di Ottorino Gurgo
“C’eravamo tanto amati, per un anno e forse più…” recita una canzone di tanti anni fa che prestò il titolo a un bel film di Ettore Scola e che ci fa venire alla mente la vicenda della quale sono protagonisti Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Non crediamo, in verità, che il segretario della Lega, proiettato com’è verso il successo elettorale del “suo” centrodestra, nel quale Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi svolgono il ruolo dei portatori d’acqua, abbia nostalgia dell’alleanza con il giovane leader pentastellato. Per contro, lo stesso non si può dire a parti invertite.
Con la sua personalità dominante, era Salvini, finché i due hanno marciato insieme, a dettare la linea, a decidere quel che si doveva o non si doveva fare. E Di Maio, da buon “cacciuttiello”, per dirla in napoletano, eseguiva la volontà di colui che era il vero capo della coalizione.
Quest’ultimo, tuttavia, facendo un calcolo sbagliato, dopo l’ampio successo conseguito nelle elezioni europee, ha ritenuto che non fosse più il caso di aspettare e di assumere autonomamente la guida del paese.Così ha buttato a mare il suo partner che si è trovato costretto, sotto la pressione di Beppe Grillo, ad accordarsi con il Pd.
Ma Di Maio, anche se cerca (ma non sempre) di nasconderlo, è insoddisfatto. Una sorte di sindrome di Stoccolma gli fa rimpiangere colui che, dominandolo, lo aveva pesantemente mortificato ridimensionando vistosamente il suo movimento che, in poco più di un anno, ha dimezzato i consensi ottenuti nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018.
Ad aggravare, e non poco, la situazione per Di Maio è la profonda divisione che le disastrose performances elettorali hanno determinato all’interno del Movimento tra quanti mal sopportano l’alleanza con il Pd al quale da sempre si ritengono alternativi e rimpiangono, di conseguenza, l’intesa con il Carroccio e quanti, invece, sono dell’avviso che la stagione della collaborazione di governo con Salvini debba considerarsi definitivamente gettata alle spalle.
Gli uni e gli altri contestano un leader che considerano troppo fragile per continuare a guidarli in una fase difficile e tempestosa qual è quella che stiamo attraversando e lo considerano il principale responsabile dei ripetuti insuccessi del Movimento.
D’altra parte Di Maio non sembra in grado di assumere iniziative che possano ribaltare la situazione a suo favore. È giusto, peraltro, precisare che la responsabilità di questa crisi, all’apparenza irreversibile, dalla quale i cinquestelle sono così pesantemente investiti, non può essere addebitata esclusivamente a Di Maio.
Sarebbe, questa, una spiegazione del tutto riduttiva di un fenomeno che ha dimensioni più vaste e complesse. Essa nasce, piuttosto, tra l’altro, dalla mancanza di identità di un movimento che, evidentemente per “sporcarsi le mani”, ha adottato quella che, non a torto, è stata definita “la politica del non fare”, che lo porta a respingere ogni iniziativa. Ma non può essere certo questa la strada per una rinascita sulla quale in pochi sarebbero disposti a scommettere.










