di Ottorino Gurgo
I dibattiti parlamentari sui temi istituzionali hanno tradizionalmente avuto un alto livello di qualità. E’ stato in questi dibattiti che senatori e deputati hanno quasi sempre dato il meglio di sé. Ma se guardiamo al modo in cui si è svolto, a Palazzo Madama, il dibattito sulla riforma del Senato, non possiamo non prendere atto che anche questa tradizione è stata, purtroppo, infranta.
Diremo di più: nel confronto sulla riforma della cosiddetta Camera alta, è stata scritta una delle pagine più squallide della nostra storia parlamentare. Ed è un giudizio dal quale nessuno può essere assolto, né il governo, né i suoi oppositori.
Il convincimento che il bicameralismo, nell’attuale forma, fosse da rivedere ed aggiornare è, non da oggi, ampiamente condiviso. Se Camera e Senato sono la fotocopia uno dell’altra, è inevitabile che il processo legislativo ne risulti appesantito e rallentato. Da ciò anche l’uso eccessivo del ricorso allo strumento del decreto legge da parte del governo, spesso inevitabile per superare le lungaggini dei procedimenti parlamentari.
Una riforma, dunque, era necessaria. Ma, riconosciuta questa esigenza, non si può non rilevare (e in questo senso ci sembra si sia pronunciata la gran parte dei costituzionalisti) che il provvedimento del governo, più che a garantire il reale miglioramento delle istituzioni parlamentari, è apparso unicamente finalizzato a rafforzare il potere dell’esecutivo, infliggendo un vulnus al carattere parlamentare del nostro ordinamento.
Ci si sarebbe, quindi, legittimamente aspettati, da parte delle opposizioni, una contestazione seria, severa, puntuale e responsabile delle misure proposte dal governo. Ciò non è avvenuto perché le opposizioni hanno scelto la strada della rissa e della strumentalizzazione; una rissa che è spesso degenerata nella più totale volgarità, a conferma di un degrado all’apparenza inarrestabile, ma al quale bisognerà pur tentare di porre un argine (e cinque giorni di sospensione a due senatori che hanno avvilito la dignità loro e dell’assemblea alla quale appartengono non sono davvero sufficienti).
Altrettanto avvilente è la constatazione di come un dibattito così importante, che avrebbe dovuto mobilitare, in tutte le forze politiche, le migliori e più qualificate energie, abbia finito con l’assumere i connotati di una irrisione alle istituzioni.
Del tutto vergognoso è, per dirla in tutta franchezza, il tipo di ostruzionismo con il quale le opposizioni hanno condotto la loro offensiva contro la riforma voluta dal governo. Intendiamoci. Non è l’ostruzionismo in sé a scandalizzarci. Potremmo anzi dire che l’ostruzionismo ha fatto da contrappunto a esaltanti stagioni della nostra storia parlamentare.
Ma qui davvero vien voglia di rispolverare il dantesco “il modo ancor m’offende” per rimarcare come le opposizioni abbiano condotto il loro ostruzionismo senza il minimo stile e senza alcun rispetto per le istituzioni. Basti pensare a quella autentica buffonata che è stata la presentazione di 85 milioni di emendamenti da parte del leghista Calderoli.
E allora, se un dibattito che avrebbe dovuto avere effetti rivitalizzatori, si è trasformato in una sorta di oltraggio alle istituzioni, non sarebbe forse inopportuno che il capo dello Stato – che delle istituzioni è il custode – pur avendo scelto una linea non interventista che lo differenzia notevolmente dal suo predecessore, scendesse i campo con un suo messaggio, duro, una sorta di metaforica frustata, per esortare il Parlamento a ritrovare la dignità perduta.










