Franco Esposito

Franco Esposito

Giornalista e scrittore, inviato speciale de Il Mattino e del Corriere dello Sport. Presente a cinque edizioni dei campionati del mondo, 106 volte inviato al seguito della nazionale italiana di calcio e 34 viaggi negli Stati Uniti per i grandi appuntamenti di pugilato, Vincitore del Premio Coni 2011 e un record: tre finali consecutive al Premio Bancarella Sport

Il mio Sparviero

di Franco Esposito

Ragazzino, moretto, una cascata di riccioli e l’occhietto sveglio, in palestra arrotolava le fascette che sarebbero servite a bendare le mani del fratello pugile.

Mario portava con sé il fratellino giù alla Fulgor, e a lui, Patrizio, non sembrava vero di poter frequentare, ragazzino, il tempio del pugilato a Napoli. La Fulgor, al 418 di via Roma, piazza Spirito Santo e Palazzo Maddaloni davanti, il bar Gallina di fianco. Quella Napoli, il caffè del re del caffè, Dante e Beatrice e il 53 a due passi, e centinaia di ragazzi che si davano il cambio, facevano staffetta, la staffetta dei sogni, accarezzando le illusioni nel tentativo di prendere a pugni la miseria e quel presente povero e precario.

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A quel tempo, viveva di sogni anche Patrizio, si nutriva di illusioni. Mangiava pane e sogni fin da ragazzino.   Fantasticava di diventare un giorno campione del mondo di boxe, mentre arrotolava le bende di garza lisa del fratello Mario, campione d’Italia dei dilettanti. Patrizio, il fratello, le bende, le illusioni bambine, e due occhi mariuoli. Rubava i movimenti ai veri pugili, i gesti e il gergale della boxe; li avrebbe poi imitati a casa, a via Stadera, nel cuore di Poggioreale, il quartiere del carcere, del macello comunale e del cimitero. La famiglia Oliva, papà Rocco telefonista al Comune, mamma Catena casalinga, i fratelli e una sorella.

Pasteggiando a sogni, il ragazzino delle bende realizza  in pieno il grande sogno. Campione olimpionico, campione del mondo welter jr. Wba, campione d’Europa in due categorie di peso, superleggeri e welter, campione d’Italia. E giù dal ring, all’angolo, allenatore e selezionatore della nazionale italiana dilettanti ai Giochi Olimpici di Atlante e Sydney. Magico lettore delle intenzioni dell’avversario dentro le corde, l’artificiere in grado di individuare e annullare con i guantoni eventuali mine presenti in ogni combattimento, il talento enorme e due gambe d’oro, preziosi autentici come le braccia. E guida ispirata, formidabile stratega all’angolo, istruttore e manager in società con Elio Cotena. La trottola di Mergellina, il Majorca del ring con il cuore simile a quello di Coppi, uno dei miti pugilistici di Patrizio. Sugar Leonard e Alexis Arguello gli altri.

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Il maestro Oliva, numero due al mondo agli esami di laurea istituiti dalla federazione mondiale dei dilettanti. L’Australia lo ha corteggiato a lungo, ancora di più la Grecia, che poteva però di disporre solo di debole moneta. Suona strano e perfino scandaloso che la federazione italiana non offra a Oliva ponti d’oro per riportarlo alla guida della nazionale. Chi meglio di lui, il numero due degli istruttori di boxe al mondo? Domanda legittima, non impertinente, mentre Patrizio frequenta ormai altri ring, questi della vita vera, reale. Una bella famiglia, la moglie Nilia, presenza lucida e discreta, e due figlie, una ex schermitrice, sparviera di straforo. Personal trainer, dirigente calcistico vice presidente di una società nel Lazio, commentatore di pugilato a Sky, attore di teatro, moderno Pulcinella sulla scena, un futuro anche da artista. E fresco, freschissimo protagonista del libro “Sparviero”, scritto con il nipote Rocco Fabio Oliva per i tipi della Sperling&Kupfer, in uscita in tutte le librerie.

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La vita di Patrizio, dal primo all’ultimo pugno. Il racconto del sogno, la rivisitazione a cinquantacinque anni, di una magia. Il percorso, le tappe di un giro sportivo e umano, vero, reale, che sembrava impossibile da realizzare da un napoletano a Napoli. “Senza sogni, non è vita”, il significato del libro scarnificato, ridotto all’osso. La riproposizione di un clone, perdonate la licenza: orgoglioso io di aver inventato per lui, che ne ha sempre onorato l’iperbole, il nomignolo di sparviero. Lo sparviero di Poggioreale. Un pareggio e due sconfitte appena da dilettante, dodici anni di professionismo, 59 incontri, 56 vinti e due persi. E là dove tutto è nato, alla Fulgor, giù alla Fulgor.

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Geppino SIlvestri e Patrizio Oliva

Laggiù non era un modo di dire. La fabbrica dei campioni, il meraviglioso opificio frequentato dall’umidità che entrava nelle ossa e da ratti robusti come gatti. Laggiù, quindici metri sottoterra, una stamberga, i muri che gocciolavano acqua, lo spargimento di segatura nell’inutile tentativo di assorbire la viscida e scivolosa umidità delle mattonelle, e la voce, i gesti, l’autorevolezza, l’umanità di un drago. Geppino Silvestri con i suoi occhialoni scuri, il mancato avvocato dipendente Atan. Il mago, il santone competente assoluto, istruttore preparato, psicologo straordinario laureato all’università del marciapiede.

Ne volete una? Il foglio di un quaderno a quadretti a mo’ di primitiva brochure del calendario degli incontri programmati per i pugili dilettanti. I ragazzi leggevano, prendevano mentalmente nota, e al maestro Geppino rivolgevano la domanda inevitabile, pregna di curiosità e timori “Maè, ma chi è il mio avversario, è forte?”. La risposta gonfia d’ironia a rappresentare un paradosso. “Vuoi sapere chi è il tuo avversario? È ‘nu niro cu ‘e palle jànche”. Come dire, è un tipo molto speciale. Traduzione: se l’ho scelto io che lo conosco, non ti devi preoccupare del tipo speciale.

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Professionisti camuffati da dilettanti i pugili dell’Est. I ragazzi italiani succubi di russi e polacchi, dilettanti di Stato, oltre trecento incontri contro una sessantina, sfide impari ad evidenziare complesso e sudditanza dei nostri pugili. L’Italia non porta a casa una medaglia ormai dalla notte dei tempi. Si ribella Patrizio, napoletano pieno d’orgoglio, innamorato inesausto del suo talento e della sua intelligenza sul ring. Uno che non vuole perdere, uno che punta solo a vincere, altrimenti il sogno di diventare campione farebbe una pessima fine. Campionati europei juniores a Dublino, Irlanda. Minuta e sparuta la rappresentativa italiana; c’è solo lui, accreditato esclusivamente dalla sua convinzione, non dal credito dei tecnici della nazionale, rassegnati all’ennesimo esito negativo della spedizione. Così convinti da escludere dal  bagaglio il disco con l’Inno di Mameli: un obbligo portarlo ai tornei ufficiali e affidarlo all’organizzazione, che lo prende in custodia in caso di necessità.

Patrizio è sicuro di vincere. “Il disco lo avete portato? Sì, il disco dell’inno”, chiede agli accompagnatori all’aeroporto di Fiumicino. No, non l’hanno portato, ritenendolo una cosa e un peso inutili, non serve, chi vuoi che vinca dei nostri a Dublino? “Io vado in Irlanda per vincere il titolo europeo. Torni indietro uno di voi, vada in federazione e prenda il disco. Noi aspetteremo qui, in aeroporto. Niente inno, niente imbarco”. Patrizio il testardo vince tre incontri, l’ultimo contro un tedesco dell’Est, Kropzog. E il disco serve, le note dell’inno di Mameli risuonano nell’arena, lui è sul gradino più alto del podio, impettito e sorridente, con la medaglia d’oro al collo. Campione d’Europa juniores. Avete visto come si fa, voi uomini di poca fede?

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Gli studi lasciati presto, al terzo superiore, e ripresi da Patrizio quando l’allora presidente federale Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, proprio lui, il sottosegretario della storica battuta “A Frà, che te serve?”, lo sistema alla Banca di Calabria, poi Banca del Sud. Il riconoscimento e il posto per aver regalato al pugilato italiano la medaglia d’oro alle olimpiadi: non accadeva da sedici anni, Fernando Atzori e Cosimo Pinto a Tokio 1964. Patrizio d’oro a casa del sovietico Konakbaev, suo storico avversario, e miglior pugile del torneo. Il suo nome sul prestigioso monumentale trofeo Val Bakker. Un’onorificenza toccata a Nino Benvenuti a Roma 1960 e a lui, unici italiani in centotto anni di olimpiadi.

Il trionfo e l’abbraccio di Napoli: Patrizio e la medaglia sulla carrozza bianca, un tiro a quattro, cavalli rigorosamente morelli. Corteo, spettacolo e ricevimento organizzati dagli amici della Stadera, che gli piazzano sui riccioli una corona da re.

Quella vera di re del mondo la conquisterà a distanza di qualche anno a Montecarlo, in fondo all’aspra battaglia lunga quindici riprese con l’argentino Ubaldo Sacco. E a notte fonda, Patrizio con gli zigomi gonfi e anneriti dai pugni velenosi dell’avversario, e qualche bozzo, padrone di una felicità incontenibile. Visibile, palpabile, piena del sogno inseguito e realizzato, davanti al Cafè de Paris. Mai sazio di emozioni, sfamato da mille abbracci, coccolato dagli sguardi di chi li dice grazie, soddisfatto da quelli che lo chiamano grande, Patrizio prende sottobraccio il giornalista Dario Torromeo e me. “Prendiamo atto, siamo campioni del mondo”.

Siamo, non sono: lui con il suo sogno, la sua cintura e la sua corona, e noi due. Abbiamo camminato insieme e sofferto insieme, Patrizio ogni giorno in palestra e sul ring, inguaribile fanatico della sua bravura, e noi due a tirare pugni a scettici e miscredenti. È la sua notte e un po’ la nostra, ma solo un po’. Andiamo a brindare, adesso possiamo, dobbiamo.  Monsieur maitre, champagne.

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