di Ottorino Gurgo –
Molte delle riforme che i cinquestelle affermano di voler realizzare per cambiare radicalmente il volto del nostro paese sono destinate a restare lettera morta anche perché lo scontro con quella che Niccolò Machiavelli chiamava ” La realtà effettuale” ne rivela l’irrealizzabilità..Ma c’è una riforma tutt’altro che secondaria che Di Maio e i suoi adepti faranno di tutto per condurre in porto. Si tratta della istituzione del cosiddetto referendum propositivo.
Il progetto pentastellato – è opportuno ricordarlo – prevede che, una volta raggiunte le cinquantamila firme su una proposta di iniziativa popolare, il Parlamento abbia diciotto mesi di tempo per legiferare sulla materia indicata. Se non lo fa si va automaticamente al referendum senza previsione di quorum.
L’istituzione del referendum propositivo fu oggetto di esame già da parte dell’assemblea costituente e fu, alla fine, esclusa per non alterare i connotati del sistema di democrazia rappresentativa che era stato prescelto.
Nel corso degli anni la questione è stata più volte riproposta facendo leva sul fatto, incontrovertibile, che le proposte di legge di iniziativa popolare, pur previste dalla Costituzione, sono state decisamente “snobbate” dal Parlamento che quasi mai le ha prese in considerazione. Ma il referendum propositivo sostenuto dai cinquestelle è ispirato da un obiettivo tutto particolare, antitetico a quello che indusse i padri costituenti a prevedere in via esclusiva il referendum abrogativo, volto al l’annullamento di una legge.
Per evitare che il provvedimento finisse con l’impantanarsi, i cinquestelle hanno, anche recentemente, dichiarato la loro disponibilità ad accettare eventuali apporti esterni. Così è stata accolta la proposta di istituire comunque un quorum basato sul numero dei sì. In tal modo la proposta referendaria sarebbe valida se i sì superassero i no e fossero pari almeno al venticinque per cento dell’intero elettorato.
Tutta la “filosofia” (le virgolette sono d’obbligo) dei pentastellati è, del resto, ispirata alla volontà di sostituire la democrazia rappresentativa con una forma di democrazia diretta dai contenuti, in verità, piuttosto ambigui.
Ha osservato Sabino Cassese, uno dei “grandi saggi” della Repubblica che si tratta di un referendum che può svuotare il Parlamento”. E Giovanni Maria Flick ha notato che questo tipo di consultazione “snatura lo spirito della Costituzione”. Si tratta, in effetti, di una riforma di sostanziale importanza, destinata – ove approvata – a modificare profondamente il nostro sistema politico .
Finora non sembra che le forze politiche – prese da una valanga di dispute contingenti – vi abbiano dedicato l’attenzione dovuta. Il dibattito parlamentare, tuttavia, porterà inevitabilmente la questione in primo piano anche perché Salvini e la Lega – pur condividendo l’obiettivo di trasformare il nostro sistema politico in una democrazia diretta – non fanno mistero di nutrire perplessità, per il modo in cui è formulata, sulla iniziativa dei pentastellati.
Tutto ciò induce ad ipotizzare che un nuovo motivo di contrasto stia per aggiungersi ai tanti che già dividono gli alleati gialloverdi.










