di Napoli e Salerno: Vincenzino ‘o Sceriffo e Antonio ‘o Cacaglio, si guardano in cagnesco da almeno un quindicennio; sfumata l’alternativa Cascetta, proposta la seggiola elettrificata al delfino Cozzolino (il quale declina), resta solo Vincenzino, a sfidare il fantasma Caldorino.
L’anno seguente la campania va alle urne: perse le Provinciali in malo modo contro ‘a Purpetta Cesaro ed i suoi congiuntivi mannari, lo Sceriffo non vuole sfigurare, parte a muso duro, niet partitokratja, niet Pd “sciammannato” ad intralciarne l’operato. O meglio, palle incatenate da una parte, catene da nevischio dall’altra: meglio non scivolare troppo sul crinale dell’equilibrismo politico, l’oligarchia del partito è (comunque) a rimorchio e sostegno: niet anche per De Luca, la palla passa al Pdl, Caldoro non sbaglia dagli undici metri ed il Salernitano torna mesto in panchina, all’ombra del suo regno in fiore.
Il deluchismo è meccanismo ben oliato, non così distante dall’omologo sistema imperversante nel neapolitano: lo gnommero di spartizioni e potere è appropriato, di guisa giusto e calzante come sciassa monocolore, nulla si crea e nulla si distrugge, a cinquanta chilometri a sud di Partenope, che De Luca non voglia. Il caudillo mascellonico è da sempre un trattore in fregola: nel 1992 s’appronta il suo personale carretto del vincitore, subentrando come ammiraglio in pectore e facente funzioni in luogo del sindaco Giordano, arrestato (e poi prosciolto) sull’onda lunga di Tangentopoli; l’anno seguente vince con una lista civetta, ponendo le fondamenta per la costruzione del suo feudo popolare a ritmi di percentuali bulgare: ai salernitani il suo burbero e destrorso decisionismo alla Peron annacquato piace e convince. Da quei lontani lustri il Nostro Pol Pot piddino sbraita contra accattoni, clochards, e “cafoni”, e li prenderebbe letteralmente “a calci nei denti”, rei, i tapini derelitti, di oscurare il cielo stellato sulla contea, destinato ai soli cittadini benestanti e lindi (e non si capisce chi siano questi invasori, se tracagnotti provinciali eteroctoni, oppure prodotto del vivaio cittadino).
Scorrazzando felice nelle lande del tessuto destrorso della città, orfano da sempre di candidati presentabili, fa strali del revanchismo progressista in salsa democratique, non disdegnando una bella Margherita all’Udc, i consigli dello chef De Mita, e una mano da Lettieri e Cosentino: il primo si trova a Salerno per interesse verso l’area delle ex Manifatture cotoniere meridionali, vicenda industriale ancora viepiù originale (basti pensare che De Luca e Lettieri si troveranno a braccetto, e a giudizio, per spericolate varianti di piano ed intrecci poco chiari tra politica ed affari: a Salerno chiedere del “Seapark”); il secondo, su suggerimento del fido Scendi-lettieri, si affretta a diramare un comunicato stampa per i suoi aficionados, “A Salerno sosteniamo De Luca. Si tratta di preferire le persone contro gli interessi”. E Nick ‘o Mericano per certe cose ha fiuto da segugio.
Gli anni Novanta sono, per i due alfieri del centro-sinistra campano, Dolomiti frastagliate da scalare a passo marziale: Don Antonio a Napoli rintuzza gli steccati, asfalta gli oppositori a passo di valzer, capillarmente estendendo le sue propaggini nelle società partecipate, nei consigli d’amministrazione, assegnando consulenze profumate alla nuova intellighenzia borghese cittadina, facendosi aprire le porte dei Consiglie e dei rettorati universitari a colpi di progetti e pioggia di milioni; lo stesso fa ‘O Sceriffo in quel di Salerno, muovendo le stesse leve ed ingranaggi, con i fedelissimi a pasteggiare nelle stanze delle partecipate, ingollando consulenze prezzolate che determinano più di qualche strigliata della magistratura contabile. Mai due nemesi satrapesche furono più siamesi nella gestione del potere: mirandosi specularmente dalle rispettive Torri eburnee, arcinemici ed avversari, giostrarono di quintana nell’allargare consenso ed alveo burocratico-amministrativo, seppur declinando il tutto con tocco autoriale differente.
L’Afragolese mediando tra i capibastone del partito, allargando il bacino elettorale ad alleati e sodali d’urne, un occhio alla Grosse Koalition sinistrorsa da sempre suo pallino, l’altro tessendo come fiera Penelope la sua tela autarchica in seno al Pd, con l’obiettivo finale del controllo totale, esercitando la satrapia con polso collerico e para-dittatoriale, da ras invasivo e pervicace, pronto alla pugna ed all’elisio (altrui) per segnare il punto e piantar banderilla: a Salerno da allora non tramonta mai il Re Sole.
La scalata apicale e verticistica segna lo zenit per i dioscuri sinistrorsi, gli anni Duemila portano l’asticella del potere verso il limbo nazionale, De Luca al Parlamento, Bassolino addirittura al Ministero del Welfare seppur per poco tempo, entrambi con doppia carica, un piede nel feudo famiglio, l’altro in Campagna d’Italique, eppure diversi furono gli effetti: Don Antonio perse il contatto con le alte sfere partitiche una volta rientrato nei ranghi regionali, che mal sopportavano la debacle mediatica sul fronte caldo della “monnezza” neapolitana, De Luca tenendo il carro del vincitore per la scesa, mai scontentando il segretario di turno, prontamente dalemiano, fassiniano, veltroniano, bersaniano e adesso renziano della prima ora, picador puntuto e mefistofelico che da sempre seppe quando affondare il colpo per non esserne infilzato; a Salerno ha sempre comandato, il bastione è suo e le carte son servite da suoi fedelissimi, utili idioti all’occorrenza, pur sempre infagottati sotto l’egida del capo.
A differenza di Bassolino, che negli anni ha sempre buttato l’ancora nelle amene rade borghesi, forse pagando dazio e scotto a complessi provinciali atavici, ‘O Sceriffo ha sempre puntato la prora verso i ceti bassi, si è sempre appuntato sul petto lo stemma di Sindaco della Plebe, del Popolo, in ciò dimostrando sibillina lungimiranza, uno dei pochi che ha carpito immantinente il segreto del populismo laurino, intuendo prima d’ altri le nuove vie massmediologiche e personalistiche del consenso elettorale. Nel Renziliaro postmoderno, postdemocratico e terzorepubblicano, la prima vipera a mordere sputacchiando veleno su amici & nemici, avversari & sodali è stato proprio De Luca, rottamatore ante-litteram, prezioso alleato per un San Matteo da Pontasseive che al Sud cerca la sponda per fare filotto: e ben vengano le vecchie armature delle sale d’armi, impolverate e rabberciate alla men peggio, se portano in dote preferenze e voti, rete e consenso, prebende e rassicurazioni. Ben vengano i vecchi nemici, che nel nuovo corso si scopriranno marpioni sorridenti et amichevoli come non mai.
Ci riproveranno, è sicuro. Sondano il terreno, appaiono e scompaiono, giocano alla guerrilla politica, scompigliano e apparecchiano il desco per la prossima tornata elettorale, tonnata e mattanza per pinne neofite sprovviste di spada: reduci acciaccati, mai domi, neppur proni, i mammasantissima affilano i coltelli, stavolta shakespirianamente pronti all’alleanza, nell’ombra tramando e tessendo ferrea tela pronta a disfarsi sfilacciandosi l‘istesso day after, nell’alba rossa del prossimo (e quasi certo) tramonto caldoriano, nella disfatta cittadina d’una rivoluzione arancione desnuda e dispersa ai quattro venti, quando le urne saranno ancora calde ed il cadavere del sopravvissuto di turno, folgorato dal rigor mortis elettorale, ancora griderà vendetta, dagli spalti merlati di Santa Lucia De Luca scruterà verso San Giacomo, specchiando la propria virulenta albagia nel riflesso argenteo del canuto Don Antonio, vincitori avvinti; i due vessilli, le due vestali neo-renziane per necessità e virtù, fattura e malia, saluteranno le gore malmostose dell’antica Repubblica diuturnamente in sella, di nuovo in scia verso acque rigenerate e cristalline, pronti a seppellire, una e per sempre, quella velleitaria propulsione radicale al “cambiamento” che un tempo dei partiti in quel di Neapoli fece strali; stufi di nuotar controcorrente, i cittadini che investirono il Nemo di turno con galloni ed alamari, feluca ed uncino rilucente, all’arrembaggio di quel clientelismo spartitocatico e trasversale da basso impero, da bassolinismo spurio, berlusconismo cosentiniano, ammaineranno bandiera e vele, issando sul trono nuovamente i vetusti simboli del Potere, per vitellonismo dorato ed immarcescibile, mentre giubilo ed osanna risuoneranno ancora una volta nelle stanze degli aviti lemuri mai morti per davvero.














