Il capitano Teo

di Gianpaolo Santoro 

Era il 1990 quello delle notti magiche dei mondiali di calcio e della grande delusione, l’anno in cui Occhetto e i suoi senza più un muro a cui aggrapparsi, s’accorsero di non essere stati mai comunisti, via la falce, via il martello, si ritrovarono democratici, si vabbe’ di sinistra.

Ed allora visto che non c’era più il pericolo rosso, decisero di sciogliere Gladio, che ce ne facevamo più dei gladiatori segreti targati Nato se non c’era più il nemico da combattere? Bastava guardarsi intorno e tutto cambiava vorticosamente: dopo undici stravolgenti anni Margaret Thatcher, la Lady di ferro aveva dato le dimissioni, l’Inghilterra aveva deciso che era finita la cosiddetta era thatcheriana e lei si era fatta, diciamo così, da parte. In Polonia, intanto, Lech Walesa, leader di Solidarność un sindacato, nato nei cantieri navali di Danzica, veniva eletto presidente della Repubblica.

Era il 1990, dicevamo, quando Ottorino Gurgo che dirigeva il nuovo Roma, mi mandò a Milano quella da bere e di tangentopoli, a vedere che cos’era questa Lega (nata dall’unione di sei movimenti autonomisti regionali, Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemonte Autonomista, Union Ligure, Lega Emiliano-Romagnola e Alleanza Toscana) che alle elezioni amministrative in Lombardia di colpo, dopo un solo anno di vita, era diventata il secondo partito con il 18,9 per cento dei voti dietro alla sola Democrazia Cristiana. Altro che fenomeno Grillo, era stata una vera bomba, perché allora ancora c’erano i partiti, quelli veri che tenevano i consensi in cassaforte, il voto non era in libera uscita come avviene ed oggi. Ed andavano a votare tutti, l’assenteismo non sapevamo neanche che cosa fosse. Craxi, che pure in quelle elezioni aveva visto migliorare il suo partito socialista, lanciò per la prima volta il grande allarme. “Il voto di protesta ha colpito al cuore il mondo politico”.

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Feci una inchiesta che titolammo “Ventimila leghe sotto il male” l’analisi del fenomeno leghista vista ovviamente da sud, conobbi comparse e protagonisti di questo partito della cassoeûla,  personaggi che sembravano non entrarci niente l’uno con l’altro, anzi a ripensarci, se c’era qualcosa che li univa era la musica e l’essere ex comunisti. Conobbi un Umberto Bossi, (che veniva dal gruppo del Manifesto e  dal Partito di Unità Proletaria per il comunismo) non ancora Senatùr, più celodurista e ruspante che mai, uno che aveva fatto mille mestieri prima di approdare in politica, anche il cantautore (nome d’arte Donato) ed il suo fido Roberto Maroni, per tutti Bobo, (veniva da Democrazia Proletaria) poco più di trentenne, dirigente e attivista frenetico che spennellava sui cavalcavia gli slogan lumbard, e rocchettaro tastierista del Distretto 51, un gruppo varesino che, pare, avesse un suo seguito. Poi incontrai, naturalmente lui, il professore, Gianfranco Miglio, preside della Facoltà di Scienze politiche di Milano per trent’anni, che già disegnava una Repubblica italiana radicata nei Municipi, e fondata su di un patto di unione fra le comunità naturali, una Repubblica formata da quindici regioni, raggruppate in tre Comunità regionali, Nord, Centro e Sud, e dalle cinque regioni a statuto speciale. Dove la macroregione del Nord era la Padania (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) dove sono parlate le lingue padane gallo-italiche e venete; la comunità del Centro (Marche, Umbria, Lazio e Toscana) e quella del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria) praticamente l’antico Regno di Napoli. E poi, come detto, le cinque regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige/Sud Tirol, Friuli Venezia Giulia). Insomma una rivoluzione, vera: non solo una protesta.

Andai a scoprire il Sal, il sindacato autonomista lombardo, in gran parte composto da fuoriusciti della Uil dove era già leader una felina Rosy Mauro, oggi vicepresidente del Senato, che propugnava venti anni dopo il ritorno alle gabbie salariali, cioè il sistema di calcolo dei salari in relazione al costo della vita del territorio, “partecipai” ad una assemblea degli studenti leghisti, il cui leader era un giovane ragazzo neanche diciottenne, che però parlava col piglio deciso e l’aria di chi sapeva quello che voleva. Uno che frequentava il famigerato Leoncavallo, lo chiamavano Teo, capitano Teo, ma il suo nome era Matteo. Matteo Salvini.

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Un ragazzo di una famiglia benestante, il papà era dirigente d’azienda, di grande temperamento, che aveva tutto per diventare uno yuppies della Milano da bere, con un bel master e un avvenire in banca. Invece ha scelto, di trascorrere le giornate nei mercatini rionali a distribuire volantini. Anziché laurearsi, dopo le Medie dai preti e il liceo classico al Manzoni, ha piantato le tende alla Facoltà di Storia. È lì da ventuno anni, senza dare esami ma rinnovando l’iscrizione tanto per non gettare la spugna.

Ed ora eccoloqui Capitano Teo, venticinque anni dopo, due figli (Federico e Mirta con due donne diverse) ancora il brillantino all’orecchio, un ragazzo forse non cresciuto, sempre con quelle felpe che sono comunque un programma elettorale, uno slogan, un obiettivo, anche se la sua maglietta preferita resta quella verde che è un po’ la sua biografia. “Milano. Viverci un onore, difenderla un dovere”. E’ questo eterno ragazzo sempre in movimento il nome nuovo del panorama politico, l’altro Matteo, l’anti Renzi naturale, anche generazionalmente. Ormai i sondaggi parlano chiaro, il centrodestra che ancora non c’è vuole che a guidarlo sia Salvini, superato ampiamente Berlusconi, sbaragliati i delfini di nomina presidenziale. E la sua non sarebbe una battaglia ai mulini a vento. Per il Coesis Research, l’istituto demoscopico guidato da Alessandro Amadori tutto dipende da quando si andrà alle urne. Se si votasse presto, a marzo come molti sussurrano, Renzi arriverebbe al 40 per cento, con il 30 per Salvini, il 5 a testa per il centro e la sinistra radicale e il 20 al Movimento 5 Stelle. Ma se alle urne si andasse tra un anno, ovvero nell’autunno del 2015, ci sarebbe il sorpasso: Salvini arriverebbe al 40 per, Renzi scenderebbe al 36 per cento il M5S finirebbe al 14 mentre il 5 andrebbe sempre alla sinistra radicale e al centro.

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Salvini, quindi, secondo queste proiezioni ha bisogno ancora un po’ di tempo: l’urlo dei tre no (no euro, no clandestini, no tasse) si sta rapidamente sempre più consolidando, grazie alle sofferenze che soffocano da una parte all’altra  tutto il Paese. “Prima marciavo orgogliosamente sul Po, oggi devo marciare contro lo sterminio economico dell’Italia. Bruxelles ci massacra con l’euro e con la sue regole assurde. L’immigrazione è ormai un’invasione pianificata, non casuale, di disperati da 3 euro l’ora. Il fisco, poi, uccide tutti: partite Iva, dipendenti, pensionati, se non si fa al più presto qualcosa sarà uno sterminio. E questa è una battaglia di tutti, non c’è differenza fra Nord e Sud…”

Salvini deve riuscire là dove fallirono Bossi e Maroni, deve sfondare a Sud, riportare una speranza. Ed è per questo che il Capitano Teo da tempo tesse una ragnatela di alleanze con piccoli partiti, movimenti locali, organizzazioni, liste e associazioni: un cocktail populista e popolare, coagulato da una forte sentimento di difesa della sovranità popolare e di una crescente insofferenza nei confronti dell’Europa.

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Un’onda che comincia montare sempre di più, prendiamo, ad esempio, Riscossa italiana (da leggere legando tra loro una serie di maiuscole: RIStabilire COstituzione Sovrana SAlvandoci) il movimento meridionale che ha tra i fondatori il vicepresidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena e l’ex presidente di Alleanza nazionale Silvano Moffa. Con Forza Italia ha già concordato un’alleanza per le regionali emiliane ( Alan Fabbri) e più in là per quelle in Veneto (con la riproposizione del governatore leghista Luca Zaia), Toscana, Liguria, Marche e Campania, dove il nome da votare per il centrodestra sarà quello dell’azzurro Stefano Caldoro.

Salvini si gioca tutto sulla la Lega del Sud, la Lega dei Popoli. “Sarà un movimento legato all’identità, ai territori, alle bellezze, alle potenzialità che ci sono al sud e che sono inespresse e ignorate da Roma e da Bruxelles.” Un movimento nel nome della Riscossa. E c’è stato l’”Obbedisco” del capitano Teo. Solo che invece di liberare Trento vuole liberare il Sud.

 

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