di Ottorino Gurgo –
“Gratta il russo e vien fuori il cosacco”, ammonisce un proverbio di origine moscovita, a testimonianza che, per quanti “camuffamenti” si possano fare, la vera natura di un gruppo, come di una persona, alla fine, emerge.. A farci tornare alla mente questo antico detto è – tra le tante divergenze che fanno da contrappunto ai sempre più tesi rapporti tra leghisti e pentastellati – il diverbio sempre più acceso tra il leader del Carroccio e quello dei cinquestelle sull’opportunità di varare la legge sulle autonomie, fortemente voluta dal primo e avversata dal secondo.
Il tema è destinato a tener banco nelle prossime settimane. In pratica la nuova legge, sollecitata dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia Romagna, richiamandosi all’articolo 116 della Costituzione, mira a riconoscere a queste regioni maggiori forme di autonomia su diverse materie.
Si tratta di quella che viene definita “autonomia differenziata”, che la Lega di Salvini sostiene con le unghie e con i denti, ma che non sarebbe giusto considerare una creatura leghista, per almeno tre motivi: perché – come abbiamo detto – l’autonomia differenziata è prevista dalla Carta costituzionale; perché il Pd ha sostenuto, in tale senso, in anni non lontani, le rivendicazioni della Lombardia e del Veneto; perché i cinquestelle che oggi contestano con tanta determinazione le richieste del Carroccio, hanno accettato di inserire l’autonomia differenziata nel contratto di governo.
Non molto tempo fa un giovane, ma autorevole economista, Giuseppe Provenzano, esperto, tra l’altro, di problemi del Mezzogiorno, ha osservato che, se la nuova legge sulle autonomie regionali dovesse essere approvata dal Parlamento, “avremmo cinque regioni a statuto speciale, tre regioni con autonomia differenziata con competenze diverse”.
Ai ministeri rimarrebbe ben poco e questa – sempre secondo Provenzano – è la fine dello Stato nazione perché “lo Stato italiano rischia di rimanere una scatola vuota”.
Senza contare che l’ipotesi di accentuare le autonomie regionali, a seguito delle richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, sta già provocando una sorta di effetto domino perché altre regioni si sono fatte avanti per chiedere che venga loro riconosciuto un trattamento analogo.
È dunque evidente che se, come non è affatto da escludere ed è, anzi, probabile, la volontà della Lega di far approvare in tempi quanto pr possibile rapidi la nuova normativa dovesse prevalere, un vero e proprio vulnus verrebbe inferto all’unità del paese è si accentuerebbe ulteriormente il divario tra l’Italia ricca e l’Italia povera che è stato da sempre una delle caratteristiche del nostro paese, impedendone una reale crescita.
Non possiamo non porci, allora, una domanda: la frantumazione dell’unità nazionale non era uno degli obiettivi che, alla sua nascita, la Lega, allora guidata da Umberto Bossi si poneva? Ecco spiegato, allora, il riferimento che abbiamo fatto all’inizio a quel vecchio proverbio russo.










