di Carlotta D’Amato
“Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare.” (Manuel Vàzquez Montalbàn)
“C’è tutto un mondo intorno”, cantavano i Matia Bazar; ed in effetti, non sbagliavano. Intorno a noi ci sono centinaia di persone che incontriamo ogni giorno, al bar, in tram, in metro, che ci affiancano al semaforo, o che ci sfiorano tra la folla, neanche le guardiamo presi come siamo dai nostri smartphone. Ma c’è un luogo, un posto ben preciso, dove per me tutto passa in secondo piano; dove l’attenzione è catalizzata da persone diverse che non conosco ma che trovo talmente interessanti da attirare la mia attenzione; il luogo è il ristorante.
Se Freud, padre della psicoanalisi, fosse ancora vivo, invece che scrivere e scrivere appunti sui pazienti stesi sul lettino, avrebbe potuto osservarli seduto al tavolo di un ristorante; e se è vero che per comprendere i processi psichici inconsci che influiscono sul pensiero, bisogna osservare il comportamento dell’uomo e le interazioni tra gli individui, non ci sarebbe stato luogo migliore. Catalogare tutte le tipologie di avventori, è quasi impossibile; l’analisi però può essere ricondotta a 4 categorie di coppie uomo donna.
La prima: la coppia al primo appuntamento. Capire che sia proprio il primo appuntamento, non è difficile. Iniziamo dalla postura; lui, spalle larghe, piglio deciso, le porge il menù; ma la scelta dei vini ovviamente la riserva per sé.
Il momento clou; qui il giovane (più o meno) si trasforma nel migliore Bastianich, abbina il vino ai piatti ordinati, al colore della tovaglia e magari pure a quello della camicia e nel momento del primo assaggio le parole sono sempre le stesse “si sente un aroma di pompelmo, erbe e uva spina., con una buona acidità e un retrogusto rinfrescante e persistente”. Lei, invece, tra l’imbarazzo del primo appuntamento e la scelta se mangiare come un camionista o ordinare un’insalata di spinaci, inizia a parlare del più e del meno, tentando di capire se l’intento della cena è la sua compagnia o il dopo-cena (quale dei due prevarrà?). Lui decanta le sue lodi di uomo di mondo che ha viaggiato ovunque che conosce tre lingue che è un appassionato di calcio ma che non preferirebbe mai la partita con gli amici alla sua donna ( bugia delle bugie) e che ognuno deve avere i suoi spazi.
Ma ogni donna sopra i trenta sa che alla fine la verità è in tutto quello che non dice, perché gli uomini sono “bravi affabulatori”, e le donne facilmente credulone.
La seconda: la coppia che litiga. Penso che a chiunque sia capitato di incontrare al tavolo vicino una coppia presa da una discussione e, per motivi di pudore nel vano tentativo di non far conoscere i fatti propri a tutto il locale, i toni di voce rimangono bassi e si finisce per offendersi quasi bisbigliando. Ma ormai è troppo tardi; perché quando capita ed anche spesso di intercettare la coppiachelitiga, la propria cena passa in secondo piano; niente può distrarci dal sentire quello che stanno dicendo e, spesso, ci si schiera dalla parte di uno o dell’altra, perché alla fine, tutti discutiamo sempre per le stesse cose.
Poi c’è la coppia “navigata”, chiamiamola così; o perché si sta insieme da un po’ e non si ha più tanto da dirsi o perché si sta tutta la sera con lo smartphone in mano o su facebook o su whatsapp; e la cena passa in un assoluto silenzio e in un fastidioso ticchettio della tastiera tra tag, messaggi, post, interrotto solo da un “Chiediamo il conto?”. Io chiederei il divorzio, piuttosto. Ma se paga lui, anche il conto va bene.
Ed infine, le due coppie di amici che vanno a cena insieme, insomma, l’uscita in quattro; ecco; qui viene il bello; tutto è amplificato, il viaggio a Pescasseroli diventa la vacanza a Gstaad, si parla solo di quanta gente volgare e provinciale ci sia in giro (farebbero prima a guardare la persona che hanno al loro fianco, ma vabbè), della prossima vacanza alle Maldive, di quanto sia diventato banale ormai fare tutto, quando ad un certo punto; tirano fuori il “selfie stick”? Non sapete cos’è?
E’ il prodotto più in voga tra i venditori indiani o pakistani; prima le rose (onnipresenti), poi quei cosi appiccicosi che lanciavi per terra e tornavano su come prima, passando dal cappello di Babbo Natale che si illumina a alle corna delle renne (senza sapere che alcuni le corna già ce l’hanno, ma non solo a Natale). Ora il “selfie stick”, dicevamo E’ un bastoncino di metallo con all’estremità un supporto su cui poggiare l’Iphone e che ti consente un autoscatto quasi panoramico, immortalando tutti i presenti nessuno escluso. Le coppie che escono in 4, il selfie stick se lo portano da casa e se non ce l ‘hanno se lo comprano, fidatevi. L’ho visto con i miei occhi.
Insomma, il ristorante finisce sempre per avere il suo fascino. Un tempo ci si mangiava soltanto, poi, il suo ruolo si è evoluto; ad esempio, nella Parigi del Novecento, era il luogo di ritrovo di scrittori e letterati che sedevano lì ore e tra un pasto e l’altro ragionavano, parlavano, come faceva Sartre. Ora invece è diventato un perfetto punto di osservazione della specie umana; lui e lei che litigano, che si amano, che si conoscono, che si lasciano, che parlano (poco). Lasciate ogni speranza, dunque, o voi che entrate, oppure pensateci due volte. Prima di lasciare il divano.













