di Marco Catizone
“L’alterigia e l’arroganza possono, agli occhi dei meno esperti, somigliare alla dignità, ma della dignità non sono neanche parenti lontane” (Arturo Graf).
Fine pena mai per le spoglie d’Italique, coi peana a grappolo sparsi per bianchiccio Colosseum, che vista amara sarà per Sciaboletta, alias Scajola Anton Claudio, dalle stelle alle sbarre, il tutto per le forme spumose d’una Miss a champagne, la belladonna Matacena, bionda e suadente, ed è liason para-amorosa, di certo formosa, alquanto fumosa; ‘o ministro, Chiara e l’oscuro, oggetto del desiderio per i desiderata politicanti di mistresse ingioiellata, montecarlizzata, capriccio d’esser libero, dessert Libano, come laica liturgia da bollicine e pan di spagna da scartare, tra un paletto e una manetta, in discesa libera, da Imperia passando per l’impero d’Arcore, finendo in sottoscala, un tanto al lumicino, fiammella da p.m., delucidazioni cercasi, dica pure Sciaboletta: fine ingloriosa per chi il cerchio di G8 stringeva a corto raggio, accorto fascio, sproloquiando di macellerie messicane e anfibi e molotov, guardando le macerie flavie d’un anfiteatro in mega-attico a sua insaputa, “e mi creda, signor giudice, niente sacciu”, né di case mie, né di Cose Nostre, di cene eleganti e Matacena sfuggente, chè il destino è ben rompicoglioni, come un giuslavorista in bici, distorto raggio deviato da pallottola, e si dimise poi, ché di Miss ancora non si cianciava, né di resort, bizze, Bisignani, unti nani, favelle, e desìo: la vita è pur sempre un balòn, un calcio e via, a sparigliar le tavole e i coperti, dove è tutto un magna-magna, da Expo, a Daspo, un manicomio signoramia, un nosocomio, coi vecchi bavosi e rincoglioniti a puntino, cotti a filo da un barzellettiere nano per otto ore a settimana, compresi i pasti.
That’s Italy, enjoy with us! Cursus honorum di tutto rispetto, quel di Sciaboletta, classe ’48, più volte eletto nel feudo parentale et Imperiale (Sindaco il padre, Sindaco il fratello), allevato nell’amnios fetale della pancia molliccia di Balena, la cara vecchia Dc che tutto assimilava, umile travet politicante, seppur raccomandato, destinato al fasto ed alle feste, disco-party (orsù, da bravo giù le mani dalla miss!) e vernissage, tra avanzi di balera e ballerine tacco dodici, punta e attacco, da forzista suo malgrado (travolta la Dc da tangentopoli, inizialmente prevalse l’istinto centrista, da terzo-polo inghirlandato), divenne su invito del fidato Paolo Emilio Taviani, proconsole scudocrociato in terra ligure, alfiere e vessillo del berlusconismo peronista in quel d’Imperia, punta e pestello per l’assalto al fortino liberale del Condannato Impenitente: lustro e lustrini, passano gli evi, l’amplia scia degli avi come penati a protezione, Scajola avanza il passo in marzial adunanza, scatta in avanti, punta l’anfibio, salta gli indugi e diviene eminente vescovo forzaitaliota: coordinatore del partito con poteri plenipotenziari, più volte Ministro, da sempre deputato, aficionados delle procure, amante delle donne, del potere e delle case vista gladiatori a sua insaputa, il “giottista” abbraccia come sol uomo la sua personale guerra santa, sente le voci (degli inquirenti) e si prepara al martirio, come ladrone alla destra del Capo; il Golgota è di casa, tra i monti dell’appennino ligure.
E allora indovina chi viene alla festa, alla tresca, Claudio, che il brut è grande reserve, il ghiaccio-secco, la rotta in secca, e la gola arde, tra uno scoglio alla linguina ed una punta in umido e vogliosa, che la bella si separi dal passato latitante e transfugo per unirsi alla Bestia, una volta e per sempre: e invece fatale il destino, mesdames et messieurs, fate il vostro, che il gioco è truccato, la pallina s’incastra, preme, salta, scalza il lauro dalla vostra fronte, imperlata come gocce al collo della bella, e pazienza, sarà per altro giro in aeroplano, rotta Imperia-Roma, altro giorno in riva al mare, magari tra un cedro ed un libeccio, in quel di Medioriente, tra un Dell’Utri stracquo e illividito, padre-paterno in fuga minore, a sorseggiar mojito con un latitante amico, tres chic et tres charmant, a far Beirut in faccia al destino, e perché no, a quei comunistucoli in toga rotta, al secolo magistra-gorilla, lemuri illanguiditi a sfumare nel deliquio del tramonti, laggiù, tra Libano e Liguria.
Eppure. Eppure il destino bussa sull’uscio, d’una dimora a tua insaputa, ti divora le carni, cinte ai polsi da lacci di vile metallo, nessuna laurea a giungere in gloria, come i salmi, di più in salmì, come vitello un tempo d’oro, mugghiante e tonante, divenuto tenue agnellino, per il più scontato dei sacrifici: ed anche il Boss, il Foul d’Arcore, s’accinge stancamente a svacantare il pitale del ricordo, al minimo rimorso, sulla tua frolla capoccia a Sciaboletta, degno compare come ladrone assiso in croce, martirio cristiano per politicante farlocco che da Dc in corsa fece il folle volo, precipitando al suolo del suo personale Colosseo; pronto sempre all’abbisogna, fedele e cameratesco, di buona forchetta, ma hic sunt leones, buon appetito e così sia: di Sciaboletta non restò che il ghigno, forse un giusto avanzo a Matacena, e nulla più.
“La baldanza si disfece in rivoli e grani/ e la mascella di fu granito/ caracollò a valle/ come fantoccio a carica/ ormai esaurito”.










