di Ottorino Gurgo
Riformare il sistema radiotelevisivo è uno degli obiettivi che tutti i governi che si susseguono alla guida del paese e tutti i partiti si propongono di conseguire. Il perché è evidente. E’ convinzione largamente (e, probabilmente, non erroneamente) diffusa che chi controlli la televisione è favorito nell’acquisizione del consenso potendo, grazie a questo strumento, non diciamo manipolare, ma certamente orientare, le opinioni dei cittadini.
Matteo Renzi e il suo governo sono, su questa strada, pienamente in linea con quanti li hanno preceduti: vogliono una Tv nuova e vogliono che la riforma – il presidente del Consiglio lo ha detto e ripetuto a chiare lettere – sia approvata dal Parlamento prima dell’estate.
Per ottenere questo risultato, Renzi sarebbe pronto addirittura a far ricorso alla decretazione d’urgenza; proposito temporaneamente rientrato dopo le vibranti proteste delle forze politiche e le riserve che lo stesso capo dello Stato avrebbe manifestato, ma che potrebbe riemergere se i tempi di discussione del disegno di legge alla Camera e al Senato dovessero dilatarsi a dismisura.
La riforma, tuttavia, sia che si vari con un decreto, sia che si scelga la più ragionevole strada del disegno di legge ordinario, è divenuta uno dei tempi caldi del dibattito politico.
L’elenco delle cose è già stato stilato: revisione delle norme sulla governance con la suddivisione dei compiti tra un amministratore delegato che si occupi dei conti dell’azienda e un direttore generale che concentri la propria attenzione sul prodotto; un consiglio d’amministrazione ridotto e nominato con criteri che lascino la titolarità al Parlamento; riforma del canone per evitare l’evasione; anticipo del rinnovo della convenzione in scadenza nel 2016.
Il tutto facendo sì che il governo della Rai – ha detto Renzi – “oggi nelle mani di procedure complicatissime, sia reso più efficiente e più efficace”. Su questi “buoni propositi” il confronto è in pieno svolgimento, ma tutto lascia prevedere che si tratterà più di uno scontro che di un confronto. Perché ? Perché tutti, ma proprio tutti, intendono trar profitto dalla riforma per garantirsi, all’interno dell’azienda, sicuri spazi di potere.
Perfino Beppe Grillo e i suoi seguaci sono usciti dalla “turris eburnea” nella quale si sono rinchiusi dall’inizio della legislatura, per dettare le condizioni di un loro eventuale sì alla riforma.
Al tavolo della trattativa c’è, tuttavia, un convitato di pietra del quale le forze politiche (di ogni colore, destra, sinistra, centro, senza distinzione) sembrano voler ignorare l’esistenza. Questo convitato di pietra è il cittadino che paga il canone, al quale delle lotte tra i partiti per acquisire potere interessa ben poco e che alla riforma ha da chiedere due cose soltanto: che si ponga fine agli sperperi davvero giganteschi, ingiustificati e ingiustificabili che sono stati ampiamente documentati e che gli siano presentati programmi migliori in luogo di quelli francamente indecorosi che gli vengono oggi offerti.
Ps. “Immaginiamo un Cda più ristretto, la cui maggioranza sia eletta dal Parlamento in seduta comune…” ha annunciato con enfasi Renzi nella conferenza stampa del consiglio dei ministri. Peccato però non sia possibile. E’ la Costituzione a prevedere quando il Parlamento può riunirsi in seduta comune. E per la Rai l’opportunità non è contemplata.









