di Gianpaolo Santoro
La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. E certe volte assomiglia molto alla prima diceva Ronald Reagan che era un politico saggio, con le idee molto chiare. E faceva politica in un Paese schematico, Conservatori da una parte, Democratici dall’altra. Se l’avesse fatta in Italia, probabilmente fra la politica e la più antica professione del mondo non avrebbe fatto alcun distinguo.
Meglio la foto del culo che essere presi per il culo. E chiedo preventivamente scusa per la sintesi brutale, ma questo è il fatto. Mi andrebbe proprio di chiedere come la vede lui, Alexis Tsipras, il greco con la faccia di Banderas, che ha regalato una leadership ed sorriso alla spenta e triste gauche caviar nostrana che da sempre va cercando una speranza fuori dal Paese, prima Tony Blayer, poi José Luis Rodríguez Zapatero, infine Francois Hollande, icone di una vecchia utopia.
E così contro un’Europa “merkelistès” (merkeliana), con una lista a suo nome aveva radunato un bel pezzo della sinistra intellettuale e ribellista, quella dura e pura, autoreferenziale e radical chic, per autoproclamazione progressista, quella che invoca con forza maggiore redistribuzione, un girotondo da Camilleri (poi fattosi da parte) a Moni Ovadia, da Luca Casarin, professionista dei No global all’artista rom Djana Pavlovic, poi un bel po’ di firme di Repubblica (dalla fondatrice del giornale Barbara Spinelli a Curzio Maltese) un po’ di Manifesto (la tristemente famosa Giuliana Sgrena e Alfredo Somoza), qualche operaio e un po’ di giovani d’apparato di Sel e Rifondazione Comunista (Marco Furfaro) e (Eleonora Florenza).
E neanche sto a sottolineare il gran pezzo d’intellighenzia, gli endorsement “eccelenti” e scontati che affiancavano questa iniziativa dal respiro ampio e ci mancherebbe “rivoluzionario”: dall’immancabile Gustavo Zagrebelsky a Stefano Rodotà, da Carlo Freccero a Michele Serra, da Nicola Piovani a Rita Borsellino, da Sergio Staino a Vauro Senesi, da Leo Gullotta a Sabina Guzzanti, da Furio Colombo a Gino Strada, da Paolo Flores d’Arcais a Luciano Gallino, da Marco Revelli a Guido Viale, più o meno il salotto di sempre.
Una campagna elettorale noiosa, perché sono noiosi, questa è la verità, ormai anche le narrazioni di Vendola sono superate, anzi da quando in giro c’è Renzi, che racconta la sua Italia, la sua Europa, la sua sinistra, Vendola neanche si sente più, anzi , pare voglia andarsene in Canadà scaduto il mandato di governatore della Puglia. E Fausto Bertinotti? Il padre nobile di questa aerea si è pentito, ha candidamente confessato “ Il comunismo ha fallito. La cultura politica da cui si deve ripartire è quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo…”
Ma, nonostante tutto, come è andata a finire si sa, tutti insieme, non tanto allegramente, la Lista Tsipras è riuscita a superare lo scoglio del 4 per cento, un sollievo che ha evitato il certificato di morte politica.
Tutto merito di Tsipras il risultato delle elezioni europee quindi? Ma neanche a pensarci, il leader di Syriza non se lo filava nessuno prima e non se l’è filato nessuno dopo. Dal buio dell’anonimato la lista della sinistra radical chic italiana è uscita per una geniale banalità, di cui tanto si è parlato. “Può più un culo di un ragionamento della Spinelli”. L’analisi lucida e reale è di Carlo Freccero, ex direttore di Rai 2 e Rai 4. Già, è bastata una foto niente male, in bikini bianco di Paola Bacchiddu, (portavoce della lista presto silurata, ora è approdata nel team di Michele Santoro) a fare la differenza. “Per far vincere la Tsipras uso qualsiasi mezzo”. Semplice, chiaro, diretto. Di colpo tutti a dibattere del culo della Bacchiddu e, logicamente, un po’ di notorietà riflessa anche ai candidati Tsipras. Eppure l’editorialista più a la page della sinistra italiana subito mise le mani avanti e sul Manifesto scrisse, quasi turandosi il naso, “Ha rovinato la mia candidatura”.
Barbara Spinelli è stata eletta, ha fatto il pieno di voti. Come si dice, la classica “botta di culo”. Come da promessa pubblica avrebbe dovuto farsi da parte (così come ha fatto Moni Ovadia) ma poi ha cambiato idea e non ha lasciato lo scranno al giovane Marco Furfaro che mica la prese tanto bene. “La figlia di Altiero Spinelli predica lo ius soli per la cittadinanza ma praticar lo ius sanguinis per le rappresentanza politica”. Certo, poi ci si chiede: ma se è stata travolta da una insolita passione per Bruxelles, tanto da rimangiarsi la parola data, perché non ci va quasi mai al Parlamento Europeo come impietosamente denuncia il contatore di presenze di VoteWatch.eu?
Lady Barbara doveva redimere l’Europa. Così come doveva salvarci dal conflitto di interessi impedendo l’ingresso al Senato di Silvio Berlusconi invocando l’applicazione della legge 361 del 1957, una richiesta che però venne respinta con il parere sfavorevole della Giunta per le elezioni della Camera dei deputati. Che poi, diciamoci, la verità il conflitto di interessi ha mille facce, alcune occulte, altre direi sfacciate. Come quando lady Barbara si mise al suo pc per “spiegare” ai lettori de “La Stampa” in quasi due pagine perché quella finanziaria varata da Tommaso Padoa Schioppa ( si, quello dei “bamboccioni” e delle “tasse sono una cosa bellissima”) era proprio quella che ci voleva per il Paese, promuovendola in modo entusiastico a pieni voti.
La cosa, diciamo così, singolare è che Tommaso Padoa Schioppa era il compagno di Barbara Spinelli, insomma una finanziaria tutta in famiglia. E non potete immaginare quanto. L’editorialista del “Sole 24 ore” Fiorella Kostoris, economista e accademica italiana, membro del consiglio direttivo dell’Anvur invece, scrisse peste e corna di quella Finanziaria. Anche qui una singolarità: la signora era la moglie di Tommaso Padoa Schioppa.
Come dire: non chiediamo i fatti separati dalle opinioni, ma almeno i letti separati dalle opinioni. E per fortuna che c’è sempre qualcuno pronto ha ricordarci il senso dell’etica pubblica. E meno male. “ L’etica pubblica – ha scritto, ad esempio, Curzio Maltese, giornalista e europarlamentare- è un patto fra cittadini che non s’inventa con uno slogan o una trovata. Si costruisce col lavoro di ogni giorno, con l’informazione, il coraggio a volte l’ironia…”
E mi sa che di ironia ce ne vuole un bel po’ per prendere sul serio la vicenda Maltese-Repubblica (che Dio scansi mai un collega fuori dal cerchio magico degli intellettuali radical chic da una vicenda del genere) negli anni della Spending review, dove tutti amano parlare di equità e sobrietà e dove i moralizzatori non mancano mai. I fatti, semplici semplici, sono questi. Curzio Maltese è eletto al Parlamento Europeo: la prassi vuole, in questi casi, che il giornalista “prestato” alla politica si metta in aspettativa per il periodo del suo mandato. Scelta logica e comprensibile, che mette al riparo da chiari “conflitti di interesse”. Ma Maltese è talmente appassionato del suo mestiere e affezionato alla sua mamma-Repubblica che si rifiuta di appendere la tastiera al chiodo. Del resto il tempo non gli manca, anche lui non è proprio un gran frequentatore del Parlamento Europeo, anzi il solito contatore delle presenze lo colloca appena qualche gradino più su della Spinelli. Dicevamo il buon Maltese è così legato al suo giornale che quando l’azienda prova a metterlo in aspettativa con sospensione dello stipendio, lui si oppone minacciando azioni legali. E quando gli viene proposto un contratto di collaborazione, respinge sdegnosamente al mittente l’offerta. “Mica posso scrivere gratis…” Poi l’onorevole Maltese, forte del fatto che la legge non gli impone niente ( e l’etica?) fa sapere che accetterà solo se la collaborazione sarà adeguata a quella delle grandi firme del giornalismo nostrano. Come dire, quasi quasi, meglio ancora…
Il comitato di redazione di Repubblica parla di “redazione umiliata”. Ma, a questo punto, credo che umiliati siano soprattutto coloro che hanno votato per la Lista Tsipras per questi professionisti dell’etica e del moralismo.













