di Giuseppe Crimaldi
“E domani? – le domandai – Dove andiamo domani?”. Anche in quell’occasione lei mi spiazzò e non perse occasione di sorprendermi: “Al Dizengoff”, rispose. Ovvio che avrei immaginato quella giornata in tutt’altro modo e – magari – al museo dell’Olocausto che allora ancora non era stato ristrutturato ma che avrei voluto visitare a tutti i costi.
Se si è in Israele prepararsi allo Yom ha Shoah Vegvurà, la “giornata della sciagura e dell’eroismo” significa innanzitutto evitare di andare incontro a una giornata di angoscia. Per un Paese che è capace di esorcizzare anche la paura della morte, il ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei non ha bisogno di discorsi solenni, di fanfare e di interminabili giornate di studio per dare un senso alla memoria. In Israele la Shoah non è una circostanza, ma una consapevolezza che rivivi ogni giorno.
E così Leah mi portò al Dizengoff Center che già allora, alla fine degli anni ’80 – nel periodo di quasi tre anni durante i quali ho vissuto a Tel Aviv – era la proiezione avveniristica e un po’ lunare di ciò che avrei visto, solo molto tempo dopo, negli ipertardivi centri commerciali grandi come paesi della più sperduta provincia italiana. Vetrine illuminate e luci, famiglie e acquisti che durano fino a tarda sera. Non facemmo a tempo di entrare perché mentre eravamo in fila per superare il metal detector degli agenti all’ingresso arrivò il suono lungo della sirena che ogni anno, il 27 di gennaio, scandisce “il momento”.
“Il momento” dura due minuti, un tempo apparentemente breve e invece interminabile se si pensa che ovunque si trovino e qualunque cosa stiano facendo gli israeliani, allora si resta in piedi e in silenzio. Istintivamente immaginai di trovarmi altrove e il primo pensiero fu quello di trovarmi al suono di quelle campane tristi che in Giappone spezzano ogni rumore, lente e ipnotizzanti, per ricordare al mondo il sacrificio di Hiroshima e Nagasaki. Le auto che sfrecciavano per strada si bloccarono e dagli abitacoli ne scesero i guidatori, i pedoni si impietrirono ovunque il passo li stesse portando, le commesse smisero di lavorare e qualunque forma umana si trasformò in una statua di sale. Immobili per due minuti, fino al nuovo segnale della sirena. Poi tutto riprese a scorrere normalmente.
Compresi allora perché Leah aveva deciso di portarmi in quel luogo che pullulava di vita estrema. E solo quando rilessi, molti anni dopo, “Se questo è un uomo”, compresi meglio le parole di Primo Levi: “…Meditate che questo è stato: io vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi. Ripetetele ai vostri figli, o vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca e i vostri nati torcano il viso da voi.”













