Femminicidio e coesistenza fra generi

di Stefania Cantatore *

Più di una serie di leggi degli ultimi anni che si sono rivelate inefficaci quello veramente che serve è una politica della mistione. Nella sua relazione dell’apertura dell’anno giudiziario il presidente della Corte di Appello di Napoli, Antonio Buonajuto ha ricordato che in Campania i casi di femminicidio sono aumentati del 22 per cento rispetto all’anno precedente. Un dato ancor più allarmante se si tiene conto che negli ultimi tre anni  la Campania presenta il più alto numero di femminicidi tra le regioni italiane  

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I dati del femminicidio non possono essere valutati se non su scala mondiale, né è possibile imporre il disarmo verso le donne per singoli stati: la moderazione violenta dei comportamenti femminili, perché questa è la violenza sessuata, è dettata da comportamenti opportunistici. Ciò che in uno stato non è agevole lo è in un altro, perché si è “stranieri”,fuori dal controllo delle gerarchie di riferimento. Ciò che non è consentito nella propria comunità e con le proprie donne, è possibile con “le altre”. I veri e propri raid compiute intorno alle basi militari Usa, la riduzione in schiavitù delle badanti non italiane, i commerci sessuali compiuti su minori rom, l’uccisione spesso misconosciuta delle vittime della tratta e della prostituzione coatta, io ricatti sessuali sull’occupazione precaria non sono argomenti per la cronaca e spesso se nominati prendono definizioni che allontanano dalla loro natura: delitto maturato nel mondo della prostituzione e della droga, discriminazione razziale e via dicendo.

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Basterebbe soffermarsi un attimo sulla questione delle violenze sessuate sui minori, dalle persecuzioni sessuali al maltrattamento e alla violenza assistita, per comprendere che guardare all’aspetto “più facile della violenza” equivale a non contrastarla in assoluto.

La delega che prevede l’assegnazione della tutela della prole alle madri, è in realtà il meccanismo che prevede il ricatto sessuato attraverso i figli e la totale deresponsabilizzazione verso “i figli degli altri”, sui quali spesso ricadono le colpe dei gruppi etnici. Due articoli della costituzione Italiana, mai considerati passibili di modifica, prevedono che le donne debbano occuparsi della casa e della prole (art. 37 titolo III, art. 29 titolo II). Più che i miserandi provvedimenti degli ultimi anni pomposamente nominati come “leggi contro il femminicidio”, quello che serve è una politica della mistione, ovvero la coesistenza pacifica tra generi.

I dati del 2012 vedeva il calo dei reati omicidiari, ma il calo non riguardò la percentuale di femminicidi rispetto alla popolazione femminile. I dati del 2013 furono in crescita (ma rispetto sempre a quanto registrato dalla cronaca, che è appunto sempre la punta dell’iceberg). Il 2014, numericamente si attesta nella media del decennio pure nelle diverse stime delle diverse fonti tra le 120 e le 140 donne uccise e 130 casi di maltrattamenti e stupri denunciati (a volte si tratta di denunce collettive ma conteggiate come unità, come nel caso delle lavoratrici di Pachino, nei casi dei laboratori clandestini, nei casi degli stupri punitivi alle immigrate).

Occhio-aggressore

Ridurre la violenza sessuata a numeri è davvero incongruo, quello che è peggio è fuorviante. Serve ed è servito forse per chi nega che “uccidere una donna è facile”, o per chi pensava che “la violenza è violenza e non ha genere”. Non serve invece a cambiare la complicità che unisce criminali e gente cosiddetta normale: una complicità che si concretizza nel consumo di corpi come merce e nel pensiero che uccidere è la conseguenza di un’offesa e della sottrazione di una donna che, per antonomasia, deve essere a disposizione.

In Italia, come altrove, la domanda di libertà delle donne è cresciuta, come sono cresciute le consapevolezze sui diritti, va detto che però storicamente questo non rappresenta una novità: va detto solo che i regimi democratici consentono la pubblica rivendicazione di diritti e libertà senza il ricorso a gesti estremi. Per quale ragione, e solo in questo caso, si pensa che un problema politico come quello della diseguaglianza tra donne e uomini sia solo un problema di crescita della parte femminile (per altro già avvenuta) e non quello della decrescita di uno strapotere degli uomini anche in materia di difesa.

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I nostri uomini politici hanno sempre interpretato il ruolo, ufficialmente assegnato, di interpreti e trascinatori della cultura dominante. Bastano poche citazioni per capire dove siamo: da “fatevi difendere dai vostri uomini” di Buttiglione “al carabiniere per ogni bella ragazza” di Berlusconi fino a “le giornaliste sanno usare meglio la bocca che le mani ” di Giovanni Antonino. Dove siamo non lo dicono i numeri ma i fatti, soprattutto in un paese dove recuperare i fatti è reso difficile dal fatto che le istituzioni tendono a sovrapporsi ai media. I fatti che conosciamo sono a disposizione di chiunque voglia sapere il senso di quello che avviene, a patto di evitare la trappola di valutare la politica sulla mole degli investimenti, e la tragedia sul conteggio delle morti.

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Certo anche questi dati hanno un senso a patto però che non vengano decontestualizzati. La crescita negli stanziamenti a supporto delle vittime, nell’ultimo decennio, ha avuto un impulso innegabile, ma sicuramente ridimensionabile. Il sostegno alle vittime, cioè quando la vittima è ormai tale e costretta in uno status che, nel bene e nel male, rappresenta la decadenza da quello precedente dal punto di vista sociale. C’è da chiedersi poi se questa crescita di investimenti non sia parallela alla crescita dell’inoccupazione e della disoccupazione femminili, e ancora chiedersi se quei fondi europei erogati all’Italia “per recuperare il ritardo nel contrasto alle violenze” non abbiano finito per finanziare quella rete di Welfare che per usare i fondi sotto altra denominazione, continua a fare il lavoro di sempre.

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Spesso negli interventi di contrasto al femminicidio i progetti più solidi e garantiti dal punto di vista finanziario vedono l’assegnazione dei fondi a soggetti impropri: religiosi e/o contrassegnati da pratiche di mediazione familiare. Una pratica a giusta ragione esclusa dalla convenzione di Istanbul, essendo la mediazione familiare basata sul principio dell’assegnazione dei ruoli e sulla teoria che la violenza sia un problema relazionale. I ruoli discendono dal sistema dato, e soprattutto nel contesto attuale l’esigenza sarebbe quella di rinegoziarli e non di confermarli: il ruolo femminile è implicitamente basato sulla dipendenza e sulla subalternità, ovvero il terreno di coltura della violenza. La violenza, lo confermano esperienze sul campo e le conclusioni in ambito Onu (rif. Cedaw), non è un problema relazionale ma l’esplosione dell’asimmetria di potere tra donne e uomini. Va detto che comunque una simile ottica di fatto esclude dall’utenza tutte le donne che subiscono violenza sulla strada, nei luoghi di lavoro e nelle scuole.

Il fatto più evidente rivelatore del fatto che non si tratti di un problema relazionale è quello riferito alla qualità reiterativa, con donne diverse, degli atti compiuti dagli offenders. A Napoli almeno due donne, nel recentissimo passato, sono state uccise da partner che avevano già ucciso o avevano tentato di farlo. Le responsabilità legate alla comminazione delle pene, meriterebbe un capitolo a parte. Nel caso esemplare di Fiorinda Di Marino, il suo assassino Renato Valboa era precedentemente uscito dal carcere dopo sette anni pur avendo quasi ucciso la prima moglie a colpi di accetta.

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Rashida Manjoo

Rashida Manjoo (special rapporteur della commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite), nel 2010, ha fotografato una situazione di gravissimi ritardi che a mio parere non possono più essere definiti in questo modo.

L’Italia è ancorata all’ultimo Welfare che riesce a garantire: la famiglia, così come è. Il sistema Italiano è arretrato perché è la famiglia ad essere arretrata, alla quale né donne né uomini possono adattarsi.

Tempo fa ebbi a definire la famiglia come il luogo più impermeabile alle leggi e ai diritti, più di altre istituzioni definite totali. Oggi mi sento di dire che la famiglia italiana viene protetta proprio perché impermeabile al diritto. È probabile che non molto cambi nell’anno a venire, ma ogni ora che ci separa dal cambiamento è l’ora nella quale, anche nella nostra parte di modo, verranno cancellate vite e intelligenze che alla fine del 2015 costituiranno le solite statistiche.

(*componente, e portavoce napoletana del Coordinamento Nazionale dell’Udi) 

( 2. fine)

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