di Gianpaolo Santoro
“E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano. Il peggio sembra essere passato. La notte è un dirigibile che ci porta via lontano…”
E già un dirigibile che ci porta via lontano… Ma dove in una vecchia stazione ferroviaria sulla circonvallazione di Firenze che da deposito di vagoni vecchi e binari morti si è riscoperta locomotrice di progetti e di idee,“il futuro è solo l’inizio..” (“ma quindi il renzismo sarebbe l’eternità?” ha chiesto sornionamente in un dibattito tv la candida sociologa e antropologa Amalia Signorelli ad una imbarazzatissima Simona Bonafè) o a Piazza San Giovanni, la piazza totem del sindacato, quella del primo maggio, delle adunate e dei concertoni, il vecchio spirito di una classe operaia che ormai viene spedita quotidianamente al diavolo?
Sarà che ormai ci siamo abituati ai trasformismi, ai tentativi di cambiare la vecchia pelle del cosacco, ai cambi di nome della ditta, all’occultamento prima della falce e poi del martello, alla cancellazione rapida di un pezzo di storia e di memoria, al continuo abiurare di una fede, quella comunista, di colpo cancellata in un congresso anestetizzato da Occhetto, troppa era la paura dei comunisti italiani di rimanere sotto le macerie del socialismo reale caduto, sbriciolatosi insieme al muro di Berlino. Io c’ero a quel congresso surreale a Rimini del 1991, dove di colpo anche le bandiere sembravano meno rosse, sbiadite, dove quasi tutti (tranne Bertinotti e qualcun altro) avevano fretta di girare pagina, di scappare dalla loro storia.
Sarà che ci siamo abituati anche al partito di lotta e di governo, degli esponenti del partito di maggioranza votare la fiducia alla Camera o al Senato e poi scendere in piazza per protestare contro il governo; sarà che ormai abbiamo fatto il callo alle scissioni, le rifondazioni, le polverizzazioni, le distinzioni, i girotondi, i balletti, le demonizzazioni dell’intellighenzia e del sindacalismo della sinistra italiana, un arcipelago diviso in mille anime sino alla Grecia, perché si sono dovuti inventare anche un altro partito, per riconoscere un leader, Tsipras, pur di ripudiare quelli di casa nostra; sarà, insomma, che a gauche la storia è sempre la stessa che l’ultimo strappo della sinistra di governo viene percepito ormai più come qualcosa di fisiologico che di traumatico, più come un fastidio che un dramma, più come una nuova “corrente” che come una scissione.
“Una mattina mi son svegliata, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. Una mattina mi son svegliata e ho trovato l’invasor…” Canta e balla la Camusso insieme a Landini, canta la piazza (con Cuperlo, Civati, Fassina, Cofferati, Damiano, Rosy Bindi, D’Attorre ) e Renzi si ritrova ad essere l’invasore di una sinistra radicale che si è svegliata tutta ad un tratto senza un partito, senza un leader senza un capo e che invoca il suo partigiano “che porti tutti via”.
Dall’altra parte del cielo, che poi è solo a due ore scarse di macchina, cento tavoli di discussione e posti in piedi, ecco il laboratorio del Partito della Nazione, la Leopolda atto quinto, l’incoronazione di Matteo, il Premier Messia, l’uomo che vuole cambiare tutto non cambiando niente, il rottama-attore che vede rosa, che vuole una donna al Quirinale, che vuole donne in quanti più luoghi di comando possibili, perché donna è meglio, tranne però che alla guida del governo, questo mi sembra ovvio.
Già, il Partito della Nazione, che poi per dirla con il politologo Ilvo Diamanti, sarebbe il “Partito di Renzi” (PdR) nulla di più. Cento tavoli, tre giorni di discussione e di confronto, per trovare il collante politico-ideologico del rassemblement modello Putin o Peròn, in nome del populismo e degli ottanta euro, per lavoratori e bebè.
Che poi basterebbe togliere di mezzo novantanove tavoli e lasciarne uno solo per Berlusconi, trasformare il Patto del Nazareno, in quello della Leopolda (sempre che non sia già stato fatto come si continua a sussurrare…) ed ecco che il partito unico, del Popolo o di Renzi è cosa bella e fatta, si tagliano le ali dei due grandi schieramenti, si isola Il Movimento 5 Stelle, anche se a quello Grillo ci pensa da solo, e si aggiungono posti al tavola al grande centro, quello moderato e popolare. Altro che “non voler morire democristiani” come ipotizzava il povero Luigi Pintor, qui siamo sempre più vicini “al turiamoci il naso e votiamo dc” di Indro Montanelli, il pragmatismo di un decadente panorama politico.
Sono passati cinque anni dal primo raduno, ed i Gianburrasca sono cresciuti, hanno fatto passi da gigante, ora sono al governo ed in giro per l’Europa, slogan dopo slogan hanno costruito la comunicazione del 2.0, la classe politica dei twitter. Dopo Prossima fermata Italia del 2010, il Big Bang del 2011, Adesso del 2012 e Diamo un nome al futuro del 2013, il claim di questi giorni è stato “Il futuro è solo l’inizio”. Ma, come visto, non provate a chiedere che cosa vuol dire. Glielo diciamo noi alla Signorelli. “Chi sa parlare, parli; chi sa fare qualcosa, faccia; chi sa cantare, canti! E io canto.” Così si legge ne “Il futuro è solo l’inizio”, il libro di Bob Marley, il profeta del reggae. E Renzi (che annuncia di non voler fare più di due mandati) vuole cantare. Da solista, naturalmente.














