di Adolfo Mollichelli –
Il giorno della memoria, la memoria di quei giorni in cui l’Uomo si perse nei meandri oscuri della Disumanità. Non so in quanti hanno visto il film “Il figlio di Saul”, forse il documento più terribilmente vero delle atrocità del nazismo, l’eliminazione degli ebrei. Auschwitz, l’inferno sulla terra. Visitai, anni fa, in occasione di una partita dell’Italia a Cracovia, quel luogo dell’orrore. E non fui più lo stesso uomo di prima. Fu da quella volta che maledissi le violenze degli uomini su altri uomini. Tutte, indistintamente. La perfidia dei nazisti è tutta scritta lì, sul cancello d’ingresso di Auschwitz Birkenau, la porta che insegnava la strada: un binario morto, l’ultima fermata.
Quella scritta oltraggiosa in ferro che segue un percorso ondulato: Arbeit mach frei, il lavoro rende liberi. La più infame dichiarazione del falso, un orribile gioco di parole, puro sadismo, una illusoria speranza di salvezza, il trionfo della perfidia. Varcare il cancello d’ingresso, seguire quelle rotaie che si spezzano contro un muro, aggirarsi tra le baracche, lì in quell’inferno sulla terra è compiere un percorso dentro il regno del Male.
Un brivido ti percorre lungo la schiena quando ti fermi davanti alle teche protette da vetri spessi dove sono stati raccolti occhiali, orologi, dentiere, protesi, i resti di quelli che furono uomini trattati come animali al macello dalle belve naziste. Il lavoro rende liberi.
Forse, anche se solo per un momento, ci credettero quegli uomini e quelle donne e quei bambini, costretti a lavorare, a svolgere un compito atroce: preparare la loro stessa fine. Rimandandola per un po’, di giorno in giorno, finché non divennero scheletri ancor prima dei bagni collettivi. Docce dalle quali sgorgavano gocce di gas.
Su di un pilastro di uno stanzone freddo, appeso ad un chiodo, il testamento di Primo Levi. Leggiamolo insieme:
“Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici. / Considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango. / Che non conosce pace / Che lotta per un pezzo di pane / Che muore per un sì o per un no. / Considerate se questa è una donna / senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno. / Meditate che questo è stato / Vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / Stando in casa andando per via / Coricandovi alzandovi. / Ripetetele ai vostri figli / O vi si sfaccia la casa / la malattia vi impedisca / i vostri nati torcano il viso da voi“.
Ogni giorno, ogni ora, ogni istante. Non un solo giorno per ricordare. In questi tempi strani in cui tornano parole violente, un po’ per ignoranza ed un po’ per interessi di bottega. Si vada a pregare nelle chiese. Il mio tempio sarà sempre quel campo di concentramento.
Perché è da quel giorno che divenni Uomo. Nel dolore e per il dolore di tutti i perseguitati. E’ da quel giorno che prego che la mia ragione non abbia mai sonno. Che abbia la forza di indignarmi e di sorridere, seppure con amarezza, nell’ascoltare farneticazioni che alludono al complotto pluto-masso-demo-giudaico.








