di Ottorino Gurgo
C’è molta attesa nei palazzi romani della politica per il discorso che Giorgio Napolitano pronuncerà la sera dell’ultimo dell’anno, l’ultimo – a meno di clamorose e non prevedibili sorprese – del suo lungo mandato presidenziale, il più lungo della storia repubblicana.
Ma, francamente, l’attesa ci sembra eccessiva perché quel che il capo dello Stato doveva e voleva dire, in realtà, lo ha già detto, anche se molti hanno finto di non accorgersene. Lo ha detto, in modo esplicito e, oseremmo dire, non protocollare (specialmente per chi, come lui, è sempre stato attentissimo alle forme e alla sobrietà del linguaggio) nel discorso pronunciato all’accademia dei Lincei.
Il discorso di Napolitano è articolato su due direttrici essenziali per definire il percorso che la classe politica dovrebbe seguire per riconquistare la dignità del proprio ruolo e per ricreare quel circolo virtuoso che si è da troppo tempo interrotto creando una frattura apparentemente insanabile tra il cosiddetto paese legale e il cosiddetto paese reale.
La prima direttrice concerne la necessità di restituire alla politica quei connotati di moralità che essa sembra aver smarrito. Leonardo Sciascia, al cui insegnamento quanti auspicano un ritorno alla moralità della politica dovrebbero richiamarsi, pur rifuggendo, ovviamente, da ogni attrazione per lo “Stato etico” che è ben altra cosa, auspicò “una salutare confusione tra etica e politica”.
Le parole di Napolitano sono su questa linea e pesano come pietre. Non esita a parlare di “un grave decadimento della politica” e di “un più grande degrado dei comportamenti sociali”, rimarcando l’opportunità di “recuperare quella moralità senza la quale la politica rischia di degenerare “nella più miserevole compravendita di favori, nella scia di veri e propri circoli di torbido affarismo e sistematica corruzione”.
La seconda direttrice su cui Napolitano ha articolato il suo discorso attiene alle conseguenze alle quali può condurre l’affermarsi, nel paese, di quella avversione nei confronti della politica che, negli ultimi anni, si è andata sempre più diffondendo nella pubblica opinione.
Il Presidente ha usato sull’argomento toni di un’asprezza inusitata ai quali mai era ricorso durante i suoi pur numerosi interventi di questi anni. E’ giunto a definire l’antipolitica “una patologia eversiva” alla quale occorre reagire con urgenza, denunciandone “la faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni” e impegnandosi su scala ben più ampia non solo sulle riforme necessarie, ma anche a riavvicinare i giovani alla politica”
Ci sembra di poter dire, insomma, che ai Lincei, il capo dello Stato ha anticipato, di fatto, i temi di quello che sarà il suo tanto atteso messaggio di fine anno: lotta alla corruzione e “riabilitazione” della politica. E’ una sorta di “testamento politico” nel quale Napolitano indica i due capisaldi sui quali, a suo giudizio, si dovrà basare l’attività dei partiti e del governo nelle settimane e nei mesi a venire. Altrimenti – lascia chiaramente intendere – tutte le riforme delle quali tanto si vagheggia, saranno inutili.









