di Gerardo Mazziotti
Per garantire la trasparenza, la correttezza e la concorrenza nelle gare di appalto delle opere pubbliche venne istituita con la legge numero109 dell’11 febbraio 1994, e successive integrazioni, l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici.
Sette membri, nominati dai presidenti di Camera e Senato tra professionisti esperti del settore, avevano il compito di richiedere alle stazioni appaltanti, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni qualunque tipo di documento, informazioni e chiarimenti sui lavori pubblici, in corso o da iniziare, nonché di disporre ispezioni su qualsiasi opera pubblica al fine di accertare il rispetto delle leggi e di evitare irregolarità, abusi e truffe.
Ma le numerose denunce dei mezzi di informazione dimostrano che raramente questa Autorità è riuscita ad assolvere i suoi compiti d’istituto nell’arco di vent’anni. E più volte ne abbiamo chiesto lo scioglimento. Invano. Ci sono voluti gli scandali del Mose di Venezia e dell’Expo di Milano per confermare la sua assoluta inutilità e per convincere il governo Renzi a decretarne la soppressione con la legge n. 114 del 10 agosto 2014 e la sua sostituzione con l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Affidata al magistrato Raffaele Cantone.
Per contrastare il fenomeno delle mafie e delle altre associazioni criminali, anche straniere, sono state istituite dieci Commissioni parlamentari antimafia con dieci leggi, la prima del 20 dicembre 1962 numero 1720 e l’ultima del 19 luglio 2013 n.87. Composta da 25 deputati e 25 senatori la Commissione ha una molteplicità di compiti. Ne cito alcuni. “Accertare e valutare la natura e le caratteristiche dei mutamenti e delle trasformazioni del fenomeno mafioso e di tutte le sue connessioni, comprese quelle istituzionali, con particolare riguardo alla sue espansione nelle regioni diverse da quelle di tradizionale inserimento (…) Indagare sul rapporto tra mafia e politica, sulla sua articolazione sul territorio e negli organi amministrativi, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive e a quelle sue manifestazioni che, nei successivi momenti storici, hanno determinato delitti e stragi di carattere politico-mafioso”. Non si può dire che questi compiti sono stati compiutamente assolti se è vero, com’è vero, che, nell’arco di oltre cinquantanni gli italiani hanno assistito allo scioglimento di migliaia di comuni per infiltrazioni mafiose, all’influenza della criminalità organizzata sulle elezioni locali e nazionali, alla collusione di parlamentari, sindaci, presidenti di province e di regioni e di assessori e consiglieri comunali, provinciali e regionali con le organizzazioni mafiose, all’espansione della mafia siciliana, della ‘ndrangheta calabrese e della camorra napoletana anche nelle regioni del Nord, e, di recente, alla piovra criminale sulla città di Roma. La Mafia Capitale.
Ha scritto un quotidiano nazionale il 6 dicembre scorso “ A poco a poco, anche per chi non la voleva vedere, la verità sta venendo a galla. I casi di decine e decine di amministratori pubblici coinvolti in tutta Italia in inchieste contro la pubblica amministrazione non rappresentano episodi isolati, ma sono tasselli di un sistema. La seconda repubblica, esattamente come la prima, agonizza ferita a morte da tangenti e ricatti. Nei partiti si fa carriera se si ruba o almeno si accetta il gioco. Nei posti chiave finiscono quasi esclusivamente esponenti politici che il sistema ritiene affidabili: gente che ha il guinzaglio corto per quello che ha fatto o che per quello che ha dimostrato di non voler dire e fare. La mafia romana dava soldi a tutti i partiti ”.
Viene perciò da chiedersi se non vada presa nei confronti della Commissione parlamentare antimafia la stessa decisione che ha riguardato l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici. E se non sia il caso di affidare Il compito di contrastare la criminalità organizzata alla sola Direzione Investigativa Antimafia. Anche questa presieduta dal magistrato Franco Roberti.









