di Ottorino Gurgo
Sono in molti a ritenere che il “combinato disposto” della vittoria di Alexis Tsipras nelle elezioni greche e il sostanziale prevalere di Matteo Renzi nel braccio di ferro con la minoranza del suo partito in Italia, segni una svolta epocale nella lunga disputa che da decenni divide la sinistra tra i riformisti, impegnati a rinnovare il sistema e coloro che, invece, il sistema vorrebbero rovesciarlo dalle fondamenta.
Ad Atene, come a Roma, i riformisti prevalgono. Ad accelerare il loro successo concorrono molti fattori e in primo luogo la necessità, ormai ineludibile, di adeguarsi a quella realpolitick che ha ormai preso il sopravvento dopo il tramonto delle ideologie.
Che in realtà, nell’attuale fase storica, il riformismo abbia vinto la propria battaglia è fuor di dubbio. Ma ci sembra piuttosto affrettato giungere alla conclusione che, in tal modo, la partita a sinistra debba considerarsi, una volta per tutte, definitivamente conclusa.
Secondo la scienza politica, infatti, il riformismo è “quel metodo di azione che, ripudiando la rivoluzione e la mera conservazione dell’esistente, tende a modificare gradualmente l’ordinamento politico, giuridico e sociale”. Ciò detto, sorge immediata una domanda: quale riformismo? In altre parole: quali sono le riforme che devono essere realizzate e in che modo ?
Osservò opportunamente Norberto Bobbio che “riformismo, come tutti gli ismi politici e filosofici, è un termine dai mille significati”. Ecco, allora, che la partita tra riformisti e massimalisti non può dirsi conclusa poiché il riformismo, quello vero, dovrà continuamente guardarsi dal pericolo del riaffiorare di tentazioni massimaliste. Del resto, a modo loro, anche i massimalisti sono dei riformisti poiché si propongono di ribaltare il sistema vigente.
Quanto è accaduto nella Grecia di Tsipras e nella battaglia per la riforma del Senato è, dunque, una tappa nello scontro tra massimalisti e riformisti e non può in alcun modo esser considerato un punto d’arrivo. Vediamo come questo scontro può ripercuotersi sull’Italia nell’attuale fase politica.
Matteo Renzi commetterebbe un grave errore se ritenesse di aver liquidato una volta per tutte i suoi contestatori interni, riuscendo a mantenere l’unità del partito a conclusione della lunga battaglia sulla riforma del Senato. Se realmente egli intende portare avanti un vasto progetto di riforme, dovrà constatare che non potrà vivere una vita tranquilla poiché qualunque riforma egli proporrà, si troverà sempre a dover affrontare l’opposizione non soltanto della destra, ma quella – certamente più pericolosa – di gruppi presenti all’interno della sua parte politica.
Per strano che possa apparire in uno schieramento che ha generato il monolitismo comunista, tutta la storia della sinistra è segnata da faide interne che hanno visto prevalere ora l’una ora l’altra delle due componenti, quella riformista e quella massimalista. Non solo, ma c’è, nella sinistra, una tendenza al masochismo che la porta molto spesso a preferire alla vittoria una “esaltante” sconfitta. “Perdere è bello” potrebbe essere il motto di una correte non irrilevante della sua storia.
Ecco perché riteniamo affrettato ritenere che Matteo Renzi, superato lo scoglio della riforma del Senato, possa sedersi sugli allori ritenendo di aver vinto la propria partita. Se è davvero un riformista, come proclama di essere, non può non tener conto che la strada del riformismo è inevitabilmente lunga, travagliata, ricca di ostacoli e che nessun passaggio può considerarsi quello conclusivo..








