Adolfo Mollichelli

Adolfo Mollichelli

Giornalista. Ha lavorato con il Roma ed il Mattino. Ha seguito, tra l'altro, come inviato speciale cinque Mondiali, altrettanti Europei, nove finali di Campioni-Champions e l'Olimpiade di Sydney

Sogno triplete

di Adolfo Mollichelli

La finale di Champions tra Juventus e Barcellona, all’Olympiastadion di Berlino, è un caleidoscopio di storie e di sfide. E’ molto di più di una partitissima tra due contendenti ricche di gloria, antica e recente. La coppa dalle grandi orecchie è la preda più ambita alla fine di una stagione trionfale per entrambe. Sia la Juve che il Barca aspirano al triplete dopo aver vinto i rispettivi campionati e le coppe nazionali.

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I bianconeri tornano a giocare una finale dopo dodici anni. Sconfitta ai rigori nel 2003, finale tutta italiana con il Milan a Manchester. I blaugrana sono da anni frequentatori abituali, e vincenti, del palcoscenico europeo. Ruberebbe troppo spazio l’elencazione dei trofei nazionali ed internazionali delle due finaliste (rimandiamo il lettore alla consultazione di un Almanacco del calcio).

Quante storie parallele in questa sfida. A cominciare dagli allenatori: Allegri detto “acciughino” e Luis Enrique soprannominato “mentone” per quella bazza un po’ pronunciata. Allegri cacciato via dal Milan. Luis Enrique dalla Roma. Si sono presi una rivincita che sa di rimpianti per chi gli disse: grazie di tutto, potete andare. Allegri aveva condotto i rossoneri al titolo ed al superamento, due volte, dei gironi ad eliminazione in Champions. Fatale il Sassuolo ed il poker di reti di quel birbantello di Berardi che Allegri si ritroverà in bianconero. Berlusconi non aspettava altro che uno scivolone “da vergogna” per dare il benservito al livornese.

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Berlusconi, la bandana

Figuratevi: mi consenta, lei è di sinistra e poi non posso dimenticare quando i suoi concittadini si presentarono a San Siro, quelle migliaia di burloni tutti con la bandana! Allegri s’è preso una rivincita che sarà stata più dolce del miele. Da grande allenatore, perché lo è, che ha fatto la gavetta. E da uomo sereno e coerente, quasi un filosofo. Come definire altrimenti uno che dice “mi diverto a preparare una partita come la finale col Barcellona”? Eleganza, sorrisi e pazienza. Tanta pazienza c’è voluta per far finta di niente, che gli insulti ricevuti dai nostalgici di Conte erano in fin dei conti un atto d’amore per il condottiero plurivittorioso che pure aveva lasciato la Vecchia Signora sola e sconsolata in un torrido pomeriggio di luglio.

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Le “agghiacciandi” pretese di Conte

Con signorilità, giudizio, competenza Allegri ha conquistato tutto il pianeta Juve. A cominciare dai giocatori che proprio non ne potevano più delle “agghiacciandi” pretese di Conte, condite da urlacci e isterismi vari. Al centro del villaggio, il livornese, che ora tutti gli juventini chiamano conte Max ha messo i giocatori, tutti. Triplice fischio finale e scatto verso gli spogliatoi, per un anno intero. Eccoli, sono loro i protagonisti. Un giorno, se volete, potrete applaudire anche me. E quel giorno è venuto e ad Acciughino si sono riempiti gli occhi di lacrime. Bastone poco, più che altro carotine. E pure qualche ideuzza per “smontare” il giusto necessario la sopravvenuta supponenza di qualche stella.

ALLEGRI RITROVA POGBA, OBIETTIVO ALLUNGARE LA FUGA

Allegri e Pogba, la sfida

Qualche mese fa, a Vinovo, al termine dell’allenamento, chiamò Pogba e lo sfidò a singolar tenzone: vediamo chi fa più gol nella porta piccina. Quella che si usa nei torelli con palla, bassa e stretta, senza portiere. Da quel giorno Pogba s’è sentito un po’ più normale. Perché a vincere la singolar tenzone (calciavano da una distanza di trenta metri) fu il tecnico filosofo, che lasciò lì impalato Pogba e se ne andò fischiettando.

Anche il percorso di Luis Enrique in Catalogna non è stato tutto rose e fiori all’inizio. Oh, per me lui resta la “maschera di ferro”. Per quel colpo galeotto durante Spagna-Italia del mondiale statunitense. Glielo inferse Tassotti che si beccò una squalifica fiume. Luis Enrique giocò per mesi con un tutore a protezione del naso e degli zigomi. Fu un atto di “verguenza” del nasone rossonero.

Dunque, dicevo: l’inizio difficile del tecnico che doveva far dimenticare il monumentale Guardiola che aveva deciso: adios, Barcelona mia. Luis Enrique l’asturiano ha liberato il Barca dagli eccessi del tiki taca ed ha consegnato la squadra a Messi dopo che i due avevano cominciato a vivere da separati in casa. All’asso argentino non erano andate giù qualche panchina preventiva e l’idea che potesse essere risparmiato per qualche spezzone di partita. Il tecnico asturiano ha sopportato le critiche dei giornali, ha capito che nel Barcellona decide uno solo, cioè Messi, ed ha desistito.

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Neymar, l’erede di Pelè

Bueno, ningun descanso, la pulga juega, siempre. Il Barca ha preso il volo in questa stagione dopo che Luis Enrique decise di ridare a Messi la banda izquierda (la fascia sinistra) e la pulga accettò. Perché Leo fesso non è e capì che al centro a prendere un bel po’ di botte c’era il pistolero Suarez, titolarissimo dell’attacco insieme con Neymar.

Leo Messi e Carlitos Tevez, un’altra bella storia, sfida nella sfida. Tra il giocatore più forte del mondo ed il “diez” che non ha mai giocato così bene in vita sua. Sono entrambi argentini. Solo che Tevez è più argentino della pulga che può considerarsi più catalano essendo arrivato alla Masìa che era uno scricchiolo, un Peter Pan del calcio. Dalle parti di Buenos Aires e dintorni, amano più Tevez “el jugador del pueblo” che la pulga. Che sfida, ragazzi.

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Teves e Messi in nazionale

 

L’Apache ricco di titoli ed esperienze in Argentina, Brasile, Inghilterra e Italia contro il più forte del mondo, l’extraterrestre: girava una vignetta in rete molto gustosa, ET che mostra un cartello con una richiesta per Messi: vengo de otro planeta e quiero tu camiseta. Tevez ha riconquistato la camiseta albiceleste della nazionale argentina da poco. Messi ha detto okay. Basta con l’ostracismo. Anche perché -avrà pensato Leo – mi è bastato fin troppo avere Palacio ed Higuain come compagni di sventura all’ultimo mondiale!

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Maradona-Messi, chi è più forte?

Dopo le ultime prodezze messiane s’è riaperto il dibattito se la pulga sia destinata a scalzare Maradona dal podio del giocatore più forte di ogni tempo. Un giochino stantio. Personalmente, ritengo che ogni fuoriclasse appartenga alla sua epoca. Ho avuto la fortuna (mannaggia, gli anni!) di veder giocare Di Stefano, Pelé, Garrincha, Puskas e via via tutti gli altri fuoriclasse fino ai giorni nostri. In una recente intervista, il grande Diego ha ironizzato su alcuni gol strepitosi di Messi. M’è parso di cogliere nel tono di voce un pizzico d’ironia e di invidia mai colti prima d’ora. Che la risposta al quesito antico: più forte Messi o Maradona, venga dal pibe de oro stesso?

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Scontro con morso Suarez-Chiellini

Chiellini (noie muscolari) non giocherà, un peccato. Una sventura per la Juve che ha perso una pedina importantissima in difesa e c’è anche Barzagli che tienimi che ti tengo. E una jattura per tutti i registi più o meno occulti dell’evento berlinese. Perché il Chiello fu uno degli ultimi addentati da Suarez, il pistolero col vizietto del morso vampiresco. Accadde al mondiale ultimo durante Italia-Uruguay. Prova televisiva e lunga squalifica per il centravanti dal gol e dal morso facili. Sarebbe un peccato non poter assistere alla prima volta contro dopo quel fattaccio. Suarez, molto tempo dopo, chiese scusa, salvo poi dichiarare che Chiellini aveva fatto una sceneggiata. No, non vederli faccia a faccia a Berlino è come perdere la scena madre di un film.

In verità, c’è da puntare occhi e telecamere anche su Evra ed il solito Suarez, ai loro sguardi, ai loro atteggiamenti quando si saluteranno, se si saluteranno. Quand’era al Liverpool, Suarez rivolse uno sdegnato “sporco negro” ad Evra, allora capitano del Manchester United. Altra squalifica lunga per il pistolero. Quando si ritrovarono in campo, di fronte, Evra gli tese la mano, Suarez passò oltre. “Sono fiero del colore della mia pelle, sono i razzisti ad avere problemi, io sono sereno” commentò Evra.

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Luis Suarez

Suarez, un “personagetto” che te lo raccomando, chioserebbe Crozza sulla falsariga della stupenda imitazione di De Luca. Ma che centravanti, però, il connazionale e concittadino di Cavani, nati entrambi a Salto, cittadina-madre di campioni di razza. Oddio, spero che Suarez che chiamano pistolero non si convinca, prima o poi, di entrare nella parte e decida di presentarsi in campo con cinturone e colt. Fa gol in tutte le maniere l’uruguagio dal morso facile e s’è preso il centro dell’attacco del Barcellona, insomma la chiesa al centro del villaggio di cui parlava il buon Garcia, tecnico della Roma, prima che diventasse il sergente Garcia, el panzòn beffato a vita da Zorro. Insieme con Messi e con Neymar, costituisce il trio delle meraviglie, il tridente più forte e prolifico della storia del calcio moderno, centoventi gol in tre in quest’ultima stagione che ancora deve vivere l’ultimo atto a Berlino. Neymar, erede designato di Pelé, ha una tecnica sopraffina, ma è un “hijo de puta” da quartieri spagnoli. Provocatore sublime, va lui contro le gambe protese dei difensori avversari e completa l’opera caprioleggiando per le terre come se fosse stato investito da un tir. Provocatore sublime, irride gli avversari con i passi della foca che spesso finiscono in risse. Com’è accaduto nell’ultima coppa del re contro i baschi del Bilbao che sono gente fiera e allora non scherzare troppo erede di Pelé! Prima o poi, Neymar finirà col trovarsi davanti il Goicochea di turno e allora nessuno lo salverà.

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Duello Pirlo- Xavi in nazionale

I registi sublimi: Pirlo e Xavi, ossia il calcio in costruzione. Ricchi di titoli entrambi, compreso un mondiale. Pirlo a Berlino nel 2006, Xavi in Sudafrica nel 2010. Pirlo saluterà quasi certamente la Juve. Xavi ha già salutato il suo Barca. Registi da Palma d’oro del calcio e non ce ne vogliano Sorrentino e Moretti. A Barcellona dicono che senza Xavi non sarebbe stato possibile per Guardiola attuare il tiki taca. A Milano e dintorni dicono che aver regalato Pirlo alla Juve sia stato come aver gettato nella pattumiera una collana di diamanti. Un dono prezioso, insomma, che neppure la nipote di Mubarak ha mai ricevuto!

Juventus FC v AS Roma - Serie A

Buffon insegue la sua prima Champions

Buffon vale più di Ter Stegen, e che cavolo! Il portierone campione del mondo con Pirlo ha vinto tutto quel che c’era da vincere, anche un campionato di B, sì anche quello! Tutto tranne la Champions che gli sfuggì nella finale tutta italiana col Milan a Manchester. Ai rigori e dopo averne parati più d’uno.  Barca superiore. Juve da scoprire. E fa tanto orgoglio pensare che i catalani s’interessino ad uno juventino, insomma vorrebbero Paul Pogba. Ecco, il polpo Paul potrebbe essere la speranza in più per conte Max. Sempre che non gigioneggi troppo. E sarebbe bello davvero. Buffon ha dato le percentuali: 35 per cento Juve, 65 per cento Barca. Tra poco si giocherà. Si prevede una finale ricca di gol. Spero che non siano tutti targati blaugrana.

 

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