Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

I nuovi angeli dalla faccia sporca

di Adolfo Mollichelli

Ángeles con caras sucias. Gli angeli con la faccia sporca. Maschio, Angelillo e Sivori, la magia del pallone. La storia del nostro calcio e della nazionale italiana. Una storia infinita. Eder, Vazquez e Osvaldo. Oriundi che passione… 

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Mascio, Angelillo, Sivori

Il futuro dell’Italia affidato agli oriundi. Perché l’acqua è poca e la papera non galleggia. E la posteggia è loffia. Nel senso che latitano attaccanti-chitarristi, quelli che cantano a suon di gol.
Perduta la speranza più dolce, quel Balotelli sperduto e perduto nella Liverpool dei Beatles. Rientrato nei ranghi l’inglese Pellè che però si batte in quel di Southampton. Mosso in panchina Immobile dallo scacchista Klopp. In astinenza prolungata l’ex barbone Zaza.

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Conte, allarga il club Italia

E meno male che Conte si è ricordato di Manolo Gabbiadini, il bergamasco silenzioso dal sinistro squassante che a me ricorda quello di Gigi Riva, che però sembra avere uno strano destino: gioca dall’inizio e appare spaesato, subentra ed è un’ira di Dio. Credo che Benitez non gli abbia ancora trovato la migliore posizione possibile. Chissà se ci riuscirà Conte. Oriundi, che passione. Ingresso in azzurro in pompa magna di Franco Vazquez detto el mudo perché di poche parole e di Martin Eder. Argentino il palermitano, brasiliano il sampdoriano.

Soccer: Serie A; Palermo - Napoli

Franco Vazquez, el mudo

Più recente la scoperta di Vazquez, idea brillante di Zamparini che di calcio ne capisce come pochi. Una vecchia conoscenza Eder che s’era fatto apprezzare sin dai tempi di Empoli e Brescia. Vazquez è il lentone più veloce che calchi i campi. La sua rapidità di pensiero vale cento infilate a cento all’ora. Ha un sinistro parlante, tecnica sopraffina e vede la porta come pochi: sette i gol in campionato più nove tra pali e traverse, quel che gli manca è un po’ di suerte.
Può giocare seconda punta o trequartista. Per me è trequartista nato.

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Martin Eder, Speedy Gonzales

Eder è tra i più veloci attaccanti del campionato. Uno Speedy Gonzales con piedi buoni, forza fisica e capacità di rientrare quando la necessità l’impone, in più due inesauribili polmoni.

Vazquez ed Eder non ci hanno pensato su neppure un secondo a dire di sì a Conte: Italia, veniamo di corsa. Il ct azzurro ha invece dovuto incassare il no di Dybala che punta diritto all’albiceleste, fa niente se deve mettersi in fila dietro a Messi, Tevez, Higuain e Aguero. Peccato, per noi sarebbe stato un affarone. Pensate: Vazquez dietro a Dybala (i due nel Palermo fanno sconquassi) e ad Eder. Oriundi, che passione.

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Pablo Daniel Osvaldo, “Jonny Dep”

L’ultimo di un certo valore è stato Pablo Daniel Osvaldo, valente chitarrista, sosia di Jonny Dep, talento puro, irascibile come Braccio di Ferro, girovago del gol, incapace di restare a lungo dentro la stessa maglia. A gennaio ha litigato con i compagni interisti, ha atteso invano un’altra chance italiana, infine ha deciso per il ritorno in Argentina, al Boca, non male.

Paulo Dybala

Paulo Dybala, un no “pesante”

Una storia cominciata 95 anni fa. Con Ermanno Aebi. Origini svizzere, milanese di nascita, fu il primo oriundo a vestirsi d’azzurro. Con un rendimento niente male, due partite e tre gol, tutti alla Francia, era il 18 gennaio del 1920. L’anno dopo fu la volta di Giovanni Moscardini, nato in Scozia da genitori italiani (9 presenze e 7 gol).
Nel 1926 brilla la stella di Julio Libonatti, argentino del Torino (17 presenze e 15 reti). Debuttarono insieme (primo dicembre 1929) due campioni che contribuirono a scrivere pagine su pagine del nostro calcio: Raimundo Orsi detto Mumo, argentino e violinista ed Attila Sallustro, paraguaiano, detto il veltro per la rapidità di esecuzione. Orsi si legò alla Juve. Sallustro sposò Napoli ed il Napoli, undici campionati e cento gol.

Attila Sallustro

Attila Sallustro

Gli anni trenta furono per noi preziosi. Perché conoscemmo le virtù calcistiche di campioni come Renato Cesarini, argentino, che segnò diversi gol allo spirare degli ultimi minuti, da qui la zona Cesarini, per sei anni colonna della Juve, undici volte in azzurro. Francisco Fedullo, uruguayano, colonna del Bologna, vestì due volte l’azzurro, segnò tre gol. Luisito Monti, argentino, centromediano insuperabile ed atleta straordinario, colonna difensiva della Juve, vanta un record unico: giocò due finali mondiali con due maglie differenti, quella perduta con l’Argentina nel 1930, vittoria dell’Uruguay, e quella vinta con l’Italia nel 1934 (2-1 alla Cecoslovacchia). Un contributo notevole quello dato dagli oriundi nella conquista del nostro primo mondiale, ben cinque: Guaita, Guarisi, Orsi, Monti e Demaria.

Mauro German Camoranesi

Mauro German Camoranesi

Il secondo mondiale (1938) lo vincemmo con l’uruguaiano Andreolo in campo, otto anni nel Bologna lo squadrone che tremare il mondo fa. Il quarto mondiale (2006) fu anche di Mauro German Camoranesi, argentino, il più presente tra gli oriundi in azzurro, 55 partite e 5 reti. Densi di nomi altisonanti gli anni cinquanta. Da Ricagni a Schiaffino, da Montuori a Firmani il sudafricano, dal petisso Pesaola a Ghiggia, da Da Costa a Lojacono. E poi, i favolosi anni sessanta. Con campioni del calibro di Angelillo, Sivori (9 presenze, 8 reti), Altafini (6 presenze, 5 reti), Maschio e Sormani.

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Altafini, Angelillo e Sivori

Dopo i 33 oriundi convocati dal 1920 al 1962, bisognerà attendere il 2003 per tornare all’antico. Più di quarant’anni di chiusura agli oriundi, ingiustamente indicati come colpevoli del flop del mondiale cileno. Dopo Camoranesi, le meteore Ledesma ed Amauri (una sola presenza per entrambi nel 2010). Buono il curriculum di Thiago Motta (23 presenze, un gol). Ci si aspettava di più daOsvaldo (14 presenze, 4 gol). Un’apparizione per Schelotto e Soriano, tre volte azzurro Paletta. E si arriva ai giorni nostri con Vazquez ed Eder. Più italiani di un valdostano. Vazquez l’argentino ha mamma veneta e nonna paterna lombarda, e si diletta a parlare in dialetto veneto. Eder il brasiliano, bisnonno vicentino, gioca in Italia da quando aveva 18 anni.

INTER TONFO IN EUROPA, MANCINI DEVE TORNARE SUBITO A SPINGERE

Roberto Mancini

 

Del tutto fuori luogo le polemiche – ma si sa che noi italiani siamo un popolo di polemisti a prescindere – scatenatesi sul caso oriundi. Con alfiere dell’italianità a tutti i costi proprio Roberto Mancini allenatore
dell’Inter squadra che si vanta di essere internazionale di nome e di fatto, tant’è che per trovare un italiano in formazione devi cercarlo con il lanternino.

Il ct Conte ha scelto anch’egli la strada degli oriundi per diritto è un po’ anche per necessità. Vogliamo chiarire, anche lessicalmente, una volta per tutte? Bene.
Oriundo non è una parola che si trova nel codice civile. È semplicemente gerundio latino che significa originario, dall’Italia. In nome dello ius sanguinis. Ok?

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Bruno Pesaola, el Petisso

Discorso diverso è l’acquisizione della cittadinanza in ragione della residenza, iter normativo diverso che prevede tempi lunghi. La necessità rende un ct cacciatore di “altri” italiani. Conte non ha violato alcun diritto. Non ha arzigogolato sui regolamenti. Si è guardato intorno ed ha deciso per un’iniezione di valore e di gioventù. Oppure avrebbe dovuto convocare un paio di grandi vecchi, come i trentasettenni Toni e Di Natale. Campioni assoluti. Ma poi sarebbe stato criticato lostesso: in nome di un mancato rinnovamento in vista di Europei e mondiali. In attesa di magnificare le finezze di Vazquez e le legnate di Eder, quarantaduesimo e quarantatreesimo oriundo azzurro, penso che il sessanta per cento dei calciatori della serie A sono stranieri.

E allora saluto e ringrazio tutti i nostri cari oriundi: i 21 argentini, i 9 uruguaiani, gli 8 brasiliani e il paraguaiano, lo scozzese, lo svizzero, il sudafricano ed il tedesco. Sono parte integrante della storia del calcio italiano.

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