di Adolfo Mollichelli –
Forse non te lo ricordi, caro Daniele. Ma fosti al centro di una geopolitica sportiva all’incontrario. Essì, perché tu romano de Roma e con i colori giallorossi dentro al cuore e sotto la pelle finivi col prendere voti in pagella più alti dal Mattino (Napoli) che dal Messaggero (Roma). Era il tempo dei tuoi primi passi con l’azzurro della Nazionale. Un po’ di tempo fa. Biondo, bello e tosto assai. Calma, calma: aggettivi da trasferire al tuo modo di giocare, di stare in campo.
E poi, il ruolo. Una vita da mediano che è stato incrocio di miseria e nobiltà, di lotta e di governo, di fatica e lampi di luce.
Questo è un campione, pensai sin dalle prime volte che ti vidi in azione.
E, tra amichevoli ed europei e mondiali finivo col darti i voti alti che meritavi. Non per ragioni di caltagironismo ma per vera amicizia stavamo insieme – vicini anche in tribuna – io inviato del Mattino e Roberto Renga e Ughetto Trani del Messaggero.
Le rassegne stampa del giorno dopo erano sempre letture attente e le pagelle i testi più letti. Un giorno, Robertino Renga mi fa: ma ti sei proprio invaghito di De Rossi, I tuoi voti sono sempre più alti di quelli che gli diamo noi. Gli risposi scherzando (ma non troppo): evidentemente ho più occhio di voi. Finché accadde che prima che scrivessimo i nostri pezzi, Robertino ed Ughetto mi chiedessero quale voto avrei dato a De Rossi. Dico otto, e loro: non possiamo essere da meno, allora. Bene, ci siete arrivati. Un bravo ragazzo, Daniele.
Anche nella vita privata con qualche nuvola di grigio. E ostinato come pochi nel cercare di migliorare giorno dopo giorno. E quei tackles che rimbombavano fin sulle gradinate degli stadi di mezzo mondo, quasi tutti vincenti, decisi, un modo eloquente di dire: ragazzo, non mi fai paura.
Usasti i gomiti in quel giorno di giugno del 2006, ne fece le spese lo yankee McBryde, fosti espulso e la Fifa ti comminò quattro giornate di squalifica. Che botta tremenda, per te e per la squadra.
Avresti potuto rivedere una maglia soltanto se fossimo arrivati fino alla finale e ci arrivammo e fu cielo azzurro sopra Berlino e segnasti uno dei rigori ai francesi pieni di spocchia. Lippi ti aveva designato tra i rigoristi. Eppure, dopo quel fattaccio a stelle e strisce a stento ti parlava. Capirà da solo, chiosò Marcello da Viareggio.
Caro Daniele, siamo ai saluti. Ma prima devo dirti una cosa ancora: oltre alle qualità tecniche e di garra del campione, ho sempre ammirato la tua schiettezza. E resterà nella storia della letteratura pallonara il tuo sfogo quando Ventura l’omaccione ti disse di smettere la tuta e di entrare in campo, durante il match con la Svezia, occorreva segnare ad ogni costo.
Ma come non ti ricordi? ti rannicchiasti nel giaccone e mormorasti (mica tanto): e che cazzo c’entro io, dovemo segnà? E metti Insigne, no! Un’ultima cosa:, ancora un voto tutto mio per te: dieci, alla carriera.










