di Ottorino Gurgo
Bisogna dare atto a leghisti e pentastellati di non aver mentito nel definire l’esecutivo da loro costituito come “il governo del cambiamento”. È vero. Nei pochi mesi trascorsi da quando sono alla guida del paese, i gialloverdi hanno realizzato molti cambiamenti e molti altri, stando agli annunci dei loro due leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, si propongono di realizzarne nei mesi a venire se rimarranno al potere.
Ma che vuol dire “cambiamenti”? Perché questa parola della quale i nostri governanti hanno fatto la loro bandiera è una di quelle parole destinate ad eccitare la fantasia popolare – soprattutto quando si attraversano momenti di difficoltà come gli attuali – ma che, di per sé, sono prive di significato e devono essere riempite di contenuti.
La logica più elementare suggerisce che un cambiamento può essere positivo o negativo a seconda di quel che cambiamo e di come lo cambiamo. Se il cambiamento è in peggio, infatti, riesce difficile non richiamarsi a quell’aforisma di Leonardo Sciascia secondo il quale “un orologio che va male non segna mai l’ora esatta, mentre un orologio fermo la segna due volte al giorno”.
Ora, per quanti sforzi facciamo nell’analizzare l’azione dei gialloverde in questi primi sette mesi circa di governo, non riusciamo a individuare “cambiamenti” positivi.
Non è positiva la perdita di colpi sul piano internazionale e il crescente distacco dai partner europei che ci vede ormai ai margini dell’Ue e ha creato un fossato nei rapporti con paesi come la Francia con i quali siamo tradizionalmente e naturalmente alleati.
Non è positiva la situazione dell’economia, sempre più disastrata, che ci ha fatto tornare ad essere considerati “la grande malata d’Europa” e che induce le più autorevoli agenzie di rating a descriverci come “untori” capaci, cioè, di diffondere ad altri il malessere che affligge la nostra economia.
E certo non può essere giudicato positivamente l’assalto (il termine non sia considerato eccessivamente enfatico) contro la Banca d’Italia che ha portato i due vicepresidenti non soltanto a contestare i vertici dell’istituto di emissione, ma addirittura a ipotizzare di mettere le mani sulle sue riserve auree per arginare le conseguenze di una politica economica sciagurata
Abbiamo limitato le nostre osservazioni ai cambiamenti operati nella politica estera e in quella economica, ma potremmo allargare il discorso ad altri settori, tenendo ben presente, che c’è sullo sfondo, tra l’altro, la volontà di leghisti e pentastellati di realizzare un vero e proprio cambiamento del sistema politico che l’Italia si è data con la Costituzione del 1948. Ed è, a ben vedere, proprio quest’ultimo obiettivo a tenere in piedi la coalizione di governo nonostante le palesi e tutt’altro che secondarie divergenze tra le sue due componenti.
Nasce da queste considerazioni il convincimento che, nonostante sia ormai chiaro che, rispetto alle elezioni politiche di un anno fa, il rapporto di forze tra Lega e Cinquestelle si sia clamorosamente invertito, Salvini, con buona pace di Silvio Berlusconi, non sembra avere alcuna intenzione, almeno per il momento, di rompere l’alleanza con i pentastellati.
Il cambiamento che il leader leghista ha in mente e sta di fatto già attuando sarebbe forse impossibile con Forza Italia mentre è assai più facile realizzarlo con i cinquestelle, soprattutto nella posizione di debolezza nella quale attualmente si trovano. Così la politica del “cambiamento” continua. Ma in peggio.










