di Ottorino Gurgo
Fa bene Matteo Renzi a tenere per sé il doppio incarico di presidente del Consiglio e di segretario del partito o il mantenere la segreteria del Pd finisce per costituire, per lui, una sorta di piombo nell’ala ?
Nei palazzi romani della politica l’argomento è di scottante attualità ed è stato oggetto di discussioni vivaci che negli ultimi tempi si sono ulteriormente intensificate, tra quanti sostengono che l’esercizio dei due ruoli consente al capo del governo un più ampio controllo della situazione e quanti, al contrario, accusandolo di bulimia del potere, giudicano la contemporaneità delle due funzioni destinata a produrre effetti doppiamente paralizzanti, per il governo e per il partito e, non a caso, ricordano i precedenti di Amintore Fanfani, Ciriaco De Mita e Bettino Craxi ai quali non giovò l’accentrare su di sé la guida del governo e quella del partito.
La disputa accesa intorno al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili sembra dar ragione ai sostenitori della seconda tesi.
Sia per la sua provenienza parlamentare, sia per la natura del suo controverso contenuto, infatti, il disegno di legge sulle unioni civili, che spacca verticalmente la stessa maggioranza, avrebbe dovuto comportare la neutralità del governo; una neutralità che, sottraendolo all’obbligo di una scelta su una materia tanto contestata, sarebbe servita al presidente del Consiglio per tener fuori l’esecutivo dalle polemiche e dai contraccolpi che potrebbero scaturire dalla divisione della maggioranza se non, addirittura, dall’ esito non favorevole della votazione sul provvedimento.
Non solo. Ma è evidente che, avendo preso così decisamente posizione in favore del disegno di legge Cirinnà, Renzi rischia, comunque, di legare la propria sorte all’esito di un referendum popolare qualora questo, in caso di approvazione della legge, dovesse essere promosso.
Al di là di ogni altra considerazione, dunque, valutando la questione da un punto di vista meramente opportunistico, per Renzi il pronunciarsi con tanta perentorietà in favore della nuova normativa è stata una scelta che molti, anche tra coloro che sono schierati dalla sua parte, non esitano a definire imprudente.
Si ricorda, in proposito, che, quando si trattò di discutere in Parlamento la legge sul divorzio prima e quella sull’aborto, poi, i capi del governo dell’epoca (i presidenti del Consiglio erano Mariano Rumor nel primo caso e Giulio Andreotti nel secondo) tennero a mantenere l’esecutivo al di fuori di ogni disputa, lasciando che il Parlamento fosse libero di pronunciarsi in piena autonomia
Ricoprendo oltre alla carica di presidente del Consiglio anche quella di segretario del partito, Renzi è stato, tuttavia, indubbiamente condizionato dalla necessità di seguire l’indicazione espressa dalla maggioranza del suo partito. Non è difficile immaginare quel che sarebbe accaduto, infatti, all’interno del Pd, se egli si fosse pronunciato in maniera diversa.
Insomma il doppio incarico, alla luce di questa vicenda, rischia di rivelarsi per Renzi una sorta di camicia di Nesso che vincola la sua azione di governo. E non è pertanto da escludere che, superata la difficile fase attuale, egli possa decidere di lasciare ad altri (ovviamente a un suo fedelissimo) la segreteria del Pd; una decisione che, oltre tutto, potrebbe servirgli a ricucire il rapporto con la minoranza interna, da sempre contraria a che la guida del governo e quella del partito siano accentrate nelle stesse mani.








