di Ottorino Gurgo
C’è un “uomo nero” nella politica italiana. Si chiama Denis Verdini, protagonista di un vero e proprio “caso” del quale si discute nei palazzi romani della politica. In più d’una occasione Verdini è stato determinante per consentire a Matteo Renzi di far approvare questo o quel provvedimento e ottenere la fiducia che la sua traballante maggioranza metteva in forse
Per questo, ovviamente, Verdini è odiato dal suo partito di provenienza, Forza Italia. Ed è odiato anche dai “duri e puri” del Pd che ritengono inquinanti i suoi voti. Senza contare lo sdegno che nei suoi confronti manifestano i grillini. Ma anche il beneficiario di questi voti inquinanti tiene a prendere le distanze dal benefattore, precisando di non aver nulla a che fare con lui e di non considerarlo, comunque, membro della sua coalizione.
Insomma, come l’”uomo nero” della leggenda, quello che un tempo si evocava per spaventare i bambini troppo vivaci, Verdini è una sorta di demone dal quale tutti tendono a prendere le distanze: non lo vuole nessuno.
Eppure Verdini fu l’ideatore di quel “patto del Nazzareno” che sembrò destinato a segnare l’intesa tra Renzi e Berlusconi, ma che quest’ultimo mandò all’aria dopo l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, irritato per non essere stato consultato quando si era trattato di scegliere il nome del candidato al Quirinale.
In realtà Verdini – che, proprio a seguito di quella decisione di Berlusconi lasciò Forza Italia aveva visto gusto perché con realismo aveva preso atto che Forza Italia aveva una sola possibilità di sopravvivere: quella di trasformarsi nella forza condizionatrice del partito di maggioranza (un po’, per intenderci, quel che fece Bettino Craxi quando, mandando in pensione la vecchia guardia frontista del Psi prese a collaborare con la Democrazia cristiana).
Ma questo è un altro discorso che meriterà di essere approfondito. L’interrogativo al quale, ora, co proponiamo di rispondere è se sia giusta o meno la demonizzazione di Verdini, rinnovando quella conventio ad excludendum che tenne fuori dalla “stanza dei bottoni” per molti anni sia il partito comunista che il Msi di Almirante.
Personalmente non condividiamo e non abbiamo mai condiviso queste conventio ad excludendum che danno luogo ad una sorta di democrazia bloccata impedendo qualsiasi possibilità di alternanza di governo.
E che, nel presente, limitandosi ad una sola persona (l’”uomo nero” Verdini, appunto) realizza una sorta di discriminazione politica ad personam nella quale la conventio, cioè l’accordo per escludere, si realizza tra forze che pure sono tra loro ostili, vale a dire in contrasto su tutto fuorché nel mettere al bando chi considerano appestato.
Verdini non ci ispira particolare simpatia. A dirla in tutta sincerità, le sue numerose vicende giudiziarie (condannato a due anni, pena sospesa, per concorso in corruzione) fanno sì che il personaggio non ci piaccia neppure un po’ francamente ci fanno auspicare che il Parlamento italiano non abbia più ad essere rappresentato da personaggi del suo stampo.
Non vorremmo essere accusati di garantismo, tuttavia, se affermiamo che, nel presente, le regole del gioco impongono di considerare lui e i diciotto senatori che con lui si sono schierati, alla stregua di tutti gli altri senatori.
E, stando così le cose, i suoi voti devono pesare sulla bilancia come tutti gli altri. Non ci piace Verdini, dunque, ma non ci piacciono neppure le discriminazioni perché discriminando si sa come si comincia, ma non si sa come si va a finire.










