di Ottorino Gurgo
Che accadrebbe se il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte dovesse cadere, travolto dai contrasti sotterranei e non sotterranei che quotidianamente minano i rapporti tra le sue due componenti, quella leghista e quella pentastellata? Davvero sarebbe necessario ricorrere alle urne?
Nei corridoi del Palazzo si dice che questa eventualità sarebbe vista di buon’occhio da Matteo Salvini, forte dei sondaggi che portano la sua Lega a sfiorare la fatidica soglia del quaranta per cento dei consensi che, ove raggiunta, le consentirebbe di governare da sola.
Ma, a frenare l’ipotesi di elezioni anticipate in caso di caduta dell’attuale governo, concorrono diversi elementi tutt’altro che trascurabili.
A raffreddare gli entusiasmi leghisti per un nuovo confronto a breve con gli elettori, ha certo contribuito la recente presa di posizione di Silvio Berlusconi contro la costituzione di un partito unico del centro-destra, inevitabilmente destinato ad essere egemonizzato dal Carroccio. Accordi elettorali sono possibili, ma il partito unico no.
Che Salvini stesse adoperandosi per dar concretezza a questa idea è ampiamente noto. Ma è fuor di dubbio che la sua realizzazione segnerebbe la fine politica di Berlusconi, relegato al ruolo di gregario di Salvini.
Una fine decisamente ingloriosa. Senza contare che, se pure è vero che in Forza Italia c’è chi vedrebbe con favore l’accorpamento con la Lega (salire sul carro del vincitore è sempre stata l’ispirazione di molti politici italiani) non tutti tra i berlusconiani sarebbero disposti a una simile integrazione, rinunciando alla linea liberale e moderata nella quale hanno detto di riconoscersi. Stando così le cose, nel mondo politico romano ci si chiede in qual modo, se il governo gialloverde dovesse entrare in crisi, potrebbero essere evitate le elezioni anticipate.
Nei corridoi dei partiti si sussurra un nome: quello di Roberto Fico, attuale presidente della Camera e esponente di primo piano dei Cinquestelle. Da quando ha ottenuto la terza carica dello Stato, Fico non ha perso occasione per distinguere la propria posizione da quella di Salvini.
A differenza di Di Maio e dello stesso Giuseppe Conte, sempre sottomessi ai diktat del leader leghista, Fico ha seguito una linea autonoma contestando punto per punto (sui migranti come sui rapporti con l’Europa) le scelte di Salvini affermando esplicitamente che Lega e Cinquestelle “sono forze politiche distinte e alternative”.
Allo stato, formalmente, l’ipotesi di alleanze che prescindano da quella tra leghisti e pentastellat, non vengono prese in considerazione. Ma davvero i partiti, nel caso di rottura dell’attuale coalizione di governo sarebbero rassegnati al voto anticipato? Non lo crediamo.
Ad avversare un prematuro ricorso alle urne c’è, in primo luogo, il capo dello Stato. Come è noto Mattarella è da sempre un sostenitore dello svolgimento della legislatura sino al suo termine naturale ed è quindi da prevedere che egli farebbe di tutto per evitarne una fine traumatica, tanto più che l’unica a trarne vantaggio sarebbe quella Lega, sostenitrice di una linea politica anti europeista, sovranista e populista che il presidente della Repubblica ha chiaramente lasciato intendere di non condividere.
Quanto alle forze politiche diverse dal Carroccio, è da dubitare che, di fronte al l’eventualità di nuove elezioni che le penalizzerebbero pesantemente, manterrebbero il “no” ad alleanze che potrebbero evitare lo scioglimento delle Camere. Di qui il prender corpo del l’eventualità – in caso di crisi – di un governo guidato dal presidente della Camera che, proprio in virtù della sua carica istituzionale, potrebbe consentire ai partiti, contrari ad alleanze politiche, di ripararsi dietro il paravento del cosiddetto “esecutivo tecnico”.
È un’ipotesi, sia chiaro, ma a volte le ipotesi sono più realistiche di quel che si pensi.












