di Giuseppe Crimaldi
Ho appena finito di vedere “L’Oriana” su Rai1 e me ne vado a letto pensando di avere perso due serate della mia vita per una fiction. Mai viste fiction in vita mia, e ieri sera – martedì grasso di Carnevale – forse meglio mi avrebbe fatto vedere la superpartita di Champion’s Psg-Chelsea.
Avviso ai naviganti teledipendenti capaci di non perdersi una replica. Evitatevi tre ore di melenserie inutili, e se proprio devo provare a usare un metro di paragone allora invoco il quinto emendamento evocando la potenza imperiale degli sceneggiati di una volta, ne cito solo un paio: “La Cittadella”, “Il Mulino del Po” e “La Freccia Nera”. Altri tempi e altri modi di fare tv.
“L’Oriana” aveva l’ambizione di voler raccontare Oriana Fallaci, che è personaggio di tale spessore e complessità da non potersi ridure in un formato di tre ore, non avrebbe dovuto ridursi a storiella agiografica del personaggio, né tanto più liquidare la vita della più grande giornalista europea – e forse mondiale – e tantomeno essere affidata nella sua rappresentazione plastica a un’attrice (si chiama Vittoria Puccini) e a una compagnia di giro scelta non so dove né da quale scienziato. che siede in viale Mazzini.
Ha una solo merito questo filmetto costato a mamma Rai una cifra blu se solo si pensa agli esterni girati tra l’altro in Vietnam, Grecia, oltre che in una inesistente quanto lussureggiante villa sulle colline del Chianti che si vuol far credere appartenesse ai genitori della scrittrice: è il merito di avere descritto come estratto nobile di essenze raffinate una professione che oggi non esiste più, il giornalismo. E non è poco, intendiamoci. Nei tempi bui che attraversiamo raccontare il lavoro di chi scrive e fa l’inviato di guerra (e non solo di guerra) è opera significativa. Ma se qualcuno volesse veramente sapere chi sia stata Oriana Fallaci, allora si risparmi tre ore di melenserie inutilmente coccolose. E magari provi a leggere almeno un paio dei suoi libri.









