di Ottorino Gurgo
La congiura/ Un libro non da storico ma da giornalista, cercando di rispettare la regola che Indro Montanelli, il Maestro, mi insegnò dicendo che un giornalista ha soprattutto il compito di capire e far capire: soprattutto – aggiungeva con uno dei suoi paradossi – di far capire.
Proprio questa mattina un amico mi ha chiesto come mai io abbia deciso di scrivere “La congiura”. Gli ho risposto citando un tragediografo greco del V secolo, Agatone, il quale diceva che una sola cosa è negata anche a Dio: cancellare il passato. Noi siamo, infatti, il nostro passato, siamo impastati del passato, perché, come ha scritto recentemente un famoso giornalista, il passato è il nostro futuro e senza passato vivremmo appiattiti in un desolante presente. Con questa risposta ho voluto semplicemente dire che vi sono avvenimenti del nostro passato, cioè di quella che chiamiamo “la storia”, che non possiamo ignorare, che non possiamo considerare “altro da noi” perché hanno contribuito a determinare il nostro presente poiché, se si fossero svolti diversamente da come si sono svolti, diverso sarebbe anche il nostro presente.
Il colpo di Stato tentato da Lucio Elio Seiano, potente Prefetto del Pretorio, contro l’imperatore Tiberio e da questi sventato, è – a mio giudizio – uno di questi avvenimenti. Seiano era l’homo novus, non aveva alcun vincolo di parentela con la famiglia imperiale, era quello che oggi chiameremmo un borghese. Era corrotto, dotato di un’ambizione sfrenata, privo d’ogni scrupolo e d’ogni morale, ma indiscutibilmente abile e intelligente e la riuscita del suo tentativo, avrebbe cambiato la storia di Roma e impresso un nuovo e diverso corso al futuro di un impero che già allora, appariva avviato sulla strada di un inarrestabile declino.
Tiberio era, molto probabilmente, consapevole di questo e, introverso com’era, non amava il potere. Si può dire che l’impero gli fosse stato imposto da Livia, la sua ambiziosissima madre, moglie del grande Augusto. Ma sapeva di non poter fare altro, fedele al suo ruolo, che sventare la congiura. E vi riuscì, dimostrando di non essere affatto lo sprovveduto che alcuni storici hanno voluto dipingere.
Con questa vicenda storica che ho voluto raccontare ponendomi nelle vesti di uno dei due protagonisti, Tiberio, se ne salda un’altra: quella, per così dire intima e personale, che coinvolge i due protagonisti perché se è indubbiamente vero che Tiberio si propose con grande determinazione di debellare la congiura di Seiano, ma è altrettanto vero che tra l’uno e l’altro esisteva un inscindibile legame.
Tiberio considerava Seiano un collaboratore di straordinario valore che lo aveva aiutato a superare molte difficili prove. Insieme avevano affrontato mille battaglie, sventato le trame di coloro che, soprattutto all’interno della famiglia imperiale, miravano a screditare la gestione di Tiberio e avevano sconfitto molti avversari.
Seiano, dal canto suo, vedeva in Tiberio l’uomo al quale doveva tutto ciò che aveva conquistato, salvandolo dall’ingrata sorte alla quale le sue degenerazioni lo avrebbero condannato. C’erano, insomma, affetto e gratitudine dell’uno nei confronti dell’altro. E tuttavia la storia li pose uno contro l’altro perché spesso la storia, come la vita, ci impone degli obblighi che sono parte di un destino che prescinde da noi.
Non vorrei apparirvi anacronistico, ma mi vengono alla mente due libri per i quali ho sempre nutrito un particolare apprezzamento e che, certo, si collocano in un tempo molto distante da quello della Roma imperiale. Penso al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e al principe di Salina che, pur comprendendo che un nuovo mondo è ormai prossimo a subentrare al suo vecchio mondo, ciò nondimeno resta legato a quest’ultimo e a “Au plaisir de Dieu” di Jean d’Ormesson che, raccontando la storia della sua famiglia ormai fuori del tempo, continua a sentirsi legato ad essa, custode delle sue tradizioni.
In “La congiura” ho voluto raccontare, così, due vicende che tra loro s’intrecciano, quella destinata a segnare una svolta nella storia di Roma o, meglio, a impedire che questa svolta si verificasse e quella personale dei due protagonisti.
L’ho fatto non da storico, quale non sono, ma da giornalista, cercando di rispettare la regola che Indro Montanelli, il Maestro, mi insegnò dicendo che un giornalista ha soprattutto il compito di capire e far capire: soprattutto – aggiungeva con uno dei suoi paradossi – di far capire. E, perciò, sarò soddisfatto se qualcuno di coloro che avrà il coraggio di avventurarsi nella lettura del mio libro, giunto alla fine, arriverà a concludere che, in fondo, la storia non è poi così noiosa come molti fanno mostra di credere.














