di Adolfo Mollichelli
Sarà l’età o sarà quel che sarà, insomma avevo deciso di tapparmi in casa – con qualche finestra aperta – per godermi la finale di Wimbledon e sì dare pure uno sguardo alla Formula Uno tra un cambio di campo e l’altro tra Roger e Nole. Soltanto puntatine di curiosità perché tanto già si sa che Hamilton sfreccia sempre lui, che Vettel tozza e tampona – roba da revisione della patente -che Bottas ha due t anche nel nome che altrimenti sarebbe troppo facile, che Leclerc è il giovin rampante che un giorno si farà, che le grigie tedesche hanno più colore delle rosse di fuoco che nascono in un luogo provincia di Marano tant’è che si chiama Maranello.
Una noia mortale, senza neanche lo sketch di comicità inaudita girato dai meccanici in rosso durante il GP precedente, quando tutto era pronto per il pit stop ma intanto avevano dimenticato le gomme in officina.
E vabbè, cara Ferrari, diciamo che anche quest’anno non è cosa, come gli altri anni che pure avevi un manager che si chiamava Arrivabene! Alla faccia del bicarbonato di sodio, avrebbe chiosato il principe De Curtis.
Basta con la noia di Silverstone e affacciamoci sul centrale di Wimbledon. Eccoli, i più forti tennisti del mondo l’un contro l’altro armato. Lo dico subito: ammiro Rafa Nadal e Nole Djokovic (il serbo era il preferito di mia moglie) ma c’ho sempre avuto un debole, diciamo un debolissimo, per Roger Federer che è pure ‘nu bell guaglione (ma non pensate a male, eh!). Lo svizzero, poi, che ti cucina perfino gli spaghetti della Barilla e però la signora Miroslava Mirka Vavrinec pare che non gradisca ‘sta cosa e perciò sta sempre ingrifata, appoggiata al palco famiglia, e soprattutto ha confessato che Roger, quando spadella nella cucina di casa che ha un’area che potrebbe contenere i centrali di Wimbledon e del Roland Garros insieme, faccia scuocere la pasta e, soprattutto, non sorride.
Pensavo, dopo i primi due set: ecco, Roger stavolta ce la fa a mettere sotto quella sequoia serba che forse soltanto a Napoli potrebbe abbattersi su qualche malcapitato, in caso di vento forte non previsto dall’allerta meteo che è come un terno al lotto.
Il primo set se l’era aggiudicato Nole al tie break che costituisce una coda mozza che ha poco senso. Per tutto il secondo set vedevo Roger e sentivo l’inno alla gioia. Svolazzava il passerotto svizzero sulla sequoia serba e fu un 6-1 senza se e senza ma, tant’è che il mio personale CD incorporato nella memoria (non DC, eh!) aveva lasciato Beethoven e s’era scosso sulle vibrazioni di Puccini ed a me parve di sentirlo Roger, travestito da Calaf, intonare: vincerò, ripetuto tre volte.
Ma Nole non ci stava e vinceva il terzo set, ancora grazie al tie break. E il passerotto svizzero (ti prego, non andare via) si riprendeva il destino (6-4) e via verso il quinto set, vinto da Nole ancora al tie break (stavolta fino al meglio dei 12 punti) dopo che Roger aveva sciupato l’incredibile sull’8 a 7 in suo favore. E’ stato in quei momenti che ho pensato: vince Nole, perde il mio Roger.
Che domenica bestiale! E però, resto ancorato alle mie convinzioni. Djokovic è la grande forza unita ad una continuità robotica. Federer è la grande bellezza.
Punto. I suoi colpi spesso geniali, i suoi movimenti da ballerina del Bolscioi, sono pura poesia. Ah! dimenticavo: Roger usa una mano sola che dà levità ad ogni gesto tecnico. Nole e pure Rafa, campioni immensi, brandiscono l’attrezzo a due mani e ad ogni infilata pare che dicano “se non fosse riuscito il colpo, cu’ ‘sta mazza t’arapevo ‘a capa. Da sportivo, godrò vedendo lo spagnolo di tutti i tic possibili quando s’appresta a battere: ‘a mutandina che s’azzecca, ‘a recchia, ‘o naso, chell’ata recchia, gesti ripetuti tre volte. Ammirerò ancora il possente Nole. Ma per piacere, qualcuno mi cloni il mio Roger. Passerotto svizzero, non andare via.











