di Ottorino Gurgo
Matteo Salvini ha coniato uno slogan al quale ha inteso e intende improntare la sua attività politica: “Prima gli italiani. Ne ha fatto una vera e propria parola d’ordine ed è fuor di dubbio che si sia trattato di un motto di successo, che lo ha non poco aiutato ad attirare i con sensi di quella parte della destra che fa dell’ideologia nazionalista il suo valore prioritario.
Peccato che il leader della Lega abbia applicato questa orgogliosa rivendicazione dell’identità nazionale ad un’unica questione, quella dei migranti che si è trasformata per lui in un’autentica ossessione, tanto da divenire l’attività dominante, se non esclusiva, della sua attività di ministro dell’Interno.
E peccato anche – e vorremmo dire soprattutto – ch’egli non avverta l’esigenza di tutelare con analogo orgoglio l’appartenenza a quell’Europa della quale pure siamo parte integrante e nella quale la nostra italianità dovrebbe trovare il suo naturale prolungamento.
Qualche settimana fa, titolando ironicamente “Tu vuò fa l’americano”, prendendo a prestito le parole di una canzone di Renato Carosone, abbiamo rilevato, in un articolo, che gli abbracci e la solidarietà del leader del Carroccio con il presidente Trump non erano del tutto opportuni dato che, in questo momento, gli Stati Uniti sono in piena concorrenza con l’Unione europea.
Ma ora è accaduto qualcosa che definire “del tutto inopportuna” è decisamente riduttivo.
Dopo il viaggio di Salvini negli Usa, infatti, c’è stato un altro viaggio: quello del presidente russo Putin in Italia. E qui la “corrispondenza d’amorosi sensi” tra il leader della Lega e quello del Cremlino, ha raggiunto limiti di assoluta eccezionalità, con Putin che apertamente dichiarava di considerare Salvini il suo miglior alleato in Europa e Salvini che, sorridendo, quasi in estasi, osservava compiaciuto l’amico moscovita
In conclusione, il leader del Carroccio riconosce, senza reticenze, di individuare in Trump e Putin i due punti di riferimento ai quali ispira la propria azione politica. E bisogna pur dire che Salvini rivela straordinarie doti di equilibrista nel riuscire a mantenere rapporti privilegiati con due interlocutori in aperta concorrenza tra loro. Vi è riuscito, probabilmente, avendo individuato nell’antieuropeismo l’unico denominatore comune tra Mosca e Washington ed essendosi prestato a far da sponda ai due grandi avversari dell’Ue.
Ci sarebbe un altroaspetto concernente in particolare il rapporto tra Salvini e Putin da esaminare. Ci riferiamo ai finanziamenti che la Russia avrebbe erogato alla Lega.
Ma non vogliamo qui entrar nel merito della questione. Sarà la Magistratura ad accertare se effettivamente un non irrilevante flusso di denaro è affluito nelle casse del Carroccio o se quelle diffuse con grande clamore dai mass media (peraltro non soltanto italiani) fanno parte di quelle fake news che costantemente inquinano la vita politica. Emettere anticipati verdetti su una materia così delicata (che, se accertata imporrebbe al ministro dell’Interno di rassegnare le dimissioni) è un esercizio al quale non amiamo partecipare.
Ma il fatto che la Lega abbia esplicitamente accettato di svolgere, all’interno dell’Unione europea, il ruolo di “agente” della Russia non può non suscitare perplessità. Sconcerta il fatto che chiunque, sia Trump, sia Putin, si ponga in concorrenza con l’Europa riesca a trovare nel leader leghista una facile sponda.
Indubbiamente, come abbiamo detto all’inizio, lo slogan “prima gli italiani” è stato una scelta efficace. Ma non sarebbe male se ad esso Salvini abbinasse un altro slogan “prima gli europei” non dimenticando che l’Europa è il nostro passato e il nostro presente e dovrebbe essere il nostro futuro.











