di Giuseppe Crimaldi
Per avere una rappresentazione plastica di che cosa sia diventata la giustizia in Italia basta bussare al citofono di casa Moggi. A chi vi risponde replicate con tono perentorio: Sono l’ufficiale giudiziario. Aprite! Dall’altra parte della cornetta vi saluterà una pernacchia, anzi un pernacchio (per dirla in napoletano).
Nu’ pernacchio?, chiedevano intimoriti a don Ersilio Miccio gli astanti del basso trasformato in dependance-ufficio da Eduardo de Filippo, “venditore di saggezza”. In quel caso si trattava di organizzare la rivolta di popolo per colpire lo spocchioso nobile duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari, il quale pretendeva il vicolo l”libberato” (come il lungomare demagistrisiano?) dalle povere mercanzie esibite dai commercianti della zona.
E qui veniamo a Moggi. A dire il vero è lui, oggi, il vero Ersilio Miccio dei nostri giorni. Il formidabile spernacchiatore: un’enorme, sonorissima quanto interminabile pernacchia, la sua, contro la giustizia della Repubblica italiana. Moggi esce dall’ultimo grado di giudizio con la prescrizione in tasca. Prescritto ma non assolto, ed è in ottima compagnia: la prescrizione è calata sulla maggior parte del processo Calciopoli, seguito a un’inchiesta che fece tremare le vene ai polsi di mezza classe sportiva nazionale.
Che giorni, quei giorni. Da cronista li ricordo uno a uno: a cominciare dai “buchi” presi da noi – cronisti giudiziari che la notte non dormivamo pensando a quello he il giorno successivo avremmo letto altrove. Persino un sito internet di informazione – “Il Romanista” – riuscì quasi a farci licenziare tutti, in tronco (faccio i nomi dei sopravvissuti come me: Enzo La Penna dell’Ansa, Dario Del Porto di Repubblica, il collega del Mattino Leandro Del Gaudio e quelli del Roma, da Roberto Paolo a Fabio Postiglione) – pubblicando integralmente i verbali dell’indagine condotta da due fior di pm, Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice.
Ma torniamo ai giorni nostri. La Cassazione l’altro giorno ha dichiarato prescritta l’associazione a delinquere contestata all’ex dg della Juventus Luciano Moggi e all’ex ad bianconero Antonio Giraudo. Sia chiaro: i reati sono stati confermati. Anche se molti superficialmente al bar Sport confondono prescrizione con assoluzione. Gli unici assolti tra quanti erano arrivati fino al terzo grado di giudizio, sono gli ex arbitri Paolo Bertini e Antonio Dattilo, i cui ricorsi sono stati accolti dal presidente Aldo Fiale, così come aveva del resto richiesto anche il rappresentante dell’accusa, il procuratore generale Gabriele Mazziotta. Bertini e Dattilo avevano rinunciato alla prescrizione, quindi se i loro ricorsi fossero stati respinti sarebbero stati condannati in via definitiva.
Proprio quello che è successo con un altro ex arbitro, Massimo De Santis, che pure aveva rinunciato alla prescrizione e però si è visto confermare la condanna in via definitiva per associazione per delinquere. Questo significa che la Cassazione ha riconosciuto l’esistenza di una Cupola del calcio che manipolò illegalmente l’andamento dei campionati. E confermata l’associazione a delinquere (che prevede per definizione la partecipazione di più persone) è evidente che se non vi sono altri condannati in via definitiva lo si deve soltanto alla prescrizione. Come nel caso di Luciano Moggi (considerato al vertice della Cupola) che è stato condannato in primo e secondo grado per associazione a delinquere. E tutto questo perché, in poche parole la Cassazione non ha contraddetto nel merito quanto stabilito dai due gradi di giudizio che l’hanno preceduta.
Dopo sei ore di camera di consiglio così si è concluso il processo che aveva messo a soqquadro il mondo del pallone: nove anni di udienze lasciano un pugno di mosche in mano all’accusa del processo Calciopoli. Allegria! La sentenza Cassazione è arrivata per dire che tutto quanto accaduto era fuori tempo massimo. Quanto basta per rivalutare la tanto vituperata giustizia sportiva che nel 2006 invece aveva già emesso i suoi inequivocabili verdetti con scudetti, retrocessioni e radiazioni. Rimane aperta, in attesa delle motivazioni, la lite tra la Federcalcio e la società bianconera, che ha chiesto un risarcimento di 443 milioni alla federazione.
E siccome la vergogna è un sentimento lieve e inavvertito dalle face di bronzo, ecco le dichiarazioni a caldo di Moggi: “Il processo si è risolto nel nulla, solo tante spese. E’ stato accertato che il campionato era regolare, regolari i sorteggi e le conversazioni con le schede estere non ci sono state”. Timeo Cassazione, et dona ferentes…. Eppure tanto è bastato a far rialzare la cresta al galletto Moggi. Il quale non dispera, e anzi ci fa sapere che un pensierino sulla possibilità di tornare nel calcio ce lo sta facendo. Una vergogna tutta italica, questa della vicenda processuale che ha accompagnato la storia di Calciopoli.
E non è ancora finita. A mente lucida “Lucianone” oggi si lascia andare a una previsione, affidata alle agenzie di stampa e rimbalzata su tutti i giornali online: “Volete sapere quale sarà il mio prossimo passo? La mia battaglia va avanti, mi rivolgerò alla Corte europea dei diritti dell’uomo per cancellare anche la radiazione sportiva e tornare nel mondo del calcio”.Resta veramente poco altro da aggiungere. E ognuno si faccia una propria idea: sulla lentezza dei processi e di una giustizia zoppa; su ciò che il calcio era, è stato almeno nell’immaginario di chi crede nel valore dello sport, e persino sulle emblematiche otto ore della camera di consiglio spese dai supremi giudici per arrivare al verdetto (che sono forse la più magnifica esaltazione dei tempi dilatatai della dea Giustizia in Italia). Fosse per me, la risolverei con un epitaffio sulla tomba del calcio italiano. Che è questa: “Su questa sentenza riposa per sempre il calcio italiano. Stroncato da soverchie seranze in chi credeva nella giustizia e nello sport, gli italiani posero”











