Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, 54 anni, giornalista, scrive di cronaca nera e giudiziaria per Il Mattino. Autore del volume "Napoli è servita" e coautore dei libri "Il Casalese", "Al mio Paese - Sette vizi, una sola Italia" e "Mafie". Dirige il sito della Federazione delle associazioni italiane antiracket la rivista online "Lineadiretta". Collabora come docente al Master di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa.

Il disprezzo e la vergogna
a proposito di Oriana…

di Giuseppe Crimaldi

Apocalisse. Viviamo ormai i giorni di una nuova apocalisse. Lo aveva scritto e sostenuto la grande Oriana Fallaci nel suo “La rabbia e l’orgoglio”, che “il napoletano” ha saggiamente deciso di ripubblicare proprio in questi giorni. Parole profetiche. Farebbe bene a ognuno di noi tenerlo sul comodino, quello scritto, e magari ripassarlo ogni sera. Mai come in questo momento.

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Oriana Fallaci

Mai come oggi, mentre uno stupefatto Occidente torna a sentire il brivido freddo di quell’11 settembre 2001 e – nonostante tutto – rimane sprofondato nel suo imbelle torpore impastato a meraviglia, inorridimento, esecrazione e condanna. Sono bastate le immagini del tagliagole di turno che fa scorrere il sangue di un uomo – un giornalista – colpevole solo di essere nato negli Stati Uniti per “risvegliare” le coscienze. Possibile? Eppure le immagini dei massacri irakeni, siriani, libici, afghani, pakistani; le torture inflitte ai siriani di religione cristiana che prima di essere crocifissi a Raqqah venivano “mondati” col piscio nel loro ultimo oltraggio corporale; oppure le chiese copte date alle fiamme dai fratelli musulmani in Egitto; le ragazzine nigeriane rapite e portate nei “campi di correzione religiosa” di Boko Haram, e molto prima ancora l’orrore della macellazione di David Perlman in Iraq. Tutto questo era già andato in onda.

Bambini guerrieri

Bambini guerrieri

Allora cominci a chiederti dove fossero prima e dove siano oggi le anime belle – i “pacifinti” di sempre pronti a tirar fuori dagli armadi le kefiah d’ordinanza;  e perché non si sia mai levato un grido di rabbia e di sdegno dal mondo “progressista”, da certa sinistra militante dura e pura, dal sindacato o dal femminismo militante, di fronte alle lapidazioni delle adultere condannate dalla sharia, all’impiccagione degli omosessuali, alle esecuzioni di massa degli yazidi, al massacro dei bambini siriani, o anche solo davanti alla mortificazione del ruolo delle donne yemenite, algerine, saudite, iraniane, costrette al tabarro del burqa.

Sembra quasi di essere tornati ai tempi torbidi nei quali fantastici cialtroni e grandi paraculi travestiti da ideologi (leggi: cattivi maestri) – combattevano le lotte di popolo inforcando gli occhiali dell’odio e del disprezzo. Ed è ovvio che quando c’è da instillare questi veleni, puntualmente si fa il nome di Israele: colpevole sempre, per definizione e “a prescindere”.

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Tel Aviv, a mare col mitra: vivere con la guerra

 

Ho vissuto a lungo a Tel Aviv nei tempi della prima Intifada e ho conosciuto sicuramente più israeliani pronti già allora a firmare una pace stabile e duratura (pace in cambio dei territori e delle colonie) che non italiani ed europei disponibili al buonsenso, ad accettare un principio semplice semplice e una verità storica inoppugnabile: quella per cui il governo di Gerusalemme non ha mai attaccato uno degli stati arabi confinanti e mai per primo ha dato inizio ad un conflitto armato. Mai.

Hamas

Hamas

Invece no. Così persino quando oggi Israele osa difendersi dai missili di Hamas, si trasforma nel colpevole già condannato: colpevole in quanto Israele. Le folle che nelle scorse settimane hanno manifestato, in Europa come negli Usa, inneggiando ai palestinesi non sono in fondo la più sinistra e cupa espressione di un antico rigurgito, quello contro gli ebrei, e che oggi si contrabbanda per antisionismo? Dicevamo di Hamas e delle sue immense responsabilità morali. Hamas è il vero carnefice del suo sventurato popolo. I suoi capi – a  cominciare da Khaled Meshal – se ne stanno al sicuro nel loro esilio dorato in Qatar, complici gli emiri, sì proprio loro, quelli del petrolio. D’altronde si sa: è sempre stato facile fare la guerra con il culo degli altri.

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Greta e Vanessa, le due ragazze rapite

 

A proposito di Oriana. Sono sicuro che se fosse ancora viva avrebbe graffiato ancora. E ci avrebbe dato dentro di penna contro il solito buonismo imperante in Italia: lo stesso tornato in circolazione per colpa di due ragazze partite alla volta di Aleppo per fare le “volontarie”, e non si capisce ancora bene di cosa e in favore di chi. Partire per una destinazione come quella mediorientale, oggi, significa accettare di fare un salto nel buio. Ong (organizzazione non governativa) o non ong, poco importa: chi lo fa sa di mettere a rischio la propria vita. Alla fine le due italiane sono finite nelle mani di una delle tante bande criminali siriane; e adesso l’imbecillità di due ragazzine infatuate dall’irresistibile richiamo dei mullah ci costerà il solito carissimo prezzo di un riscatto a molti, sicuramente troppi zeri. Strano paese, il nostro. In Italia se ti sequestrano un familiare arriva il giudice che congela i conti in banca impedendo ogni “trattativa” con i sequestratori, con tutti i rischi che ne conseguono per la vita del proprio caro. Però se a rapirti sono i beduini, allora la musica cambia. Il solito, inaccettabile, vergognoso doppiopesismo alla pummarola. Non è vero, Oriana?

 

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