di Adolfo Mollichelli
E’ rimasto il ragazzo di Calabria: generoso, altruista, pulito, perbene. S’è conquistato il soprannome di Ringhio perché ringhiava sull’erba. Da Perugia a Glasgow, sponda Rangers la squadra dei protestanti e dentro la voglia matta di tornare. Lo conobbi con addosso il granata della Salernitana. E da quegli anni, per tanti anni un rivedersi frequente tra campionati e coppe e nazionale. Ha ringhiato per il Milan, per l’Italia e infine per gli svizzerotti del Sion, tanto per dire addio al calcio giocato con una tavoletta di cioccolato tra le mani, come un bambino felice all’ultimo giro di giostra.
Gennarì, l’ho sempre salutato così. Direttò, mi rispondeva. Bontà sua. Si apriva a penna e taccuino anche tra il verde di Coverciano, al di fuori delle canoniche conferenze stampa. Non con tutti, soltanto con chi si fidava.
Ho avuto il privilegio, il piacere, che lui mi stimasse, ricambiato. E alla fine, diventammo insieme campioni del mondo sotto il cielo di Berlino. Ringhio e gli altri azzurri sul campo. Noi della stampa sulle tribune. S’era incazzato di brutto Gennarì nel giorno di Dortmund. I giornali dei crucchi avevano presentato la semifinale tra azzurri e bianchi di Germania spiattellando sulle prime pagine i soliti luoghi comuni: la pizza, la mafia, la ndrangheta, le pistole, i mitra, i Pulcinella.
Partimmo da Duisburg che eravamo un po’ tutti cavalieri spaesati e si finì col diventare giustizieri della notte, con quel muro a strapiombo sul campo che sono le gradinate del Signal Iduna Park, il celebre muro giallo del Borussia che cambiò colore e fu muro bianco, da paura.
Li stregammo i crucchi, ogni calciatore azzurro aveva negli occhi e nel cuore le offese gratuite di cui i media tedeschi avevano abusato.
Quella notte ringhiarono proprio tutti, non solo Gennarì: da Zambrotta a Totti, da Grosso a Del Piero, cecchini nei supplementari. Gennarì era il terrore di Marcello da Viareggio. Perché il ragazzo di Calabria era solito esternare la rabbia divenuta felicità con poderosi abbracci e vigorosi scutuliamienti. Dopo ogni successo, Lippi si preparava.
In questi giorni di brume e di grigi che hanno avvolto Milanello, Gennarì ha svuotato i cassetti della scrivania, gli armadietti per le tute di allenamento ed ha salutato tutti senza un ringhio, con la mano sul cuore. Rinunciando ad una barca di soldi, purché gli uomini del suo staff fossero liquidati. Bella forza, hanno ciarlato in parecchi, con tutti i soldi che ha! Ai quali ricordo che nel mondo fatato del calcio non sono scontate la riconoscenza né la magnanimità.
L’omaccione Ventura ha preteso fino all’ultimo spicciolo di euro dopo la figuraccia mondiale. Mourinho il number one ha spillato quindici milioni di sterline per andarsene dal Manchester United, Antonio Conte s’è affidato ad una schiera di legulei per portare in tribunale il Chelsea ed ha vinto una causa di undici milioni dopo il licenziamento.
Per non dimenticare – sempre in casa Milan – l’attesa dell’esonero dell’aeroplanino perduto, quel Montella che sulla panca viola non è stato capace di vincere neppure una partita. Gattuso Gennarino, il mio Gennarì, ha perduto la Champions per un soffio di punto.
Gli resterà dentro il rimpianto del derby d’andata – sarebbe stato giusto il pareggio -, la fatal Parma, la sconfitta di misura in casa Juve. Non ha mai protestato più di tanto. Ha messo sempre la sportività davanti a tutto. Ha fatto sentire piccoli uomini Bakayoko e Kessie. Ha elegantemente risposto alle critiche mossegli dal numero uno leghista e milanista. L’onore, la dignità, la correttezza, la sportività, il grande cuore. Un’uscita da campione del mondo. Tornerai presto a ringhiare. Il calcio dei troppi palloni gonfiati ha bisogno di signori come te. Gennarì, ‘o direttò ti augura ogni bene possibile. ‘











Gattuso è uno che in questo mondo del calcio ci stà stretto perchè lui ama il calcio che si gioca sull’asfalto e senza linee dove i pali della porta sono segnati dalle cartelle e i giocatori non hanno divise. Quel calcio signori miei non esiste più. Complimenti a Gennarino grande guerriero e grande uomo dove nel suo cuore i soldi occupano una posizione marginale. Ti voglio bene.