di Gianpaolo Santoro
Siediti sulla riva del fiume, vedrai passare il cadavere del tuo nemico, recita un antico proverbio cinese. Ma il nostro cinese, di aspettare non ci pensa proprio. Ha sbattuto la porta e se ne andato dal Partito che insieme ad altri 44 ex comunisti ed ex democristiani aveva fondato otto anni fa. E’ troppo. Cofferati ritiene che si sia superato ogni limite in Liguria. Le primarie sono state una truffa. Un imbroglio. Inquinate. Il Collegio dei garanti del Pd ha annullato il voto in tredici seggi (su altri due ancora si indaga) 3928 voti cancellati. Ma ha convalidato lo stesso la vittoria di Lella Paita che ha il cuore che batte per Matteo. Non siamo più il partito del tafazzismo ha sentenziato il segretario-Premier. Ed è calato il sipario.
Quattro anni fa, in quel “pasticciaccio” napoletano che furono le primarie per Palazzo San Giacomo i voti annullati furono 363, ma la competizione venne annullata da Bersani. Aveva vinto Andrea Cozzolino per più di 1200 voti. Quello stesso Cozzolino ancora oggi protagonista di questo nuovo melodramma napoletano per indicare il candidato del centro sinistra alla Regione. “Gli esami non finiscono mai” avrebbe riscritto Eduardo. Ma avrebbe ribadito: “fuitevenne“…
Morire di primarie. L’accusa è forte, la sinistra che per vincere si “allea” con la destra. “Ci si è mossi teorizzando di sostenere una candidata per poi dar vita a un governo di larghe intese in Regione che nessun organismo del Pd, nazionale o locale, ha mai proposto o votato”. E così mentre Cofferrati aveva dalla sua parte il sostegno di Carla Fracci e del marito Beppe Menegatti, la Paita aveva dalla sua parte Alessio Saso (Ncd) già inquisito per voto di scambio, Eugenio Minasso, fascista di ieri e di oggi e l’ex senatore Franco Orsi. Nomi che contano alla riviera di Levante. Per non parlare del gran lavoro svolto dai proconsoli di Scajola, come ad Albenga dove su 1500 voti, Cofferati ne ha strappati soltanto duecento.
“Con quella faccia un po’ così, che abbiamo noi che siamo nati a Genova..” Già, ma Cofferati non è di Genova, dove voleva fare il sindaco, e non è neanche di Bologna, dove ha fatto il sindaco, lui è di Sést ( Sesto ed Uniti ad essere pignoli), piccola frazione di Cremona. E’ nato in un mulino nei giorni della merla, è cresciuto in campagna ed in osteria, quella del nonno, ritrovo agli inizi degli anni cinquanta, prima dell’avvento della televisione, degli uomini del posto: si parlava di politica, di calcio, di donne, si socializzava si direbbe oggi. E si beveva un bicchiere. Una cultura che Cofferrati si è portata dietro. In una cena di partito nella Bassa, una volta nello stupore generale lo videro versare un bicchiere di vino rosso nel brodo dei tortellini. “E’ una vecchia e nobile tradizione contadina – spiegò- chiamata “Sorbir d’agnoli” mischiare il vino col brodo per poi berlo in piedi, con le spalle rivolte all’interlocutore, in segno di rispetto, visto che la mistura rilascia un odore piuttosto acre…”
Comunista riformista, allievo di Napolitano, leader del sindacato dei chimici, categoria tradizionalmente non certo estremista e fautore della concertazione: Cofferati da segretario della Cgil tenne una linea opposta a quella di Bertinotti, che guidava la componente di sinistra. “A quelli della Cgil ho insegnato molto. Il guaio è che poi hanno dimenticato tutto”. Di certo è stato un segretario che coinvolgeva.
L’uomo del Circo Massimo, tre milioni in piazza contro Berlusconi, un’onda umana di rabbia e voglia di rivalsa che gridava “Tu si, tu no, articolo 18 non ci sto”. Il cinese era il sogno di una buona parte della sinistra, ma in quella sinistra non c’erano D’Alema e Bertinotti e questo, in quegli anni, era un grande problema. E ben presto il comunista pentito ed il falso comunista, così come venivano chiamati dai compagni duri e puri, passarono al contrattacco. Del resto i due hanno sempre giocato di sponda.
Bertinotti annunciò il referendum abrogativo dell’articolo 18 e Cofferati, messo alle strette, per non smentire la sua identità riformista, non potette fare altro che annunciare l’astensione, “tradendo” lo spirito del popolo del Circo Massimo. D’Alema completò la “strategia del ridimensionamento” offrendogli la candidatura a sindaco di Bologna contro Giorgio Guazzaloca, il leader dei commercianti che aveva a suo tempo strappato la città alla sinistra. Insomma un’uscita di sicurezza decorosa. Ma un viaggio di sola andata che lo allontanava dalla politica nazionale. Il cinese contro il macellaio, il gioco era fatto.
“A sinistra, c’è un caso misterioso, l’affare Cofferati. Un incidente di percorso che rimane oscuro a noi italiani. Non si capisce cosa sia successo tranne il fatto che uno invece di diventare capo della sinistra di opposizione è diventato sindaco di Bologna” scrisse Erri De Luca. Ma non c’era mistero, era tutto chiaro. Il cinese andava “politicamente delocalizzato”.
Cofferati sindaco è stato un mezzo disastro. Credeva di poter governare una grande città come il sindacato, venne accusato di autoritarismo su alcuni provvedimenti contro il degrado cittadino (la guerra ai lavavetri, ai graffitari, ai bivacchi in centro, agli occupanti di case, ai romeni accampati abusivamente lungo il Reno) varò il “Patto sula legalità” con l’adesione di An che provocò un terremoto e la fuoriuscita di Rifondazione Comunista, Verdi e Sinistra Democratica dalla giunta limitandosi ad un appoggio esterno. Nacque il sindaco sceriffo. E per lui che era un grande appassionato di Tex Willer, forse, poteva anche essere una cosa buona. Ma per il resto della città no.
Alle spalle di piazza Maggiore, sui muri comparve una scritta. “Cofferati ci vuole tutti a letto presto”. Era la dichiarazione di guerra al proprio sindaco. La città gaudente per antonomasia, non si sentiva amata, capita. Anzi si sentiva soffocata. Scrisse il politologo, ex senatore Gianfranco Pasquino, bolognese d’adozione. “A molti politici ogni tanto scappa il famoso “io amo questo paese”, no? Bene: se a Cofferati scappasse di dire “io amo Bologna” la città non gli crederebbe, perché non gliel’ha mai dimostrato”.
Cofferati se n’è andato. Sbattendo la porta e, forse, farà anche una capatina in Procura. Lascia il Pd, ma non si dimette dall’Europarlamento. “Alle Europee si viene eletti con le preferenze. Centoventimila cittadini hanno indicato il mio nome. Ed io devo rispondere soltanto a loro.”
Ha annunciato che non formerà nessun partito. Ma la vecchia sinistra radicale e arrabbiata cerca un leader da tempo. Il franchising con Tsipras non può durare una vita…













